Glencore, il prezzo del profitto

Glencore, il prezzo del profitto

Dietro l’immagine patinata della sostenibilità, la multinazionale anglo-svizzera Glencore rivela un modello di crescita fondato su inquinamento, disuguaglianza e violazione dei diritti fondamentali in Sudafrica e non solo
Con il suo vasto patrimonio di risorse naturali e minerali, l’Africa è uno dei continenti più prosperi al mondo dal punto di vista economico e ambientale. Questa abbondanza, però, l’ha resa anche terreno di conquista per numerose multinazionali occidentali, soprattutto nel settore minerario, le cui attività sollevano non di rado interrogativi di natura etica e sociale.
Tra i tanti esempi che si possono citare, uno dei più significativi è quello di Glencore, la multinazionale anglo-svizzera di materie prime diversificate con sede principale a Baar, in Svizzera, e strutture di produzione per gas naturale, petrolio, carbone, minerali, metalli e prodotti agricoli dislocate in tutto il mondo.
Dietro la facciata della sostenibilità e della promozione dei diritti umani, l’azienda leader mondiale dell’estrazione mineraria cela un’altra realtà oggetto di numerose critiche e controversie, in particolare per quanto riguarda lo sfruttamento dei lavoratori e l’inquinamento ambientale in diverse aree del Sudafrica.
Qui la Glencore avviò dapprima alcune attività commerciali nel 1974 e successivamente, a partire dal 1988, i processi di estrazione mineraria. Da quel momento divenne un attore chiave nel territorio sudafricano, stabilendo negli anni una presenza significativa e duratura in questa zona, senza però mai preoccuparsi dei costi ambientali e sociali sostenuti dalle popolazioni locali.
Questi ultimi sono al centro di un’indagine risalente a giugno di quest’anno di Voxeurop, testata online indipendente nonché prima cooperativa europea editoriale. L’inchiesta si sofferma soprattutto sulla regione Mpumalanga, a est di Johannesburg: numerosi dati e testimonianze dimostrano che in questa zona gli abitanti patiscono da decenni la carenza di acqua potabile e soffrono di malattie legate all’acqua, a causa dell’inquinamento provocato proprio dall’estrazione del carbone da parte della Glencore.
Nell’indagine si legge che “il sovraconsumo di acqua e l’inquinamento provocato dall’estrazione del carbone sono tra le cause principali della crisi idrica cronica che colpisce oltre 4,2 milioni di persone che vivono intorno al bacino idrografico del fiume Olifant, nel Mpumalanga”. La diffusa infiltrazione di sostanze chimiche all’interno del sistema di approvvigionamento idrico provoca malattie tra gli abitanti. Gran parte di questo inquinamento – come riportato sempre nell’inchiesta – proviene dalle centinaia di miniere di carbone che dominano il paesaggio e che rappresentano quasi il 90 per cento della produzione di carbone del paese.
La 52enne Daisy Tshabangu, molto attiva nella Mining Affected Communities United in Action (MACUA), un movimento che lotta per i diritti delle persone colpite dall’attività mineraria, racconta i disagi di chi vive circondato dalle miniere. Tshabangu vive nella città mineraria di Phola, a 70 km da Johannesburg, dove dice che gli abitanti non si fidano dell’acqua del rubinetto e che, soprattutto, si sentono tutti «completamente trascurati».
Una delle miniere, la Tweefontein – sempre di proprietà della Glencore –, ha persino ignorato le ripetute richieste delle autorità di porre fine all’inquinamento che compromette l’approvvigionamento di acqua pulita delle comunità locali, nonostante sia anche stata accusata dal dipartimento sudafricano
per l’acqua e le strutture igienico-sanitarie di numerose violazioni. Tra queste: la grave contaminazione di un fiume locale, lo stoccaggio di rifiuti pericolosi in contenitori aperti e la mancata riparazione di un impianto fognario.

