La teologia del potere: Trump e l’America evangelica

La teologia del potere: Trump e l’America evangelica

Il pacifismo della Santa Sede non è piaciuto a Trump: gli scontri degli ultimi giorni tra il presidente americano e papa Leone XIV hanno prodotto un delirio di onnipotenza del primo, che si arroga anche il merito dell’elezione del pontefice americano. Se il conflitto col Vaticano si fa sempre più esplicito, cosa rimane della religiosità di Trump?

Tra spettacolarizzazione della fede, teologia della prosperità e nazionalismo religioso, figure emblematiche dell’evangelismo radicale stanno ridefinendo i contorni dell’attuale politica statunitense, dentro e fuori i confini nazionali.
Il 5 marzo scorso la Casa Bianca ha condiviso un video che mostra 20 leader evangelici riuniti nello Studio Ovale attorno al Presidente Donald Trump, pregando con e per lui e il suo successo nella guerra contro l’Iran. L’evento – le cui immagini hanno fatto presto il giro del web –, è stato organizzato da Paula White, figura emblematica nel panorama della destra religiosa statunitense, tornata sotto i riflettori proprio negli ultimi mesi.

Pastora evangelica, telepredicatrice e consigliera spirituale del tycoon – nonché capo dell’Ufficio per la Fede della Casa Bianca, da poco istituito –, White è una delle leader cristiane più influenti e controverse della politica americana degli ultimi anni. Divenuta celebre al grande pubblico già durante la prima presidenza Trump, opera all’incrocio tra credo e sfera pubblica, rappresentando un punto di snodo tra religione carismatica, spettacolarizzazione della fede e strategia politica. Non è un caso che video diventati ormai virali mostrino una religiosità altamente performativa, fatta di preghiere collettive, dichiarazioni enfatiche e rituali pubblici. È così che la fede diventa spettacolo, e lo spettacolo diventa strumento politico. In questo senso, Paula White incarna perfettamente il modello del “televangelista”, capace di muoversi tra pulpito, televisione e potere istituzionale.
Secondo quanto riportato da diversi media e testate, tra cui un articolo dell’ANSA del 2 aprile scorso, la predicatrice ha suscitato numerose polemiche per aver paragonato Trump a Gesù Cristo nel corso del pranzo pasquale celebrato il primo aprile alla Casa Bianca, parlando di “tradimento” in termini quasi messianici. “Presidente, nessuno ha pagato un prezzo come quello che ha pagato lei. Le è quasi costato la vita. È stato tradito, arrestato e falsamente accusato”, ha sentenziato White. Poi ha aggiunto: “è uno schema familiare, che il nostro Signore e Salvatore ci ha mostrato”.

Una narrazione non isolata ma che, al contrario, si inserisce in una retorica più ampia che tende a sacralizzare la figura del Presidente. Anche altri media documentano diversi momenti di forte teatralità religiosa, tra preghiere nello Studio Ovale e slogan ripetuti ossessivamente come “sento il suono della vittoria”. Già in passato, durante sermoni e interventi pubblici, la pastora evangelica ha più volte sostenuto che Trump sarebbe stato “unto” da Dio e incaricato di una missione salvifica per la Nazione.
White non è affatto una figura marginale: è da sempre parte integrante della cerchia ristretta di Trump, contribuendo a costruire un immaginario religioso che ha rafforzato il legame tra il tycoon e
l’elettorato evangelico. Diversi teologi, giornalisti e osservatori politici hanno definito le sue dichiarazioni “estreme” e “deliranti”, evidenziando il rischio di una pericolosa deriva teologico-politica.

La “Prosperity theology” e la sacralizzazione del benessere materiale

Al centro della predicazione di Paula White vi è la cosiddetta Prosperity theology, ‘Teologia della prosperità’, una corrente teologica molto diffusa tra alcuni protestanti carismatici e negli ambienti evangelici statunitensi, diffusasi poi in tutto il mondo tra gli anni ’90 e 2000. Un sondaggio del 2006 condotto da Time ha riportato che il 17% dei cristiani in America ha affermato di identificarsi con questo movimento e, nello stesso anno, tre delle quattro più grandi congregazioni negli Stati Uniti insegnavano questa teologia.
Tale dottrina sostiene che la fede, accompagnata da donazioni alla chiesa e da una condotta morale conforme, porti a benedizioni materiali: successo economico, salute, realizzazione personale. In altre parole, la ricchezza diventa segno tangibile della grazia divina; al contrario, malattie e povertà sono viste come maledizioni da spezzare attraverso la fede.
La Prosperity theology si basa su interpretazioni non tradizionali di alcuni versetti biblici – la maggior parte dei quali relativi alle descrizioni della ricchezza materiale – e sull’idea di un rapporto diretto tra Dio e il credente, senza mediazioni istituzionali. Quest’ultimo punto fa riferimento alla cosiddetta ‘confessione positiva’, secondo cui i credenti possono rivendicare da Dio qualsiasi cosa desiderino, semplicemente pronunciandola. Tuttavia, tale dottrina è stata fortemente criticata e giudicata eretica da alcuni ambienti sia cattolici che protestanti, perché considerata una distorsione del messaggio evangelico e sfruttatrice dei poveri. Nel caso di Trump, questa teologia si rivela particolarmente funzionale, in quanto il successo imprenditoriale e politico del tycoon viene reinterpretato come prova di una “elezione divina”, rafforzando la legittimazione religiosa del leader.

