Ancora proteste in Serbia, in memoria di Novi Sad

Ancora proteste in Serbia, in memoria di Novi Sad

serbia proteste 1 settembre

Lo scorso 1° settembre in Serbia si è ricordata la tragedia alla stazione di Novi Sad avvenuta il 1° novembre 2024. Alle ore 11.50 la tettoia recentemente ristrutturata, davanti all’ingresso principale dell’edificio, crollò uccidendo 16 persone. Per questa ricorrenza circa diecimila persone sono scese in piazza a Belgrado in un imponente corteo recando in testa uno striscione con la scritta: “Noi ricordiamo”. Come punto di arrivo si è scelta la vecchia stazione cittadina e alcuni studenti liceali, mentre venivano letti i nomi delle vittime, hanno posato 16 rose bianche davanti sul luogo dell’evento.

Il ricordo delle vittime è certamente uno dei fili conduttori di questi mesi di proteste e di rabbia soprattutto da parte dei più giovani. Dieci mesi di cortei e manifestazioni quasi giornaliere, una forte e precisa richiesta di giustizia, di maggiore trasparenza nell’amministrazione pubblica e, soprattutto, di elezioni anticipate poiché questo governo e il presidente Aleksandar Vučić, leader del Partito progressista serbo (SNS), sono considerati parte integrante di un sistema corruttivo fin troppo esteso, profondo e con un chiaro stampo politico-clientelare.

Il primo ministro Milos Vučević a fine gennaio si è dimesso, così come il sindaco di Novi Sad Milan Đurić, 11 persone, compreso un ex ministro, sono state arrestate per responsabilità oggettive, Vučić però è ancora al suo posto e non intende portare il paese a nuove elezioni, ma anzi accusa i manifestanti di essere “violenti terroristi”, accuse per altro smentite da molti giornalisti locali che invece riferiscono di manifestazioni in gran parte pacifiche, ma spesso interrotte dalla Polizia la quale, da maggio, ha intensificato notevolmente l’utilizzo della violenza.

L’ultimo grave episodio si è verificato proprio a Novi Sad nel giorno della commemorazione della tragedia. Un centinaio di manifestanti si sono fermati di fronte alla Facoltà di Sport e educazione fisica (DIF). Il sit-in pacifico è stato però subito interrotto dalle Forze dell’ordine che hanno fatto utilizzo di bombe stordenti per disperdere la folla ed hanno poi inseguito e picchiato alcuni dei manifestanti in fuga. Tra i feriti anche una donna a cui, come lei stessa ha raccontato alla rete N1, è stato rotto un braccio.

Quella sede universitaria è al centro di forti polemiche da aprile scorso quando le Forze dell’ordine sono entrate nell’edificio con la forza, utilizzando spray al peperoncino allo scopo di “sgomberare” gli studenti che la occupavano pacificamente e impedivano l’ingresso al preside Patrik Drid. Quest’ultimo è riuscito a rientrare nel suo ufficio solo nei giorni scorsi, con l’aiuto di alcuni volontari del SNS e dei poliziotti.

La violenza della Polizia è stata spiegata dal Ministero degli Interni come una reazione “tempestiva e professionale” nei confronti di circa 280 persone che si erano radunate intenzionalmente davanti all’ingresso principale del DIF con l’intenzione di entrare con la forza nei locali della Facoltà.

Come detto però questo è solo l’ultimo episodio violento accaduto negli ultimi mesi e sempre più spesso alla repressione partecipano anche gli “attivisti” del SNS, che sono finanziati e sponsorizzati dallo stesso partito e più volte sono stati elogiati dal governo come difensori dell’ordine e della sicurezza nel Paese.

Lo scorso 12 agosto nella cittadina di Vrbas gli uomini del SNS hanno attaccato gli studenti in protesta con pietre, bottiglie e fuochi d’artificio e petardi. I feriti sono stati almeno 50 e decine gli arresti, quasi tutti tra gli oppositori del governo. Secondo molte testimonianze questi erano però in gran parte pacifici.

Una violenza verso gli oppositori che in certi casi ha assunto anche altre forme, diverse dall’uso del manganello, ma ugualmente gravi e dannose. Un esempio è quello di Dragan Vučićević, il direttore della testata di Belgrado “Informer”, vicina al SNS, che il 20 agosto scorso ha mostrato in diretta nazionale foto intime di Nikolina Sindelić, una studentessa di Scienze politiche che sta protestando contro il governo e contro la corruzione dilagante nel paese. All’epoca delle foto, che risalgono ad alcuni anni fa, la ragazza non era nemmeno maggiorenne.

La grave violenza di Vučićević sarebbe arrivata in risposta alle gravi accuse che la ragazza aveva rivolto nei confronti della polizia serba e in particolare verso i poliziotti che l’hanno fermata il 15 agosto scorso. Sindelić aveva dichiarato che il comandante dell’Unità di sicurezza Marko Kričak l’aveva più volte chiamata “puttana” e l’aveva picchiata sbattendole la testa contro il muro, minacciandola di stuprarla davanti agli altri. Accuse che il Ministero degli interni ha sempre respinto, ma su cui Vučić ha assicurato ci saranno ulteriori indagini per verificare eventuali irregolarità.

Da parte sua il presidente, al potere a Belgrado dal 2017, è molto abile nel mostrarsi in pubblico dialogante e alla ricerca di una mediazione con gli oppositori che però considera come pericolosi estremisti intenzionati a destabilizzare il paese. Il 22 agosto in televisione il presidente ha proposto un dialogo televisivo con una delegazione di studenti, ma questi hanno rifiutato sostenendo di voler discutere con lui solo all’interno di una campagna elettorale ufficiale. Pochi giorni dopo Vučić ha mandato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen utilizzando uno stile comunicativo molto simile, apparentemente dialogante, con affermazioni come questa:

la Serbia rimane pienamente impegnata nel suo percorso europeo. La nostra priorità è il dialogo, la stabilità e la cooperazione costruttiva con i nostri partner europei. Tuttavia, i tentativi di destabilizzare il nostro Paese attraverso la violenza e la disinformazione rappresentano un rischio non solo per la Serbia, ma anche per la stabilità dei Balcani occidentali in generale”.

Dietro questa immagine pubblica si celano però le politiche repressive e intimidatorie che il suo governo sta portando avanti in maniera più celata, sempre più aggressiva e forse sfruttando un naturale calo delle presenze tra i manifestanti in piazza. Un atteggiamento “a doppia faccia” che fino a questo momento gli ha evitato di dover rassegnare le dimissioni, anche grazie al sostegno di paesi amici come l’Ungheria e la Russia e senza incontrare una seria opposizione da parte dell’UE o dei singoli paesi europei.

 

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