Spinti dal diktat della transizione energetica, i biodigestori sembrano garantire uno smaltimento dei rifiuti a basso impatto. Ma è vero?
Di biodigestori (in inglese: biodigester) a livello globale se ne parla diffusamente da almeno un anno. In Nord America vengono per lo più reclamizzati come strumenti in grado di processare ingenti quantitativi di scarti alimentari e di produrre compost ottimo per fertilizzare i campi: la comunicazione punta molto sui benefici per gli agricoltori locali, soprattutto in zone rurali.
Tuttavia sono molte le polemiche e i dubbi sollevati in merito a tali impianti: ne tratteremo alcuni, partendo dal concetto stesso di biodigestore e da un’analisi dei benefici e delle possibili criticità.
Biodigestori: cosa sono, in parole povere?
I biodigestori sono impianti di trattamento della frazione umida dei rifiuti che operano in un sistema anaerobico: che funziona, quindi, in assenza di ossigeno. Nel corso di questo processo producono, da una parte, biogas, dall’altra il cosidetto digestato, che è ricco di nutrienti e può essere riutilizzato come fertilizzante agricolo.
Il loro funzionamento è pressoché identico a quello di un apparato digerente umano, con l’unica differenza che il nostro apparato digerente non tratta il cibo che ingeriamo in un ambiente perfettamente anaerobico.
I biodigestori moderni hanno fatto la loro comparsa a inizio Novecento, ma venivano utilizzati per trattare le acque reflue e non per produrre biogas. Nel 1913, in Germania, nacque il primo digestore riscaldato.
I biodigestori, luci e ombre
Partiamo da alcuni assunti veri: i biodigestori (quelli integrati, vedi sotto) producono, in effetti, biogas che possono fungere da energie alternative e rinnovabili. E il digestato che producono a partire dai rifiuti è, in parte, riutilizzabile come fertilizzante di origine naturale.
Il biodigestato
Il punto è: in quale proporzione il digestato si può riutilizzare e non va, invece, smaltito? “Qui è l’intoppo”, direbbe l’Amleto shakespeariano. Infatti c’è un’evidente sproporzione tra gli scarti riutilizzabili prodotti dal tradizionale compostaggio e quelli prodotti da un biodigestore: se il primo produce scarti riutilizzabili per il 43,7%, il secondo ha una resa del 16,4% (dati ISPRA 2021). Insomma: meno della metà degli scarti del biodigestore è recuperabile, e ciò significa che il resto è destinato a discarica o inceneritore.
Questi dati sono confermati anche da tre biodigestori italiani: a Montespertoli si prevede una resa del 15,6%, a Rende del 16%, mentre l’impianto HERA di Sant’Agata Bolognese produce meno del 14% di ammendante, con il 44% del materiale in ingresso destinato probabilmente a discarica o inceneritore.
Il biogas
Il biogas è, sì, convertibile in energia: ma quanto quest’energia è classificabile come “pulita”? Vale la pena ricordare che il metano, anche quello proveniente da biomasse, rimane un combustibile con emissioni che alternano il clima.
Dal punto di vista ambientale, tra l’altro. il metano per autotrazione o CNG (Compressed Natural Gas) (0,22 kg CO2 eq/km) non offre vantaggi significativi rispetto ad altre soluzioni.
Le dimensioni degli impianti e la capacità in termini di rifiuti
Questo è un punto cruciale sul quale torneremo più avanti. Comunque gli impianti di biodigestione sono di capacità maggiori rispetto a quelle dei normali sistemi di compostaggio: da 20.000 tonnellate/anno per il compostaggio si passa a 46.000 per la digestione anaerobica, fino a 95.000 per gli impianti integrati.
Questa crescita comporta maggiore vulnerabilità del sistema, impatto territoriale problematico, necessità di lunghi contratti di conferimento che ostacolano le politiche di riduzione dei rifiuti, e collocazione in aree remote con relativi costi di trasporto.
I costi e la sostenibilità economica
I biodigestori risultano economicamente sostenibili solo grazie a sovvenzioni pubbliche, a differenza dei normali impianti di compostaggio. Inoltre il costo per costruire e mantenere un biodigestore è nettamente superiore a quello di un impianto classico.
Impianti integrati o non integrati?
Un’altra variabile importante da tenere in considerazione è se i biodigestori sono impianti integrati: questi ultimi uniscono la digestione anaerobica (produzione di biogas/biometano) al compostaggio aerobico (stabilizzazione del digestato in compost) e sono generalmente di dimensioni maggiori rispetto a quelli che si occupano solo della produzione di biogas.