Glencore sotto accusa: le promesse mancate della miniera Waterval

L’inchiesta di Voxeurop non è l’unica che testimonia le condotte eticamente discutibili dell’azienda Glencore in Sudafrica. Un’altra testimonianza arriva, per esempio, dal documento “Glencore Waterval 2025 – Kroondal Social Audit”.
Si tratta di un’analisi indipendente condotta da MACUA (Mining Affected Communities United in Action) e WAMUA (Women Affected by Mining United in Action) sulle attività della miniera Glencore Waterval, situata vicino alla comunità di Ikemeleng, nel distretto di Rustenburg (Sudafrica). L’obiettivo di tale analisi è verificare se le promesse contenute nel Social and Labour Plan (SLP) [1] 2014 – 2018 di Glencore siano state mantenute, e se abbiano portato benefici concreti alla popolazione locale.
L’audit sociale [2], condotto tra il 2023 e il 2024, rivela che i progetti di sviluppo previsti nel Social and Labour Plan della miniera Waterval – obbligatori per legge – sono stati in larga parte incompleti, inadeguati o mai realizzati.
La miniera, dedicata all’estrazione di cromo e metalli del gruppo del platino, è parte di Glencore Operations South Africa. Nonostante il gruppo abbia registrato nel 2024 ricavi per 230,9 miliardi di dollari, il suo impatto locale appare desolante.
Ikemeleng resta un insediamento informale privo di servizi essenziali, circondato da discariche minerarie e da livelli allarmanti di inquinamento dell’aria e dell’acqua.
Lo SLP 2014 – 2018 di Glencore prevedeva inoltre tre progetti chiave per la comunità: la costruzione di una scuola superiore, la ristrutturazione della scuola primaria Tirelong e la realizzazione di un blocco amministrativo alla JD Mosiah Primary School, per un investimento totale di circa 25 milioni di rand (circa 1.452.220 dollari).
L’audit ha scoperto che la scuola superiore non è mai stata costruita, la Tirelong ha ricevuto solo una recinzione, e la JD Mosiah dispone sì di un nuovo edificio, ma con bagni non funzionanti.
Oltre al fallimento infrastrutturale, l’indagine evidenzia mancanza di trasparenza, assenza di consultazione pubblica – quindi esclusione dei residenti dai processi decisionali – e accuse di nepotismo e corruzione nei processi di assunzione e formazione. Le donne in particolare, risultano escluse dai processi decisionali e vulnerabili a pratiche di sfruttamento sessuale per ottenere impieghi.
Il rapporto accusa Glencore di praticare una forma di “Crumb Capture” – progetti simbolici utili all’immagine aziendale ma privi di reale impatto sociale – e chiede al governo sudafricano di indagare sull’uso dei fondi e rafforzare il monitoraggio dei piani sociali minerari.
Sulla questione fondi, è utile riprendere un comunicato stampa uscito il 24 agosto 2022 sul sito del Parlamento della Repubblica del Sudafrica. Al suo interno, si legge che la Commissione di Portafoglio per le Risorse Minerarie e l’Energia ha appreso che le accuse relative all’uso improprio dei fondi per la riabilitazione mineraria sono iniziate già nel 2015/16, durante la vendita della miniera di carbone Optimum. All’epoca, le preoccupazioni erano state sollevate dai media e in Parlamento attraverso domande rivolte al Ministro e ai funzionari del dipartimento durante gli incontri della commissione.
All’inizio il dipartimento aveva riferito alla commissione che tutto era sotto controllo e che non vi era nulla di anomalo nell’amministrazione dei fondi. Tuttavia, è emerso in seguito che tali informazioni, così come riportate al Parlamento, erano errate. L’ex Vice Direttore Generale del dipartimento e altri sono stati arrestati il 25 e 26 maggio 2022, per rispondere definitivamente delle accuse relative all’uso improprio dei fondi.

Le gravi violazioni dei diritti umani e dei lavoratori dietro i profitti di Glencore

