Ulivi e resistenza sotto l’occupazione in Cisgiordania

Ulivi e resistenza sotto l’occupazione in Cisgiordania

Il 22 ottobre, mentre la Knesset approvava un disegno di legge per l’annessione della Cisgiordania, nei villaggi palestinesi continuavano gli attacchi dei coloni contro gli agricoltori impegnati nella raccolta delle olive.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (UNOCHA) ha stimato che durante gli anni dell’occupazione i coloni israeliani hanno sradicato circa 2 milioni di alberi, un terzo dei quali ulivi, 2.500 solo durante l’ultima campagna, dal 1 ottobre al 21 novembre 2024.
La raccolta delle olive in Cisgiordania genera ogni anno 160–190 milioni di dollari e sostiene tra le 80.000 e le 100.000 famiglie. Oltre ad avere una rilevanza economica, l’ulivo incarna un forte valore simbolico per i palestinesi, perché testimonia il rapporto identitario con la terra. Coltivare e restare è una forma attiva di resistenza: l’agricoltura assume il significato di lotta sociopolitica in grado di preservare le aree dalle crescenti minacce di insediamento israeliane.

Molti volontari sono venuti dall’estero a dare una mano, ma questo non sta attenuando la violenza dei coloni, che quest’anno sembra fuori controllo”, racconta una cooperante che tornerà in West Bank la prossima settimana per la raccolta.
La Colonization & Wall Resistance Commission (CWRC) riporta che dall’inizio della stagione sono già stati segnalati 158 attacchi nei confronti dei raccoglitori di olive. Di questi, 17 sono stati commessi dalle forze di difesa israeliane, che in Cisgiordania – almeno sulla carta – dovrebbero contrastare la violenza dei coloni.

Mu’ayyad Shaaban, capo della CWRC, ha sottolineato che questa stagione dell’olivo è una delle più difficili e pericolose degli ultimi decenni, poiché l’esercito e i coloni stanno sfruttando lo stato di guerra per commettere crimini sostenuti da politiche e legislazioni che incoraggiano la violenza, armano i coloni e garantiscono loro immunità. Nelle ultime settimane è stato registrato anche un sensibile aumento di terreni sottratti agli agricoltori palestinesi.

Gli attacchi dei coloni durante la raccolta delle olive

Mercoledì 22 ottobre, ha fatto il giro del web il video di una donna di 55 anni colpita più volte con un bastone da un colono a Turmus Ayya, mentre raccoglieva le olive. La donna ha riportato gravi ferite alla testa e l’episodio di violenza si è svolto sotto gli occhi dei soldati israeliani.

Al-Haq, Ong palestinese per i diritti umani con sede a Ramallah, di recente ha documentato un altro feroce attacco contro agricoltori, volontari e giornalisti, avvenuto il 10 ottobre nei pressi di Jabal Qamas, a sud del villaggio di Beita. L’attacco ha causato il ferimento di 36 persone, tra di loro anche tre giornalisti, tre donne e un giovane colpito ad una gamba da un proiettile. Sono stati danneggiati e bruciati 12 veicoli, tra cui uno che apparteneva a Jaafar Ashtiyeh, fotoreporter di Agence France Press (AFP).

Jaafar ha raccontato di aver ricevuto una telefonata da un collega che si trovava nel villaggio di Beita, che lo informava della partecipazione di attivisti israeliani e volontari internazionali alla raccolta delle olive. È rimasto lì per circa mezz’ora, insieme ad altri giornalisti locali e stranieri. Intorno a mezzogiorno, il gruppo ha visto oltre venti coloni israeliani avvicinarsi — alcuni con il volto coperto — per aggredire agricoltori e volontari. Jaafar è stato colpito ed è riuscito a fuggire su un’ambulanza a circa trecento metri di distanza, ma i coloni hanno circondato la sua auto, l’hanno cosparsa di materiale infiammabile, facendola divampare.
Quando sono arrivate le forze di polizia israeliane, gli agenti sono scesi dall’auto sparando gas lacrimogeni per disperdere gli agricoltori, proteggendo i coloni.

Il vice-sindaco di Beita ha dichiarato che si è trattato dell’attacco più violento degli ultimi anni, incoraggiato dal supporto delle forze militari israeliane che “non hanno sparato un solo colpo per fermarli”.
Nonostante tutto, gli abitanti di Beita sono tornati nei loro campi il giorno successivo per continuare la raccolta delle olive, in difesa della loro terra.

Come avviene la sottrazione dei terreni agricoli ai palestinesi

Oggi, la maggior parte dei terreni coltivabili si trova nella cosiddetta “Area C”, sotto il pieno controllo israeliano. Nonostante la maggior parte degli insediamenti in Cisgiordania sia considerata illegale dal diritto internazionale, ampie porzioni di terra vengono improvvisamente dichiarate “zone militari chiuse” destinate all’addestramento o trasformate in “riserve naturali”. Qualche giorno dopo la confisca i coloni le occupano.

Solo nel 2024 sono stati sequestrati 4.660 ettari di terreno tramite vari ordini militari, modificati i confini di sei riserve naturali e create dodici zone cuscinetto attorno agli insediamenti.

Un report sulla violenza dei coloni curato da Al-Haq, evidenzia le diverse modalità con cui gli attacchi si svolgono: aggressioni fisiche, con armi da fuoco, divieto di accesso alle terre, espropri o furti del raccolto. In molte aree viene ordinato ai palestinesi di accedere ai propri terreni solo in giorni specifici e previa autorizzazione israeliana. I coloni rubano o bruciano le olive durante i giorni di divieto. Molte famiglie hanno perso l’intera produzione e alcune sono state costrette a comprare olio d’oliva invece che produrlo.

Il diritto al cibo e la sicurezza alimentare negata

Le azioni di Israele e dei coloni a danno degli agricoltori in Cisgiordania costituiscono violazioni dei diritti umani fondamentali, incluso il diritto alla vita e alla proprietà. La distruzione degli ulivi e la confisca dei terreni rappresentano una violazione diretta del diritto al cibo. Perciò, diverse ong palestinesi da anni chiedono alla comunità internazionale di imporre sanzioni, perseguire i responsabili e le istituzioni compiacenti.

La terra e l’agricoltura sono utilizzati da Israele come strumenti di controllo politico. La sicurezza alimentare si fonda sulla disponibilità e sull’accesso alle risorse, sistematicamente negate nei territori occupati. I palestinesi non hanno libero accesso all’acqua nemmeno quando i pozzi si trovano in Cisgiordania ed esistono limiti severi alle importazioni dei fertilizzanti. Oggi, la maggior parte delle famiglie fatica a soddisfare i propri bisogni nutrizionali di base, situazione aggravata dalla distruzione delle colture e dall’impossibilità di gestire liberamente le proprie risorse.

Senza una base produttiva interna è impossibile ridurre la dipendenza dalle importazioni, soprattutto da Israele, che fornisce circa il 70% delle merci consumate in Palestina e assorbe l’80% delle sue esportazioni. Finché Israele continuerà a controllare terra, acqua e vie di comunicazione, parlare di sviluppo sostenibile in Cisgiordania resterà impossibile.

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