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Il primo giorno della mia vita

Il primo giorno della mia vita

“L’inferno esiste solo per chi ne ha paura”, cantava Fabrizio de André in Preghiera in gennaio, dedicata a un illustre suicida e, per estensione, a tutte le anime tormentate che si addentrano nella morte di propria spontanea volontà. “Morire è un’arte”, scriveva Sylvia Plath prima di infilare la testa nel forno davanti ai suoi bambini. Cesare Pavese si è scusato fino alla fine. Quanti sono coloro che credono davvero di poter scegliere tra la vita e la morte? Possono essere salvati? Sono queste le domande che si fa Paolo Genovese ne “Il primo giorno della mia vita”, in queste settimane al cinema. Un film che può intercettare l’interesse dei sommersi e dei salvati, degli individualisti che si salvano da soli e degli empatici sofferenti.

Lo fa senza stare né in cielo né in terra, oppure alternando le due dimensioni. Un angelo della morte (o meglio della vita) saggio ma allo stesso tempo sardonico detto “Uomo”, un life coach depresso, una poliziotta che tenta il suicidio con la pistola di servizio, un bambinetto obeso che cerca di uccidersi mangiando ciambelle. Sventato i loro rispettivi suicidi in una piovosa Roma e un Tevere gonfio e limoso, Uomo li rinchiude in una specie di limbo incorporeo, dove il libero arbitrio conta ma fino a un certo punto (non è così anche la vita?) riportandoli letteralmente con i piedi per terra ma da invisibili. Un limbo dove il giudizio è sospeso e da dove si può avere il privilegio assistere da ospiti al proprio funerale.

E che nasconde, tra le righe, un altro messaggio: c’è chi morirebbe pur di non essere invisibile, chi invece vorrebbe vivere solo per esserlo, invisibile. Nei sette giorni che separano il gruppo di disperati dalla scelta di morire o vivere, da una parte si riflette sulla felicità, la si analizza, la si osserva, la si stuzzica, la si sfilaccia per capirla meglio, dall’altra si considerano ragioni di vita più urgenti il caffè, il cibo, pisciare, lavarsi. Cosa succede a chi vuole morire? Cos’è che non riesce più a tollerare? E perché le piccole cose per loro non fanno più così “grandi” le giornate e non distraggono dal dolore? Napoleone (Valerio Mastandrea) depresso cronico, trova linfa vitale solo nell’aiutare gli altri, Arianna (Margherita Buy) ha bisogno di attaccarsi al dolore per sentirsi viva, Emilia (Sara Serraiocco) vive un senso di inadeguatezza e l’ansia da prestazione in seguito a quelli che definisce fallimenti mentre Daniele (Gabriele Cristini), bullizzato e incompreso, comincia a realizzare una sindrome dell’abbandono. Per gran parte della settimana nessuno si rispecchia nel dolore dell’altro, nonostante i tentativi dell’ “angelo” Servillo. Credibile, nessuno di noi lo fa nei momenti difficili: siamo portati a pensare che i nostri traumi siano sempre diversi e superiori a quelli degli altri, che ogni storia sia una “storia a sé”, giustificando comportamenti irragionevoli, magari rabbia, e mettendo distanza, invece che empatia.

Eppure se tutti si sorride davanti a un piatto di spaghetti alle vongole di fronte al mare, come in una delle scene più luminose del film, forse non siamo così diversi e non lo sono nemmeno i nostri traumi. Il primo giorno della mia vita non banalizza niente, anzi sembra ricordarci il primato della malattia del nostro secolo, la depressione, che colpisce 2,8 milioni di persone ogni anno in Italia e cosa più grave, colpisce i ragazzi, in quella che, dopo gli anni della pandemia, è diventata la vera emergenza.

La presenza di Daniele, adolescente, non è casuale: se sono i giovani a tentare il suicidio, dovremmo sentirla come una responsabilità collettiva. Letteratura e cinema conoscono bene le generazioni che hanno di fronte, i loro spettatori assecondano questo desiderio di indagare con significativa delicatezza e linguaggi diversi il tema del suicidio e del disagio psichico già da tempo: quest’anno la serie tratta dal libro di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, ambientata in un ospedale psichiatrico, ha avuto un grande successo di pubblico, così come il romanzo Una vita come tante di Hanya Yanagihara. Quasi sembra ci sia connessione tra la narrativa sul tema e i migliori casi letterari se pensiamo al best seller ormai classico L’eleganza del riccio dove a parlare di togliersi la vita è proprio la protagonista di dodici anni. Le generazioni cresciute con il Nick Hornby di Non buttiamoci giù (il cui tono ironico ricorda un po’ il protagonista del film di Genovese) e con le Vergini suicide di Eugenides potrebbe seriamente apprezzare questo film in cui gli umani, con le loro disgrazie e i loro traumi sono, appunto umani, per ciò stesso simili tra loro e questa connessione è già, di per sé, una ragione di vita.

La tragedia non ci spaventa più, non quanto l’obbligo di redenzione, almeno. È proprio da quello che i personaggi vorrebbero fuggire, dall’infelicità come stigma. Forse dovremmo rivendicare il diritto alla tristezza come antidoto alla performance, alla produttività quotidiana. Ciò che conta, dice Uomo attraverso il sorriso di Servillo, malinconico e sornione insieme, non è la felicità – d’altra parte nessuno è felice per un ragionevole lasso di tempo – ma la nostalgia della felicità. L’averla conosciuta, l’istinto di aspettarla, l’assaggio intermittente possono bastare per non morire.

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