Un anno dopo, la Serbia ancora combatte la corruzione
A Novi Sad oggi si respira un’aria densa di emozione e determinazione. Migliaia di persone si sono riunite presso la stazione ferroviaria, il luogo dove tutto è iniziato: esattamente un anno fa, alle 11:52, crollò la pensilina causando la morte di sedici persone. In quello stesso minuto, oggi, la folla ha osservato sedici minuti di silenzio, in ricordo delle vittime e come atto collettivo di memoria.
Da quella tragedia, simbolo di negligenza e corruzione, è nata una delle più vaste mobilitazioni civiche della Serbia contemporanea.
Dalle strade alla coscienza collettiva
Da dodici mesi studenti, insegnanti e cittadini di ogni età attraversano il Paese a piedi, città dopo città, chiedendo giustizia, responsabilità e fine della corruzione.
Alcuni hanno lasciato Belgrado giovedì, altri venerdì, per ritrovarsi ieri sera a Novi Sad, stanchi ma uniti, accolti da una folla calorosa che li attendeva con applausi e incoraggiamenti.
Molti studenti, dopo giorni di cammino, raccontano che vedere la gente in piazza li ha riempiti di emozione e nuova energia: la stanchezza è scomparsa, sostituita dalla sensazione di far parte di qualcosa di più grande, una lotta collettiva per un futuro migliore.
Le proteste sono diventate non solo un rituale di memoria, ma anche una denuncia contro la lentezza e l’opacità delle indagini sul disastro. A un anno dalla tragedia, nessun processo definitivo è iniziato e le famiglie delle vittime continuano a chiedere verità.
Cosa dicono le indagini
Dopo il crollo dell’1 novembre 2024, sono state avviate tre indagini parallele: due a Novi Sad e una a Belgrado. Gli inquirenti stanno esaminando i contratti di appalto, la supervisione dei lavori e la messa in uso della struttura prima dell’autorizzazione ufficiale.
In una delle inchieste è stata formalizzata un’accusa contro 13 persone, tra cui l’ex ministro delle Infrastrutture Goran Vesić, per abuso d’ufficio e negligenza nella sicurezza pubblica.
Nonostante ciò, i procedimenti restano frammentati e la giustizia procede a rilento.
Organizzazioni come Transparentnost Srbija denunciano inoltre la mancata pubblicazione dei documenti ufficiali relativi alla ricostruzione della stazione, trattenuti dal ministero con la motivazione di «non interferire con le indagini in corso».
La recente risoluzione del Parlamento Europeo sulla lotta alla corruzione in Serbia ha confermato molti dei punti sollevati dai manifestanti:
- Il testo parla esplicitamente della possibile corruzione negli appalti legati alla linea ferroviaria di Novi Sad;
- cita l’accordo interstatale Serbia-Cina come esempio di contratto affidato senza la piena applicazione delle norme sugli appalti pubblici;
- denuncia la mancanza di trasparenza, l’influenza politica sulla magistratura e la pressione sui media indipendenti;
- collega la corruzione a un problema sistemico di stato di diritto, pluralismo e indipendenza giudiziaria.
Per la prima volta, la risoluzione riconosce anche il valore delle proteste studentesche e civiche come parte integrante della lotta europea per la democrazia, condannando le restrizioni al diritto di manifestare e le campagne mediatiche di delegittimazione contro magistrati e attivisti.
“Cosa succede sabato?”
Alla domanda di un giornalista su cosa pensasse delle manifestazioni, il presidente Aleksandar Vučić ha risposto ironicamente: «Cosa succede sabato? Una partita di calcio?». Una frase che riassume la linea del potere: minimizzare, ridicolizzare, evitare di legittimare un movimento che cresce settimana dopo settimana.
Da novembre 2024 a oggi, centinaia di città e paesi hanno ospitato cortei e marce. Le organizzazioni civiche confermano la portata del fenomeno, ma mancano dati ufficiali aggregati: il portale Javni Skupovi registra gli eventi singoli, senza un quadro nazionale. Secondo i sondaggi CRTA, oltre il 60% della popolazione sostiene le proteste e un cittadino su tre dichiara di avervi partecipato almeno una volta: una mobilitazione radicata e diffusa.
Oltre all’opacità sui dati delle piazze, emerge un problema di asimmetria mediatica: nel 2024 più della metà del tempo complessivo dedicato ai soggetti politici nei notiziari TV è stata assorbita dalla figura del presidente, con 354 apparizioni in diretta e una media di circa 30 minuti ciascuna; il periodo più lungo senza suoi interventi è stato di appena 14 giorni, e in un’occasione sei apparizioni in un solo giorno. Questa iper-presenza si è concentrata soprattutto su emittenti filogovernative (es. TV Pink, B92), con un vantaggio strutturale nella narrazione degli eventi, incluse le proteste che spesso vengono ridimensionate a fenomeno marginale.
Nei talk show e nei notiziari, le proteste vengono frequentemente sminuite o ridicolizzate, mentre gli oppositori politici ricevono tempi di parola marginali. La sproporzione mediatica diventa così un altro volto della mancanza di trasparenza denunciata dai manifestanti.
Vučić alterna promesse e accuse. Da un lato afferma che «chi ha sbagliato pagherà»; dall’altro accusa gli studenti di essere strumenti di forze straniere.
Eppure, le immagini dei giovani che camminano per centinaia di chilometri, accolti da un’intera popolazione, raccontano un’altra Serbia — una Serbia che non si riconosce più nel silenzio e nell’obbedienza.
Sul piano internazionale, Vučić continua a muoversi tra due poli: stretti rapporti energetici con la Russia e dichiarata fedeltà al percorso di adesione all’UE. Bruxelles, però, con l’ultima risoluzione ha alzato il tono, legando lo stato di diritto all’affidabilità europea della Serbia; Washington valuta ulteriori pressioni sul comparto energetico. In questo equilibrio fragile, il Paese resta una zona cuscinetto geopolitica.
Una generazione che non si ferma
Il movimento studentesco ha ridato al Paese una nuova grammatica della partecipazione.
Dalle marce con zaini e scarpe consumate alle assemblee spontanee nelle università, i giovani serbi si sono trasformati in simbolo di resilienza e speranza.
Oggi, mentre Novi Sad osserva i suoi sedici minuti di silenzio alle 11:52, il messaggio che attraversa la piazza è semplice ma potente:
«Non si tratta solo di ricordare chi è morto, ma di costruire un Paese in cui nessuno debba più morire per colpa della corruzione».
Un anno dopo, la Serbia continua a camminare.
E ogni passo, ogni protesta, ogni voce che si alza da Novi Sad o da Belgrado ricorda che la verità, prima o poi, trova sempre la sua strada.