La guerra in Ucraina e l’esistenza dell’Europa

La guerra in Ucraina e l’esistenza dell’Europa

I vertici di Commissione e Parlamento Ue hanno legato la loro politica al sostegno a Kiev, per la Francia è un’occasione di sganciarsi dagli Usa. Ma cresce il fronte dei reticenti, soprattutto tra i sovranisti, che non vedono l’ora di dare la spallata a Von der Leyen.

Ieri da Parigi il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che 26 Paesi su 35 riuniti in presenza e in collegamento hanno acconsentito a inviare sostegno militare all’Ucraina come garanzia di sicurezza post-bellica. La coalizione dei Volenterosi avrebbe compiuto il passo finale per garantire a Kiev che «dal giorno dopo il cessate il fuoco, l’accordo di pace o l’armistizio» forze di «cielo, di mare e di terra» pattuglieranno le retrovie ucraine a difesa dei confini.

Neanche era terminata la conferenza che Macron stava tenendo insieme a Volodymyr Zelensky, che già il comunicato stampa (evidentemente preparato prima) da Meloni smentiva parzialmente il presidente francese. L’Italia non invierà mai truppe in Ucraina, così come non lo farà la Polonia e probabilmente neanche la Germania. Il cancelliere tedesco ha dichiarato che la priorità di Berlino «è il sostegno all’esercito di Kiev», non l’invio di soldati. Ciò che si delinea chiaramente è un’Europa parzialmente spaccata: da un lato Francia e Gran Bretagna che spingono per inviare soldati, dall’altro Italia e Germania che insistono per un sostegno indiretto: forniture militari, intelligence, finanziamenti, ma nessun impegno sul campo. Il discrimine, come spesso accade nel Vecchio Continente, è il ruolo degli Stati Uniti.

Per Macron la decisione di Washington «arriverà entro qualche giorno» e, lascia intendere il capo dell’Eliseo, sarà favorevole alle risoluzioni europee. Anche perché al Pentagono dovrebbe costare molto meno che all’Europa. Per ora si parla di supporto logistico, di intelligence e, soprattutto, di copertura aerea. Ma lo scenario in cui gli Usa intervengono direttamente contro forze russe è quello che nessun analista vuole considerare, in quanto si tratterebbe di fatto di un conflitto globale tra i due arsenali nucleari più potenti del pianeta. Dunque gli Usa ci saranno, ma è chiaro che le regole d’ingaggio devono essere ferree. E comunque, come ricordano in molti, l’Articolo 5 della Nato (quello che prevede l’intervento dell’intera coalizione al fianco di un Paese attaccato) non è evidente per i membri del Patto atlantico, figurarsi per un eventuale partner esterno come l’Ucraina. Si potrà sempre optare per un sostegno indiretto (armi, intelligence e fondi) e mantenere il conflitto su base locale. Ma non corriamo troppo. Del resto, nonostante le frasi degli  ultimi giorni – «sono molto deluso da Putin» – l’ago della bilancia negoziale pende ancora decisamente verso Mosca. Dovunque, non soltanto in Ucraina, l’impostazione di Trump è parlare con la parte più forte e cercare di convincere (o obbligare) l’altra a cedere. La notizia pubblicata ieri dal Financial times  sembra andare chiaramente in questa direzione. «Gli Usa non intendono più finanziato programmi di addestramento ed equipaggiamento per le forze armate nei paesi dell’Europa orientale che si troverebbero in prima linea in un eventuale conflitto con la Russia».

Eppure Macron insiste: la coalizione è decisa, ognuno sceglierà il suo apporto ma c’è accordo tra le parti. Il presidente francese, lo sappiamo perché l’ha dichiarato più volte in questi anni, vorrebbe un’Europa più indipendente dagli Usa, con un suo esercito e magari una sua politica estera. Macron è arrivato anche a offrire «l’ombrello atomico» francese ai vicini, con l’evidente scopo di scongiurare una delle principali paure degli stati in tema di guerra e di intestarsi il ruolo di leader della nuova alleanza militare europea. Meloni non la vede così: la premier italiana vuole mantenere il vincolo con gli Usa e la sua proposta di garanzie di sicurezza per l’Ucraina sul modello dell’Articolo 5 della Nato va in questa direzione.

Ma Roma e Parigi non possono dividersi per ora, congiunture geopolitiche ed economiche non lo permettono. E quindi nasce da qui l’accordo sul rafforzamento dell’esercito ucraino (che per Zelensky è la «migliore garanzia di sicurezza per l’Ucraina»), nell’immediato e nel medio/lungo termine. Tutti d’accordo sulle forniture militari, purché la guerra la continuino a fare gli ucraini. Sembra ci sia accordo anche sulle sanzioni, che Macron e Zelensky ieri hanno dato come scontate se Putin si rifiuterà di organizzare un incontro con l’omologo ucraino (la presenza o meno di Trump resta un’incognita) a breve. Bruxelles intanto, continua a insistere sull’importanza di un ruolo da protagonista per i 27 nel dopo-guerra. Ursula Von der Leyen prova da anni ad appianare le divergenze interne compattando tutti contro il nemico comune russo. Ma questo è lo stesso gioco del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ieri, con improvvido tempismo, ha dichiarato che «la Russia non ha il diritto di decidere sulla possibilità che gli europei invieranno o no soldati in Ucraina».

Siccome Rutte non può non sapere che una dichiarazione del genere equivale a una pietra tombale sui negoziati, dato che per il Cremlino la presenza della Nato ai confini della Federazione è uno dei motivi scatenanti dell’invasione, forse l’obiettivo è quello di accontentare le richieste di Trump, al quale il Segretario della Nato ultimamente ha tributato non pochi elogi sguaiati («paparino»…). Rutte, su richiesta della Casa Bianca, insiste affinché i Paesi europei spendano di più, molto di più per la Difesa e queste armi da chi saranno comprate? Dagli Usa, ovviamente. In un solo colpo si elimina non solo l’autonomia strategica dell’Ue, ma anche la possibilità di produrre sul suolo europeo e di avviare progetti di collaborazione tra gli stati del Vecchio continente.

Dunque non si tratta di una singola sfida per l’Europa, ma di molte partite da giocare in contemporanea. Le decisioni sui dazi Usa hanno dimostrato che Bruxelles non ha intenzione di rompere con Washington (e sono in molti a sostenere che non può), ma sulla preparazione del futuro assetto militare del continente non c’è ancora nessuna intesa, considerando anche che il principale alleato di Macron in questo momento, il britannico Keir Starmer, non è neanche un membro dell’Unione. Le trattative per la guerra in Ucraina evidenziano sempre più il fatto che l’Unione Europea, nella forma che l’ha portata fino a oggi, non funziona. Urge una riorganizzazione che possa stare al passo con i mutamenti continui di questi tempi di guerra e che possa affermare con decisione l’indipendenza di Bruxelles dalle decisioni di altri. La guerra in Ucraina è il banco di prova definitivo.

Condividi

Sullo stesso argomento

esercito europeo-2