«Risorse minerarie in cambio di pace», un’ipotesi dall’Ucraina delle miniere

«Risorse minerarie in cambio di pace», un’ipotesi dall’Ucraina delle miniere

Zavallya, Ucraina - 21 Aprile 2026 - Miniera di grafite e relativo impianto di lavorazione del minerale gestito dalla Zavallya Graphite, ph Giulio Piscitelli

Intere città che vivono dell’industria pesante e ora temono lo scambio tra fine del conflitto e risorse. L’inchiesta su uno degli obiettivi dell’invasione russa. Quale futuro aspetta gli operai delle acciaierie ucraine mentre il presente è segnato dai bombardamenti russi?

Tutte le foto sono di Giulio Piscitelli (riproduzione riservata)

 

Kryvyi Rih, Ucraina, miniera settentrionale

È conosciuta come la città più lunga d’Europa: oltre 130 chilometri da nord a sud, come la città che ha dato i natali a Volodymyr Zelensky, ma Kryvyi Rih è soprattutto, da decenni, il cuore dell’industria metallurgica e mineraria del Paese. Visitare una delle aree industriali più importanti dell’Ucraina significa osservare da vicino una parte essenziale della sua società: il passato sovietico, il presente segnato dalla guerra e, forse, alcune delle ragioni profonde che stanno dietro al conflitto, entrato lo scorso febbraio nel suo quarto anno. Il mio viaggio parte da una domanda semplice, forse scomoda: dietro la guerra, oltre alle ragioni dichiarate, c’è altro? Quanto pesa la geografia economica (e quindi il controllo delle risorse e dei territori industriali) nella decisione della Russia di invadere? E quanto è fondamentale, per l’Ucraina, mantenere questi territori, non solo come motore economico ma come simbolo di resistenza?

Fondata nel XVII secolo dai cosacchi, Kryvyi Rih cresce rapidamente durante l’epoca sovietica, grazie ai piani quinquennali staliniani. La città si sviluppa attorno a miniere e acciaierie: interi quartieri nascono per ospitare operai e tecnici impiegati nella lavorazione del ferro. Qui sorgono alcune delle industrie più importanti dell’Europa orientale, come la Kryvorizhstal (oggi controllata da ArcelorMittal) e i siti estrattivi del gruppo Metinvest. Da sola, la città contribuisce per circa il 9% al PIL nazionale. Sergii Milutin, vicesindaco, è un uomo imponente e cordiale. Gestisce la distribuzione di beni di prima necessità in uno stabile comunale destinato agli sfollati, soprattutto quelli arrivati dall’est del Paese nei primi mesi del 2022. «Non c’è una sola famiglia in città che non abbia avuto almeno un membro nell’industria metallurgica», racconta. Lui stesso ha lavorato in una miniera di coke ad Avdiivka, prima di lasciare a causa della guerra. Per Milutin, questa eredità ha creato un forte senso di appartenenza: una vera e propria identità di classe operaia, condivisa anche con altre regioni industriali come il Donbass. «Non ci sarà Ucraina senza industria pesante. E non ci sarà ricostruzione senza mantenere attive le fabbriche.»

 

Zavallya, Ucraina, Miniera di grafite e impianto di lavorazione gestito dalla Zavallya Graphite

 

Kryvyi Rih, Ucraina, Scuola secondaria di preparazione al lavoro finanziata dall’industria Metinvest. Foto d’epoca nel locale museo del lavoro.

A Kryvyi Rih questo principio è evidente: le industrie sostengono l’economia locale in modo capillare. Dalle infrastrutture ai parchi pubblici, fino ai trasporti; gratuiti grazie al supporto delle aziende. Un altro aspetto su cui il vicesindaco insiste è il basso tasso di emigrazione: qui, la maggior parte delle persone trova lavoro nell’indotto industriale. «Sono le stesse aziende a sostenere la formazione dei giovani», spiega. Ma questa forza è anche una fragilità come scopro da una chiacchierata con Katya Levchenko del Kryvyi Rih Cultural Center, un’organizzazione nata da giovani locali per promuovere un’identità culturale che vada oltre il lavoro in fabbrica. «Qui o lavori per le industrie, o devi andare via», dice. «È la forza di questo tipo di città, ma anche la loro debolezza. Se le aziende chiudono, la città muore». La guerra lo ha dimostrato: la produzione è rallentata, l’export è diventato più difficile e molte famiglie hanno affrontato difficoltà economiche. Solo la continuità operativa di gran parte degli impianti ha evitato il collasso.

Tornando verso il mio alloggio attraverso quartieri come Sotsmisto, dove edifici di epoca sovietica si alternano a case basse costruite per gli operai, noto che molte luci sono spente per ragioni di sicurezza. Restano accese solo quelle degli altiforni, che lavorano senza sosta. Quando entro nel palazzo, una sirena squarcia il silenzio. Non so se sia un allarme antiaereo o il cambio turno allo stabilimento. Qui, spesso, le due cose coincidono.