Alle loro maggiori dimensioni, però, corrispondono costi più elevati e una minore efficienza nel recupero di materia, come abbiamo scritto nel paragrafo dedicato al biodigestato.
Come rendere fruttuosi i biodigestori? Le iniziative
Non solo dannosi: i biodigestori, utilizzati su piccola scala e in contesti locali, possono essere anche d’aiuto alle comunità del territorio. Vi presentiamo di seguito alcuni esempi.
Ad esempio, a Fairbanks, in Alaska, ad aprile 2025 è stato realizzato un biodigestore i cui scarti riutilizzabili sono stati donati dalla Fairbanks Community Food Bank come compost ai coltivatori della comunità locale. Un compost che, se in questa modalità si ottiene in 24 ore, in metodi alternativi si riesce ad ottenere in tre anni, come ha dichiarato Sam Kirstein, direttrice dello sviluppo comunitario della Fairbanks Food Bank. L’impianto è costato alla città 133.000 dollari e tratta piccoli quantitativi di rifiuti alimentari: 700 libbre, vale a dire circa 317 chili al giorno.
I biodigestori sono anche l’oggetto di alcune raccolte fondi. Per esempio quella dell’organizzazione brasiliana per la sostenibilità ambientale IDDEIA – Instituto de Defesa e Desenvolvimento do Inteiro Ambiente, volta a limitare l’impatto ambientale delle attività agricole nelle zone rurali di Valença (RJ) e Rio Preto (MG), all’interno della Foresta Atlantica. In quelle zone, infatti, gli agricoltori usano il legno della foresta per la produzione di energia termica e disperdono il letame dei propri animali nel suolo e nel fiume, causando inquinamento. Il progetto si proponeva di fornire 30 biodigestori agli agricoltori più poveri, arrivando a: ridurre di 900 tonnellate l’anno le emissioni di CO₂, ridurre di 648 tonnellate l’anno la deforestazione della Foresta Atlantica e produrre 324 tonnellate l’anno di biofertilizzanti.
I biodigestori come possibili aiutanti delle piccole aziende agricole
Portiamo un altro esempio: quello della multinazionale Danone, che fino al 2030 si è presa l’impegno di donare, a titolo totalmente gratuito, mini biodigestori a 6.300 allevatori lattiero-caseari di piccole aziende agricole: i biodigestori in questione sono i Sistema.bio, che sono in grado di trasformare le deiezioni animali in biogas e fertilizzante. Il processo è semplice: la combustione del biogas produce energia rinnovabile riducendo le emissioni di metano, mentre il biodigestato fertilizza.
Danone collabora con molti produttori che hanno allevamenti di ridotte dimensioni, che in alcuni casi non raggiungono nemmeno le 20 mucche. Sono apparentemente proprio i piccoli allevamenti ad aver bisogno di questi impianti, in modo da non dover fare ricorso a fonti fossili per cucinare o ai fertilizzanti chimici.
Il risultato, sulla carta, è quello di rendere più sostenibile sia in termini ambientali che economici la produzione agricola in piccola scala, sfruttando il letame e riutilizzando il maggior quantitativo di scarti.

I biodigestori su ampia scala? Il discorso cambia
Cosa succede se, anziché installare e utilizzare dei piccoli biodigestori in prossimità di piccole aziende agricole, si costruiscono impianti di grandi dimensioni e destinati a smaltire e convertire in biogas e digestato migliaia di tonnellate di rifiuti compostabili? Portiamo alcuni esempi.
Tre esempi in Italia: Rimini, Udine e Roma
Rimini
Vicino Rimini, a Ca’ Baldacci, sorge uno dei primi biodigestori italiani, entrato in funzione nel 2013. Un impianto che inizialmente produceva solo compost. Ad HeraAmbiente, che lo ha realizzato, costò 10 milioni di euro. L’impianto è stato rinnovato nel 2020 e ha iniziato a produrre anche biogas. Le reazioni dei residenti dell’area sono state molto critiche: il comitato Rimini Uptown si è lamentato di rumore, traffico di mezzi pesanti, puzze e scarsa qualità dell’aria.
