Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato che entro poche settimane si dimetterà dalla carica di presidente della Serbia, una decisione in parte attesa e che prepara il campo alle prossime elezioni politiche, anticipate rispetto al naturale decorso della legislatura. Si tratta di una notizia non del tutto imprevista poiché lo stesso Vucic aveva annunciato che ci sarebbero state a breve nuove elezioni, ma non aveva ancora specificato una data esatta per il voto. Tecnicamente si sarebbe dovuto dimettere entro marzo, ma questi mesi di ritardo portano a credere che si tratti di dimissioni ben ragionate e non di una resa politica.
Da circa un anno e mezzo, ovvero da dopo il disastro avvenuto nel novembre del 2024 alla stazione ferroviaria di Novi Sad, Vučić e il governo del primo ministro Đuro Macut devono fare i conti con frequenti e partecipate proteste di piazza, con alla testa gli studenti e in generale le generazioni più giovani. La manifestazione più partecipata in assoluto è stata quella del 15 marzo 2025 quando a Belgrado sono scese in piazza tra le 275.000 e le 325.000 persone, numeri invece leggermente più bassi si sono raggiunti praticamente un anno dopo, il 23 giugno 2026, quando i manifestanti erano circa 190.000. Le elezioni anticipate erano tra le principali richieste dei manifestanti e in generale una parte del paese accusa Vučić di essere profondamente corrotto e autoritario. Si tratta di un sistema di potere corrotto, che ruota attorno alla figura del presidente e che, secondo gli studenti, è la prima causa del disastro di Novi Sad. Accanto a ciò ci sono le repressioni violente del dissenso e il costante tentativo di assoggettare o silenziare la stampa indipendente. Si veda il caso N1, testata di proprietà di United Group, il cui direttore Igor Božić è stato recentemente licenziato lasciando tra gli addetti ai lavori il forte sospetto che si sia trattato di un disegno politico per mettere a tacere una delle principali voci critiche verso l’operato del presidente.
Vučić ha dato la notizia delle sue dimissioni al termine di un grande raduno pubblico, tenutosi davanti la sede dell’Assemblea Nazionale e organizzato dal partito di cui è leader, il Partito Progressista serbo (SNS). Un evento estremamente propagandistico e in cui già il titolo, “Serbia, una sola famiglia”, vuole mettere in risalto una differenza tra i sostenitori dell’attuale presidente e i manifestanti, che invece sono accusati di voler «rovesciare e distruggere il nostro stato». Sicurezza, stabilità delle istituzioni e equilibrio in campo internazionale sono del resto, da sempre, i grandi temi utilizzati da Vučić per ottenere consenso elettorale, soprattutto tra i serbi che vivono in provincia e nelle zone più rurali del paese.
Come ha sottolineato anche Massimo Moratti per Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, dietro questo annuncio di dimissioni c’è da parte di Vučić un chiaro calcolo politico e la consapevolezza di non potersi candidare per un terzo mandato da presidente. In queste settimane il leader di SNS potrà decidere chi candidare di SNS come presidente e nel caso decidere di candidarsi lui stesso come premier, opzione che lo stesso Moratti ritiene molto probabile. Se poi come sembra le elezioni si terranno in piena estate l’intenzione del presidente dimissionario sembra essere quella di radunare i propri sostenitori in quel periodo e invece sperare che in agosto, tra ferie, vacanze e caldo torrido, gli studenti possano essere meno presenti ai seggi. Un calcolo che, se guardiamo all’ esperienza dello scorso anno, potrebbe ottenere dei risultati visto che le manifestazioni estive del 2025 conobbero un vistoso calo di presenze. Nei fatti la campagna elettorale in Serbia è già iniziata: lo stesso Vučić ha già annunciato aumenti alle pensioni e una serie di bonus chiaramente diretti alla sua base elettorale. Se non bastasse per le strade di Belgrado si stanno moltiplicando anche gli striscioni e i cartelloni con scritto lo slogan di partito: “Serbia Pobedju” ovvero “la Serbia vince”.
Per quanto riguarda le opposizioni, le maggiori chance di vittoria sono riposte nella lista formata dagli studenti in protesta, un movimento politico che nelle ultime elezioni locali ha ottenuto ottimi risultati e non solo nelle grandi città. Nonostante l’SNS abbia mantenuto il controllo formale dei 10 comuni al voto, in 8 di questi ha però perso numerosi voti. A Knjaževac, comune nel sud est del paese e storicamente una roccaforte del SNS, il partito ha perso addirittura il 20% dei voti rispetto alla tornata elettorale precedente.
Come per molti paesi balcanici anche in Serbia il voto della diaspora può risultare decisivo per l’esito delle elezioni. Sono infatti centinaia di migliaia i giovani serbi che vivono all’estero, ma che intendono votare per le istituzioni del loro paese e in molti casi sono sostenitori delle lotte portate avanti dagli studenti. In questi mesi in molte capitali europee, compresa Roma, membri della diaspora si sono riuniti in manifestazioni e sit-in a sostegno della lotta portata avanti dagli studenti e l’obiettivo è quello di rendere la protesta più “internazionale” possibile e far conoscere i motivi della protesta anche fuori dalla regione balcanica. Lo slogan portato nelle piazze europee è “La diaspora decide, gli studenti vincono”, ma la preoccupazione più sentita tra i tanti partecipanti riguarda proprio il voto anticipato. In particolare la possibilità che questo si possa svolgere in estate, come molto probabilmente accadrà, e l’alto rischio di brogli da parte del SNS, soprattutto per quanto riguarda il voto a distanza che viene compiuto nelle ambasciate serbe nel mondo e che poi raggiunge Belgrado via posta.
Dopo le elezioni in Ungheria dell’aprile scorso, in cui è caduto il regime di Victor Orban, nei prossimi mesi anche Vučić dovrà affrontare il giudizio del suo popolo, ma Belgrado al contrario di Budapest, non è parte dell’Unione Europea e in tema di elezioni l’UE rappresenta ancora una grande certezza per quanto riguarda la regolarità del voto e il rispetto del suo esito.
Andrea Mercurio