La totale mancanza di etica nella condotta di Glencore non riguarda solamente i costi ambientali e sociali sostenuti dalle popolazioni locali in Sudafrica, ma anche il trattamento dei lavoratori in questa terra e non solo. A testimonianza di ciò, prendiamo un articolo scritto sul sito ufficiale della NUMSA (National Union of Metalworkers of South Africa) e un altro, datato luglio 2018, scritto dalla SAFTU (South African Federation of Trade Union). In entrambi i casi, si pone l’attenzione sulle diffuse violazioni dei diritti umani e dei lavoratori.
Nello specifico, NUMSA riporta diversi esempi di come Glencore sia un datore di lavoro oppressivo. Tra i tanti: il fatto che i lavoratori non possono rifiutare incarichi pericolosi, sono soggetti a continue minacce di licenziamento, a scarse pratiche di salute e sicurezza, a razzismo e discriminazione, ricevono basse retribuzioni e, in generale, gli stipendi sono inferiori per i dipendenti locali rispetto a quelli stranieri. Nelle miniere, hanno accesso ad acqua potabile in quantità insufficiente e l’ospedale allestito dall’azienda è stato ritenuto troppo lontano dalla comunità.
In più, Glencore Chrome ha segretamente cancellato la registrazione delle sue fonderie dal Dipartimento dei Minerali e dell’Energia, in modo da evitare un monitoraggio più rigoroso delle normative in materia di salute e sicurezza; mentre Glencore Coal ha segretamente concluso un accordo di contrattazione collettiva con sindacati discutibili invece di firmarlo con NUMSA, il sindacato di maggioranza nella sua divisione carbone, violando il suo diritto universale alla contrattazione collettiva sancito dalle Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Un’altra drammatica testimonianza del calpestamento dei diritti umani e dei lavoratori da parte della Glencore, riguarda la raffineria di rame di Luilu, nella Repubblica Democratica del Congo, che utilizza l’acido per estrarre il rame. Per tre anni, dopo aver rilevato la miniera, Glencore ha continuato a far defluire l’acido di scarto in un fiume. Un giornalista del Guardian ha trovato bambini di appena dieci anni sottoterra nella miniera di Tilwezembe, che l’azienda aveva dichiarato chiusa a causa del calo dei prezzi del rame in un prospetto del 2008.
Sul sito della SAFTU si legge inoltre che l’IndustriALL Global Union3, insieme al Centro Europa-Terzo Mondo, ha presentato una dichiarazione ufficiale al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani dei lavoratori da parte di Glencore in numerosi Paesi.
Adam Lee, direttore delle campagne di IndustriALL, afferma: “La pratica sistematica di Glencore di violare i diritti umani dei lavoratori in tutto il mondo con una quasi totale impunità, evidenzia l’urgente necessità di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante che consenta di regolamentare le attività delle multinazionali e il loro impatto sui diritti umani. Questo strumento sarebbe anche essenziale per garantire l’accesso alla giustizia alle vittime e alle comunità colpite”.
IndustriALL esorta dunque il governo svizzero, dove ha sede l’azienda, a intervenire e garantire che non vengano violati i diritti umani in altri Paesi.
In generale, la condotta di Glencore esemplifica la brutalità e la disumanità delle società monopolistiche capitaliste. I lavoratori vengono trattati poco meglio degli schiavi, in modo che gli azionisti delle aziende possano intascare grandi profitti. Eppure – come si legge nell’articolo della SAFTU –, “La copertura mediatica […] si concentra più sul crollo del prezzo delle azioni che sugli abusi illegali ai danni dei suoi dipendenti. Considerano gli azionisti, piuttosto che i lavoratori, le principali vittime delle attività illecite di Glencore”.
La SAFTU è più che mai convinta che “i lavoratori del mondo non saranno mai liberi né potranno vivere una vita dignitosa finché l’economia sarà nelle mani di persone la cui ricchezza è creata dal sudore e dal sangue dei lavoratori di tutto il mondo”.

 

1 Gli SLP (Social and Labour Plans) sono obblighi legali per le compagnie minerarie in Sudafrica: servono a garantire che le attività estrattive contribuiscano allo sviluppo locale, alla creazione di lavoro e alla riduzione delle disuguaglianze. Devono essere approvati dal Ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche (DMRE), rinnovati ogni 5 anni, e prevedono consultazioni pubbliche con le comunità coinvolte. Tuttavia, nella pratica, la maggior parte dei SLP non viene rispettata o monitorata adeguatamente.
2 L’audit sociale è una valutazione indipendente delle prestazioni etiche e sociali di un’azienda, focalizzata sul rispetto dei diritti umani, le condizioni di lavoro, la sicurezza e l’impatto ambientale, verificando la conformità a standard e normative riconosciute.

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