Sulla giustizia climatica l’Italia prende tempo

Sulla giustizia climatica l’Italia prende tempo

L’obiettivo è costringere i governi a intervenire in difesa del clima, ma già solo portare alcune battaglie in tribunale può essere considerata una mezza vittoria. Tra tempi lunghi ed elevate spese legali, fare causa allo Stato per accertare le responsabilità in materia ambientale non è cosa semplice. Eppure, sta diventando più frequente.
Il principale caso di “contenzioso climatico” in Italia, la causa Giudizio universale (dal nome della campagna che lo ha lanciato), è stato intrapreso nel 2021 da oltre 200 ricorrenti, rappresentati dall’associazione A Sud, e rivolto contro lo Stato italiano, accusato di non aver attuato politiche sufficienti e idonee a ridurre le emissioni inquinanti. Nel 2024 è arrivata la sentenza di primo grado, con cui il Tribunale di Roma, pur prendendo atto della gravità della crisi climatica, ha dichiarato la causa inammissibile per difetto assoluto di giurisdizione, sostenendo che le azioni climatiche spettano alla sfera politica e non a quella giudiziaria, richiamando il principio della separazione dei poteri.
Fatto ricorso, quest’anno la Corte d’Appello di Roma ha fissato per il 21 ottobre 2026 l’udienza di rimessione in decisione della causa. Un ritardo che stride con l’urgenza del contesto climatico che ha ispirato l’iniziativa, considerando che bisognerà aspettare oltre un anno per l’udienza e i primi mesi del 2027 per la sentenza. «La giustizia italiana si prende il lusso e la responsabilità di rimandare di un altro anno e mezzo la decisione su un tema che incide direttamente sulla vita, la salute e i diritti fondamentali delle persone», hanno sottolineato i promotori. L’idea ora è di presentare istanza per chiedere di velocizzare il processo e ottenere una decisione in tempi brevi, anche se al momento, come confermato ad Atlante Editoriale dall’avvocato Luca Saltalamacchia, tra i legali che seguono il procedimento, «l’istanza di anticipazione non è stata ancora depositata».
La questione è delicata. I cambiamenti climatici riguardano tutti i paesi, considerando che l’aumento delle emissioni ha conseguenze su tutto il pianeta. Tuttavia, ci sono territori più vulnerabili, come l’Africa subsahariana o il Sud-Est asiatico, maggiormente colpiti dagli effetti delle emissioni prodotte e che tuttavia non corrispondono a quelli che storicamente hanno contribuito in misura maggiore all’inquinamento del pianeta. Secondo l’Emission Gap Report 2024 delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti sono stati responsabili del 20% della CO2 emessa dal 1850 a oggi; la Cina per il 12% e l’Unione Europea per un altro 12%, mentre i paesi membri dell’Unione Africana per il 7% e l’India appena per il 3%. Oggi le quote sono molto diverse: nel 2023 la Cina ha emesso il 30% della CO2 a livello globale, gli Usa l’11%, l’India l’8% e l’Ue soltanto il 6%.
I casi giudiziari che nascono su iniziativa di associazioni e singoli cittadini per sollevare questioni di diritto o di fatto in merito al cambiamento climatico sono diventati molto frequenti negli ultimi anni. Tutto ebbe inizio negli Stati Uniti negli anni ’70, con le prime cause legate all’inquinamento di aria e acqua. La prima vera ondata, comunque, partita sempre dagli Usa, risale alla metà degli anni ’80. Secondo il Climate Change Litigation Database del Sabin Center for Climate Change Law, tra il 1986 e il 2024 sono stati censiti 2.967 casi di contenzioso climatico nel mondo, per il 64% presentati negli Stati Uniti. A partire dalla firma dell’Accordo di Parigi nel 2015, il tema del contenzioso climatico ha iniziato a ricevere crescente attenzione mediatica, con conseguente impennata dei casi presentati: circa il 70% dei procedimenti è stato avviato negli ultimi dieci anni. Ma dopo il picco del 2021, con oltre 300 casi di contenzioso climatico complessivi nel mondo, oggi i numeri della “climate litigation” sono in calo anno dopo anno (226 nel 2024).
Il soggetto citato in giudizio può essere uno Stato o un’azienda ritenuta responsabile di danni ambientali. Per la prima categoria un riferimento imprescindibile, tra l’altro ispiratore anche di Giudizio universale, è il cosiddetto caso Urgenda, che nei Paesi Bassi ha portato alla prima contestazione dell’azione di contrasto ai cambiamenti climatici di un governo sulla base della responsabilità civile. Facendo leva sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e sostenendo che l’inerzia dello Stato rappresentava una minaccia del diritto alla vita (art. 2) e del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8), nel 2015 il gruppo di cittadini guidato dall’associazione ambientalista Urgenda ha ottenuto dalla Corte suprema una storica condanna che ha imposto al governo olandese di ridurre entro il 2020 le emissioni del 25% rispetto ai livelli del 1990. Dopo il ricorso presentato dal governo, la Corte ha confermato la sentenza e costretto i Paesi Bassi ad avviare un piano concreto per rispettare la sentenza, come la chiusura di centrali a carbone, investimenti sulle rinnovabili e una legge sul clima.
Disporre di una legge in materia è un punto particolarmente importante. L’Accordo di Parigi ha fissato un obiettivo chiaro, ossia contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli preindustriali, anche se non stabilisce come ciascun Paese firmatario debba raggiungerlo. L’Italia è tra i pochi paesi in Europa a non avere una legge quadro sul clima, che consentirebbe di pianificare e monitorare le politiche in materia. La Germania si è dotata di una legge già nel 2019, resa in seguito più ambiziosa (nel 2021, proprio dopo un ricorso presentato da cittadini e attivisti). Di questo punto si discute da tempo anche in Italia e attualmente risulta depositata in Senato una proposta di disegno di legge, per fissare «disposizioni per la definizione e l’adozione di strumenti necessari al raggiungimento dell’obiettivo della neutralità climatica». Si compone di 14 articoli che prevedono, tra le altre cose, l’istituzione di un Consiglio nazionale dei cittadini, per coinvolgere associazioni e singoli nel processo decisionale sul cambiamento climatico. Potrebbe essere l’inizio di qualcosa, ma serve la volontà politica. Nel frattempo, ci sarà chi continuerà a dare battaglia in tribunale.

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