Vincent Plicchi: quando i social possono portare al suicidio

Vincent Plicchi: quando i social possono portare al suicidio

Vincent Plicchi era un ragazzo bolognese di 23 anni come tanti, ma con qualcosa in più: un seguito di quasi 300.000 follower su TikTok. Come lo hanno reso celebre, i social lo hanno anche indotto a suicidarsi.
Il suicidio è avvenuto in diretta su TikTok, pochi giorni fa. La causa scatenante pare che siano stati i ripetuti attacchi di cyberbullismo ricevuti online.

Plicchi era un cosplayer. Il suo personaggio era il soldato Simon “Ghost” (Fantasma) Riley del videogioco di guerra Call of Duty: sul viso, un’inquietante maschera da teschio. Nelle mani, però, brandiva una spada laser rossa da Sith di Star Wars.
È indossando quella maschera che il 12 ottobre Plicchi ha iniziato una diretta, ha detto addio ai suoi follower; dopodiché, senza inquadrarsi, si è tolto la vita. L’ultima immagine è stata quella dell’irruzione dei soccorritori nella sua stanza. Per lui non c’è stato più nulla da fare.

Non ce la faccio più, sto vivendo un periodo troppo difficile…”. Questo l’addio scritto su un biglietto da Inquisitor Ghost, come si faceva chiamare su TikTok.

L’ipotesi sul movente: il cyberbullismo

Chi o cosa avrebbe spinto al suicidio il ragazzo? Online circola insistentemente una voce: Vincent si sarebbe ucciso perché vittima di attacchi di cyberbullismo. Pare che tutto sia iniziato quando una 17enne, supportata da un presunto fidanzato, lo ha accusato di adescamento e pedofilia, facendo circolare in rete alcuni screenshot accusatori. Da allora, per il ragazzo, è iniziato l’inferno.
Concorde sull’ipotesi bullismo è anche il padre Matteo: “L’unico modo che ha trovato per difendersi dal disonore e provare la sua innocenza è stato togliersi la vita. Ragazzi, state attenti a queste community. Vivete la vostra vita nella realtà, non posso credere che oggi sto seppellendo mio figlio. Lui che per me, il fratello e la sorellina era un cuore puro“.

Ora il padre promette battaglia a coloro che lo avrebbero accusato solo per racimolare follower: “In realtà io ho scoperto tante cose su chi lo ha diffamato. E ho già detto tutto ai carabinieri. Tutto per qualche follower”. E ha aggiunto: “Le prove sono tutte online. C’è stata una premeditazione. Due persone lo hanno accusato ingiustamente”.

Caso Plicchi, l’ipotesi del padre: il presunto piano dei due accusatori

Stando a Plicchi, la ragazza 17enne e un 21enne di origini turche avrebbero teso al figlio una trappola mirata a danneggiare la sua reputazione e guadagnare visibilità.

Tutto è iniziato a marzo, quando Vincent ha superato i 300.000 follower su TikTok. La ragazza lo ha contattato su Discord (altra piattaforma social frequentata dai gamer) fingendo di essere maggiorenne, spinta dal fidanzato. Questo perché Vincent aveva specificato che non avrebbe parlato in privato con utenti minorenni.

I due ragazzi avrebbero simulato una conversazione a sfondo sessuale con Vincent al fine di accusarlo di pedofilia, diffondendo chat falsificate. Dopo aver guadagnato la sua fiducia, la ragazza avrebbe provato a ricattarlo. Quando non ha ottenuto il risultato sperato, lo avrebbe pubblicamente accusato di pedofilia durante una live diffondendo online le chat falsificate.

Da qui avrebbe avuto inizio la shitstorm che lo ha spinto a togliersi la vita. Solo davanti alla telecamera ma al cospetto di migliaia di spettatori.

Il disagio passa dai social

In Francia, lo scorso 18 settembre, è scoppiato il caso della 15enne Marie: i genitori hanno denunciato TikTok perché, a parer loro, sarebbe corresponsabile del suicidio della figlia. Sotto accusa è il suo algoritmo, che avrebbe spinto l’adolescente a rinchiudersi sempre più nel proprio malessere. Questi i reati imputati al social network: istigazione al suicidio, propaganda di strumenti per togliersi la vita e omissione di soccorso.

L’accusa francese ha un precedente. Nel 2022, una sentenza del Regno Unito ha associato per la prima volta gli algoritmi dei social media al suicidio di Molly Russell, 14 anni. Pinterest aveva consigliato via e-mail alla ragazza contenuti come “Dieci post sulla depressione che potrebbero piacerti”. È stato stabilito che si sarebbe suicidata “per autolesionismo mentre soffriva di depressione e degli effetti negativi dei contenuti online”.

Oggi, uno dei mali che ci affliggono maggiormente è la nomofobia (“no mobile phobia”): la dipendenza da cellulare. Una delle attività che rubano maggior tempo è proprio la fruizione di social network, a prescindere dall’età. Secondo il sondaggio condotto dal sito TechJunkie, l’85% degli utenti di smartphone dice di provare ansia quando è lontano dai propri dispositivi.

 

Ansia, depressione, senso di inadeguatezza

L’ansia, nell’utilizzare i social, regna sovrana: non si vuole restare indietro, non si vuole apparire inadeguati, si vuole accumulare seguaci.

A questo proposito, uno studio della rivista Computers in Human Behavior pubblicato online a dicembre 2016 rivelava che l’utilizzo di molteplici piattaforme social è più strettamente associato all’insorgenza di ansia e depressione tra i giovani rispetto al tempo genericamente passato online.

La situazione si è aggravata con l’arrivo della pandemia da Covid-19. Come ha rimarcato recentemente Emi Bondi, presidente della Società italiana di psichiatria: “I giovani stanno pagando il prezzo più alto. L’isolamento e la rottura con il mondo reale e la società nelle sue più diverse componenti hanno contribuito all’aumento delle dipendenze da sostanze ma, soprattutto, dalla tecnologia. Oggi si stimano almeno 700mila adolescenti dipendenti dal web, social e videogiochi. Altri ancora sono vittime di ansia e depressione, anche questa in costante aumento”.

Il campanello d’allarme suona da tempo ma le istituzioni e molte famiglie, che oggi forse tendono a delegare il benessere dei propri figli alla scuola e a non riescono ad affiancarli nell’utilizzo dei social, non sono in grado di sentirne il richiamo.

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