Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull’altra, ciascun edificio è posato sull’altro. Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza è inevitabile che tu faccia una strage di civili.
Scriveva così nel 2008 Vittorio Arrigoni, scrittore e attivista lombardo cui Anna Maria Selini ha dedicato un epistolario a quindici anni dal rapimento e dall’uccisione. “Caro Vik ti scrivo” (illustrazioni di Fogliazza, Altreconomia, 2026) è il condensato di tre anni di eventi che Selini, giornalista freelance specializzata in aree di crisi e già autrice di “Vittorio Arrigoni. Ritratto di un utopista”, riporta all’amico, morto a 36 anni. Breve periodo che la reporter ripercorre insieme a chi legge, testimone di una centrifuga impazzita di eventi dopo i quali nulla sarebbe stato mai più come prima e la cui densità, alla fine del libro, si fatica a credere.
Il confronto con Arrigoni e il suo attivismo ci ricorda anche come il 7 ottobre non sia iniziata una guerra nuova, ma si sia inaugurata una fase nuova di un conflitto che non è mai cessato. Eloquente, in questo senso, la lettera del 22 settembre 2023 dove Selini racconta quando il presidente Netanyahu ha mostrato all’Assemblea dell’ONU una cartina del nuovo Medio Oriente dove Gaza e la Cisgiordania apparivano completamente assorbite da Israele.
Non a caso, allora, la prima lettera è scritta da Oslo nel giugno 2023, a 30 anni dagli accordi che portano il nome della capitale norvegese, segno che la storia della Palestina non è circoscritta al suo, sempre più limitato, perimetro, ma raggiunge il Nord Europa, finisce negli Stati Uniti, si muove per il mare e attraversa le piazze di tutto il mondo.
Se il tempo in Palestina sembra quasi essersi fermato, quello della comunicazione del conflitto è accelerato vorticosamente, passando dal tempo più lento dei blog, vivacissimi tra gli anni 2000 e 2010, a quello istantaneo dei social media. Assomigliano proprio a lettere i post che Arrigoni scriveva dal 2004 sul suo seguitissimo Guerrilla radio, dove racconta la quotidianità a Gaza e documenta l’operazione israeliana “Piombo fuso”. “Vittorio non era lì per osservare da lontano, era lì per testimoniare” scrive Maria Elena Delia, oggi portavoce della Global Sumud Flotilla, nell’introduzione. “Il suo modo di raccontare non era neutrale (…) era umano, profondamente umano. E fu da quell’esperienza che nacque la frase che lo avrebbe accompagnato per sempre: “Restiamo umani”.
La stessa umanità rivive nelle parole di Selini, che denuncia tre anni di giornalismo bandito dal fronte, una guerra raccontata senza filtri e con gran fatica, sui social media, dai palestinesi stessi, presi di mira dai soldati dell’Idf e oscurati a colpi di shadow ban da parte delle grandi piattaforme di Meta e X, nonché i video da incubo prodotti con l’intelligenza artificiale (uno su tutti la “Trump Gaza”) e la post-verità degli influencer filo-israeliani a sostenere che la carestia in Palestina fosse una fake news.
“La differenza maggiore, rispetto al 2008 e alle successive offensive su Gaza, sta nel linguaggio utilizzato: esplicito, diretto e addirittura spudorato, un linguaggio genocidiario, fanno notare per l’appunto gli studiosi, come se non si tentasse nemmeno più di nascondere la volontà di “cancellare” e “spianare” Gaza”, riflette la giornalista.
Un conflitto raccontato diversamente, certo, ma sempre fatto della materia di cui tutti i conflitti sono: morte e distruzione con, in questo caso, l’aggravante del genocidio di un intero popolo. “Il nostro mondo occidentale si è risvegliato”, scrive il 14 luglio 2025 Selini, quando viene diffuso dal New York Times il video di sei minuti dell’uccisione di un gruppo di paramedici. Episodio emblematico dello iatrocidio, “distruzione sistematica e intenzionale delle infrastrutture e del personale sanitario” e punto di non ritorno per l’opinione pubblica che, a settembre, segue con apprensione e appoggia con manifestazioni di piazza oceaniche il viaggio della Global Sumud Flotilla per consegnare aiuti umanitari a Gaza, come aveva fatto nell’agosto 2008 Vittorio Arrigoni con la Freedom Flotilla, unico italiano tra 44 persone.
Nell’epistolario a Vik, Selini intervista numerose voci autorevoli, dall’esperta sugli accordi di Oslo Hilde Waage fino alla giurista Francesca Albanese, dando allo stesso tempo ampio spazio alle testimonianze delle persone comuni direttamente coinvolte nel conflitto, come i refusenik israeliani e i bambini palestinesi. Allo stesso modo, unisce gli eventi della politica internazionale (l’elezione di Trump, gli omicidi dell’ICE, le prese di posizione del governo italiano, il Libano, l’Iran) a eventi minimi della quotidianità dei palestinesi, dimostrando come ogni avvenimento contenga in sé il mondo.
In una delle testimonianze più toccanti raccolte da Selini, Sabrina Russo, psicologa italiana che vive da anni in Cisgiordania, spiega come “il posto più sicuro per un bambino è sempre e comunque con i genitori. Anche sotto le macerie, ma con i genitori”. Parole che in Occidente possono sembrare incomprensibili ma, spiega Russo, in Palestina molte delle nostre categorizzazioni non possono averne, di senso. Ne esistono di diverse, per raccontare e nominare altro, ad esempio la takaful, ovvero “la maniera di gestire ogni cosa tutti insieme”, ma anche “il valore dato alla solidarietà internazionale, forse una delle parti centrali della salute mentale in Palestina”.
Leggendo Selini, torna alla mente la descrizione asfittica di Gaza fatta da Arrigoni, dove non è cambiato niente, i morti sono all’ordine del giorno e il futuro sembra non promettere niente di buono, e dove però, allo stesso tempo, si sta riscrivendo una grammatica della solidarietà che, dalla Palestina, sta contaminando tutto il mondo. Così, a ragione, Russo conclude che “forse l’unico posto al mondo non occupato da Israele è proprio la Palestina”.
Serena Ganzarolli