Evangelici e politica trumpiana: un’alleanza strategica

Il rapporto tra Trump e il mondo evangelico può definirsi a tutti gli effetti strutturale: gli evangelici bianchi rappresentano uno dei blocchi elettorali più fedeli al Partito Repubblicano, con percentuali di sostegno che hanno superato il 70%.
Tale alleanza – per nulla scontata, considerando che Trump non ha mai mostrato grande sensibilità religiosa –, si fonda su alcuni temi chiave che intrecciano politica, ideologia e teologia. Tra questi, primo fra tutti, l’opposizione al diritto all’aborto, seguito dalla difesa della libertà religiosa, l’opposizione ai movimenti per i diritti civili in ogni loro forma, il sostegno incondizionato a Israele e la critica alle élite liberal.
Trump ha poi privilegiato il mondo evangelico come principale punto di riferimento religioso, ricevendo molti suoi leader alla Casa Bianca, sostenendo le loro campagne e istituendo un comitato consultivo di soli evangelici. Inoltre parla il linguaggio di un aggressivo nazionalismo cristiano, che ha radici profonde nella storia del Paese e che è centrale per gran parte dell’evangelismo bianco statunitense. Un linguaggio apocalittico che denuncia il presunto declino economico, politico e morale degli USA come causato soprattutto dagli avversari politici – definiti “parassiti” che erodono l’unità del Paese – e dagli immigrati che “stanno avvelenando il sangue degli Stati Uniti”.
Ma c’è di più. Secondo la rivista online Aspenia, sotto Trump la religione è tornata a essere una linea di frattura politica, non più solo un elemento identitario. In poche parole, la fede diventa linguaggio politico e strumento di mobilitazione.

Evangelismo radicale e sionismo, due facce della stessa medaglia

Una parte dell’evangelismo statunitense si colloca su posizioni radicali, spesso definite fondamentaliste. Come sottolinea un articolo di Internazionale, alcuni gruppi leggono la politica globale attraverso una lente apocalittica, concependo, per esempio, gli eventi in Medio Oriente come segnali della fine dei tempi.
In questo contesto, il sostegno incondizionato a Israele da parte degli Stati Uniti diventa anche teologico, non più solo geopolitico: è legato alla convinzione che il ritorno degli ebrei nella Terra Santa sia un passaggio necessario per la seconda venuta di Cristo, il quale giustizierà tutti i non credenti e porterà con sé in Paradiso i suoi fedeli. Non è infatti un caso che la maggioranza dei pastori evangelici negli USA siano convintamente sionisti.
A proposito del legame con il sionismo, un saggio pubblicato su Mondo Internazionale evidenzia proprio l’impegno di questi gruppi evangelici nel supportare e portare avanti la causa israeliana. Molti pastori delle mega-chiese evangeliche tengono lunghi sermoni riguardo alla legittimità di Israele, e appaiono spesso su canali conservatori come Fox News parlando della necessità di prepararsi alla fine del mondo.
In più, un’inchiesta del 2018 del quotidiano israeliano Haaretz, svelò come diverse associazioni che gravitano attorno all’universo evangelista avessero donato più di 65 milioni di dollari in dieci anni alla causa israeliana. Soldi che, sempre secondo Haaretz, finanziarono le attività degli insediamenti illegali dei coloni israeliani in Cisgiordania. Inoltre, dopo il 7 ottobre 2023, diversi altri milioni di dollari sempre provenienti da donazioni evangeliche sono entrati nelle casse di Israele, secondo quanto riportato anche dall’Associated Press.
Non vi è dubbio, quindi, che numerosi gruppi evangelici abbiano influenzato anche la politica estera dell’amministrazione Trump, contribuendo a decisioni come lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo così ufficialmente la sovranità di Israele nella città santa.

USA, uno Stato “laico per legge, religioso per scelta”

Unendo tutti i punti, il caso di Paula White, il rapporto tra Trump e gli evangelici radicali e quello tra questi ultimi e Israele, rappresentano un fenomeno complesso in cui fede e potere politico si intrecciano fino a diventare indistinguibili, contribuendo a ridefinire il ruolo della religione negli Stati Uniti contemporanei: non più semplice fattore culturale, ma forza attiva nella costruzione del potere. Un paradosso, considerando che gli Stati Uniti sono tecnicamente uno Stato laico per legge, con una chiara separazione tra potere religioso e potere politico sancita dalla Costituzione che non menziona mai “Dio”.
Se però questa alleanza continuerà a rafforzarsi, il rischio – secondo molti osservatori – è quello di una progressiva sacralizzazione della politica statunitense, in cui il dissenso comincerà ad assumere i contorni di una vera e propria eresia, con tutto ciò che ne conseguirà.

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