Il giorno successivo visito la miniera Nord, gestita da Metinvest. Attiva dal 1963, è una delle più grandi del Paese: oltre 5,6 milioni di tonnellate di minerale di ferro estratte ogni anno e una profondità che sfiora i 500 metri. Lo scenario è quasi irreale: macchinari giganteschi che, nell’enormità dello scavo, appaiono come formiche. Oleksandr Hrybennikov, vice capo della produzione, mi guida nella visita. Anche lui proviene da una famiglia di lavoratori del settore metallurgico. Quando gli chiedo del possibile scambio tra risorse minerarie e pace, non esita: «Potrebbe essere una strada. Ma non possiamo perdere totalmente il controllo del territorio e delle nostre risorse, serve una via intermedia». Del resto, sottolinea, molte aziende sono già parzialmente in mano a gruppi internazionali. «L’importante è continuare a produrre e sostenere il Paese». Malgrado la guerra, gli investimenti non si fermano. Un nuovo impianto per il riciclo dei materiali è in costruzione. «Nonostante la situazione bisogna continuare a lavorare ed aggiornarsi», dice. «Se gli impianti invecchiano, diventano meno appetibili anche per eventuali investitori. Meglio rischiare degli investimenti ora, nonostante la guerra, che dover ripartire da zero dopo».

Kryvyi Rih, Ucraina, la miniera settentrionale,

A casa di Volodymyr Bychkov, operaio minerario, vengo accolto calorosamente con i cibi tradizionali della Pasqua ortodossa e intavoliamo una chiacchierata sul senso di appartenenza a una classe operaia con un importante retaggio storico e sul futuro industriale del Paese legato ai paventati accordi di pace. Originario di Lugansk, è fuggito quando la situazione è diventata insostenibile dopo la dichiarazione di indipendenza delle aree filorusse. Un suo cugino, ex minatore, è stato arruolato forzatamente dai russi. Ha scoperto della sua morte sui social. «Lavoro in miniera da 31 anni», racconta. «Per me continuare a lavorare è una forma di resistenza». Parlando della sua percezione come cittadino e operaio in merito al possibile scambio tra risorse e pace, accenna al fatto che già dal 2014 era evidente il principale interesse da parte della Russia nel controllo delle maggiori regioni industriali. Quando iniziamo a discutere dello scambio tra risorse e pace mi dice: «Prima bisogna salvare le persone. Se il prezzo è cedere il controllo dei minerali, va considerato». Decisamente pragmatico, ma nel suo atteggiamento si percepisce l’amarezza di un ragionamento imposto dalla necessità di porre fine al conflitto. Una speranza che continua ad essere lontana, soprattutto se la si guarda dalla prospettiva degli accordi sullo scambio di minerali, dato che molte delle aree che producono risorse critiche interessanti per le trattative si trovano nelle regioni controllate dalla Russia. Ne restano molte altre nelle zone ucraine, come quelle per l’estrazione di titanio, litio e grafite, ma la guerra ha profondamente intaccato le possibilità produttive di questi siti.

 

Kryvyi Rih, Ucraina, 13 Aprile 2026 – Ritratto di Volodymyr Bychkov, operaio in una delle miniere di ferro della Arcelor Mittal e della sua famiglia, la moglie Svitlana ed il figlio Egor.
Kryvyi Rih, Ucraina, Sergii Milutin, vice sindaco della città.

 

Per avere una percezione più concreta della situazione riesco ad ottenere l’accesso alla miniera di grafite di Zavallya, un insediamento rurale nell’oblast di Kirovohrad che conta poco più di 4000 abitanti. La grafite è considerata una materia prima critica fondamentale, essenziale per la transizione energetica. Per fare un esempio: una singola auto elettrica con una batteria da 60 kWh richiede circa 60 kg di grafite. Ma il suo utilizzo è esteso anche ad altri settori chiave come quello automobilistico, aerospaziale, nucleare e petrolchimico. L’estrazione della grafite non ha ancora ripreso, essendo da poco terminato il periodo più freddo. A pieno regime, la miniera potrebbe estrarre e raffinare fino a 30.000 tonnellate di grafite all’anno, ma è evidente che l’azienda soffre di mancanza di investimenti: macchinari antiquati, risalenti alla fondazione negli anni ’60, e pochi operai attualmente impiegati nello scavo e nella raccolta del materiale roccioso. «La miniera è operativa, ma la produzione si è ridotta a causa della guerra e gli australiani (ndr Volt  resources) non vogliono investire soldi in un impianto in zona di guerra: è troppo rischioso».

Alla mia solita domanda sullo scambio tra risorse minerarie e pace, Oleksii è dubbioso: da una parte gli sembra un ricatto che rischia di togliere il controllo delle risorse all’Ucraina; dall’altra pensa sia necessario accettarlo, se questo è il prezzo da pagare per la fine della guerra.

Kryvyi Rih, Ucraina, Scuola secondaria di preparazione al lavoro finanziata dall’industria Metinvest.

Il viaggio di ritorno attraversa campagne difficili persino da trovare sulle mappe. Eppure, proprio questi luoghi apparentemente marginali, potrebbero essere centrali nella risoluzione del conflitto. Perché la guerra in Ucraina non è solo una guerra di confini, identità o alleanze. È anche una guerra per il controllo di risorse, infrastrutture e capacità produttiva. E a Kryvyi Rih, dove gli altiforni continuano a bruciare anche di notte o a Zavallya e in altri siti minerari nascosti nell’entroterra della vastità ucraina, questa realtà non è teoria. È vita quotidiana.

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