I timori sono fondati: in un documento di censimento “degli ambienti sospetti di inquinamento o spazi confinati” stilato da Hera si menzionano, come rischi potenziali riscontrati nelle celle di digestione anaerobica, la presenza di vapori tossici, di gas asfissianti e di gas esplosivi.
Udine
A Udine, lo scorso 26 gennaio, è entrato in funzione un nuovo biodigestore. Situato in via Gonars e costato 33 milioni di euro, il nuovo impianto gestisce in modo automatizzato i rifiuti ed è l’unico esistente in Friuli Venezia-Giulia. Questi i numeri della produzione: 5,07 milioni di metri cubi di biometano all’anno, 10.724 tonnellate di compost di qualità e 4.724 tonnellate di anidride carbonica biogenica liquida.
In questo caso specifico è troppo presto per tirare le somme sul funzionamento del biodigestore, però le dimensioni e la portata sono decisamente ridotte rispetto a quelle degli altri impianti menzionati: la portata annua, infatti, ammonta a 54.000 tonnellate di FORSU (Frazione Organica dei Rifiuti Solidi Urbani).
Roma
A Roma, città tradizionalmente afflitta dalla piaga della gestione carente dei rifiuti, è in corso la costruzione di ben due impianti integrati. Già ai tempi della giunta di Virginia Raggi era stata proposta la costruzione di due impianti di compostaggio unicamente destinati alla produzione di fertilizzante.
I due biodigestori proposti da AMA Roma, però, costeranno 586 euro per tonnellata, contro i 461 euro per tonnellata dei progetti di solo compostaggio precedentemente sviluppati: i costi più alti non corrisponderebbero, quindi, a un beneficio pari o superiore, almeno in termini di recupero di materia (il digestato riutilizzabile).
Le ditte che si sono aggiudicate gli appalti per la costruzione dei due biodigestori, in raggruppamento temporaneo d’imprese con Edil Moter Srl e Tecnologie Ambientali Srl, sono le aziende altoatesine Ladurner Srl e Atzwanger SpA, per conto di AMA.
Il cantiere dell’impianto di Casal Selce, proprio nei pressi dell’ex discarica di Malagrotta, è stato inaugurato ad agosto 2025 e tratterà circa 100.000 tonnellate annue di rifiuti organici, convertendoli in biometano e compost. Occuperà un’area di 10 ettari di superficie e si stima che produrrà 20 milioni di metri cubi annui di biogas e circa 36.000 tonnellate di fertilizzante all’anno.
Le proteste da parte della popolazione locale non mancano. Ma i cittadini, contrari non al biodigestore di per sé ma preoccupati riguardo la zona di costruzione troppo vicina alle abitazioni (a circa 90 metri di distanza) ad alcune scuole e strutture sanitarie, hanno individuato 31 siti alternativi e più sicuri nei quali poter realizzare l’impianto. Rimanendo inascoltati.
La costruzione dell’impianto di Cesano (nord-est di Roma) è iniziata a giugno 2025 e si propone di trattare circa 100.000 tonnellate l’anno di rifiuti. L’impianto occuperà un’area urbana di 6 ettari di superficie, e la sua costruzione ha un valore contrattuale di circa 84 milioni di euro (e riceverà un finanziamento pubblico di 67,9 milioni).
Eppure esiste un rischio ambientale importante rappresentato da questo impianto, che minaccerebbe il parco regionale che comprende i laghi di Anguillara, Bracciano e Martignano, e di conseguenza anche l’indotto turistico della zona. Senza contenere i timori della popolazione residente in prossimità del biodigestore: sopra a tutti, il rumore elevato e il rischio di incendi, reso più elevato dallo stoccaggio del bio metano nei serbatoi.
I lavori di costruzione di entrambi gli impianti dovrebbero concludersi per la fine del 2026. E con le loro 200.000 tonnellate all’anno complessive riusciranno a coprire circa il 20 per cento del fabbisogno di Roma metropolitana, che produce più di 1 milione di rifiuti all’anno.
Le proteste a Civitavecchia
Intanto, non lontano dalla Capitale, un comune della città metropolitana insorge: è Civitavecchia, dove da poco è fallito un ricorso presentato dal Comune per opporsi alla costruzione di un biodigestore nella località Monna Felicita. Dopo le caute dichiarazioni del sindaco Marco Piendibene riguardo la possibile costruzione dell’impianto, richiesta dalla società privata piemontese Ambyenta Lazio Srl, è nato un comitato di sostegno al no alla costruzione dell’impianto.
Il comitato propone la costruzione di un impianto più piccolo, a misura della città (che, ricordiamo, conta circa 52.000 abitanti), ed esclusivamente aerobico, quindi di funzionamento più semplice e sicuro e che produca solo compost e non biogas. Una proposta sensata, dal momento che una portata di 6.000 tonnellate all’anno soddisferebbe le esigenze della città. E se si decidesse di conferire in loco i rifiuti dei comuni di zona (Allumiere, Santa Marinella e Tolfa), basterebbe una portata da 10.000-12.000 tonnellate annue.
Nel mirino il progetto, decisamente sovradimensionato rispetto alle esigenze della comunità di Civitavecchia e dintorni (tratterà 120.000 tonnellate di rifiuti organici all’anno) e destinato a produrre inquinamento sia nel processo produttivo del biogas che per il trasporto dei rifiuti via camion: si stima, infatti, il transito di 70 camion giornalieri nella zona. Considerato che l’impianto sarebbe in funzione per 313 giorni, questo significa che circa 22.000 mezzi pesanti transiterebbero ogni anno nella zona.
Tra le argomentazioni più forti a sostegno del no c’è la questione della salute, centrale in un territorio già minato in passato e ancora nel presente dalle emissioni della centrale a carbone e dalle emissioni delle navi da crociera in transito nel porto.
Altro punto importante e sconosciuto a molti è il fatto che l’area in cui dovrebbe sorgere l’impianto è di interesse archeologico: per questa ragione, la sua realizzazione ha ricevuto il parere negativo da parte della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.
Si obietta anche che il biodigestore non chiuderà il ciclo dei rifiuti: ne produrrà in gran quantità a sua volta, dovendo smaltire quella consistente parte di digestato che non potrà essere utilizzato come fertilizzante.
Poi resta un’incognita anche la fonte alla quale si attingerà per l’acqua da utilizzare nell’impianto, così come lo smaltimento dei liquami. Un altro punto importante è quello occupazionale: l’impianto, infatti, non genererebbe nuovi posti di lavoro per la comunità, se non in esigua quantità e limitati alla fase della costruzione.
A costruire un biodigestore in quella zona Ambyenta Lazio ci sta provando dal 2020, quando la società era stata appena costituita.
Quali sono le alternative ai biodigestori?
Sicuramente bisogna prendere sul serio la questione, visto che oggi i rifiuti organici prodotti, ad esempio, nel Lazio, vengono conferiti ad impianti situati nel Nord Italia, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia. Le ripercussioni sono ovvie, sia dal punto di vista economico che ambientale, visto che i rifiuti vengono trasportati da mezzi pesanti attraverso lunghe tratte.
Per questo, sicuramente è opportuno puntare sul compostaggio di prossimità e valutare seriamente l’opzione “compostaggio diffuso”: autocompostaggio domestico, compostaggio di comunità, piccoli impianti locali al posto di grandi impianti di biodigestione. Di esempi virtuosi non ne mancano (si pensi alle partnership ENEA con Aeroporti di Roma e ACEA con Fiera di Roma) ma mancano le politiche di sostegno. Il piano ACEA, ad esempio, prevedeva la costruzione di 150 SmartComp entro il 2024 per un modello delocalizzato di gestione rifiuti.
Le AceaSmartComp™ sono state lanciate nel 2019: ideate e realizzate in collaborazione con ENEA e l’Università della Tuscia, sono state progettate appositamente per “il trattamento diffuso e partecipato del rifiuto organico a chilometro zero prodotto da utenze come mense, ospedali, aeroporti, centri commerciali, caserme“.
Peccato che di quel progetto virtuoso, dopo il 2022, non si trovi più traccia sui mezzi di informazione.
La transizione energetica incalza
Insomma, la transizione energetica va gestita e la questione dello smaltimento e, possibilmente, del riutilizzo dei rifiuti è più urgente che mai.
Una delle possibili soluzioni potrebbero essere piccoli impianti di compostaggio, a patto che siano più sicuri per gli abitanti delle aree in cui sorgono, quindi aerobici e costruiti in aree lontane dai centri abitati. Ma, ricordiamolo: non si tratta mai di soluzioni realmente a “impatto zero”, a differenza dei sistemi di compostaggio diffuso che abbiamo descritto. Che restano, a oggi, il metodo più sicuro ed ecologico, anche se non più efficiente, per il trattamento della frazione umida dei rifiuti.
Giulia Bucelli