Corteo pro o contro la remigrazione? Pillola rossa o pillola blu? In un semplice sabato pomeriggio ho optato per la tana del Bianconiglio.
Ricordate Matrix, il film nel quale Neo alias Keanu Reeves veniva posto di fronte alla scelta tra ignoranza o consapevolezza e sceglieva quest’ultima? Ecco: io ieri mi sono messa nei panni di Neo e ho deciso di unirmi al corteo pro remigrazione per capirci qualcosa di più. Per capire qual è la forza di attrazione che l’ideologia pro remigrazione esercita su tante persone, anche molto giovani. Così, malgrado lo sciopero dei treni, ho sfidato lo spazio e il tempo per scoprire “quanto è profonda la tana del Bianconiglio”, sempre per parafrasare Matrix (e Morpheus).

L’impatto con la manifestazione: le prime impressioni
Avvicinandomi alla manifestazione in piazza della Libertà, il primo impatto è con tante bandiere tricolore sventolanti (gli organizzatori avevano espressamente invitato ogni partecipante a portarne una) e una discreta partecipazione di piazza. Non oceanica considerato che si tratta di una manifestazione nazionale: a occhio, il numero sembra inferiore rispetto alle “oltre 10.000 persone” segnalate dagli organizzatori. Provengono da Roma, Milano, Brescia (Brescia ai bresciani), Bologna, Torino, Prato (dall’associazione culturale Etruria 14). Il loro motto è “Remigrazione e Riconquista”, che è anche il titolo della proposta di legge che vogliono portare in Parlamento.
Tanti visi giovani e giovanissimi (dai 18 ai 26 anni), poche famiglie (sebbene fossero state apertamente invitate a unirsi al corteo). Tantissimi tatuaggi, molti dichiaratamente nostalgici del Ventennio e caratterizzati dai classici simboli del fascismo di Benito Mussolini: teschi, pugnali, aquile e immagini dal grande portato simbolico. Un Inno d’Italia cantato qua e là a intervalli di 5 minuti l’uno dall’altro a sottolineare la natura patriottica della manifestazione: qualcuno alza il braccio destro, qualcuno no.

Identikit dei partecipanti: chi marcia per la remigrazione?
Ci sono i fascisti di Casa Pound, le donne che rivendicano il fatto di essere “donne non femministe”, uomini che si appropriano di massime auliche del “Vate” Gabriele D’Annunzio (“Memento audere semper”). Oltre a tatuaggi e bandiere tricolore, molti manifestanti utilizzano le magliette per esternare i propri ideali: come il ragazzo che sul retro della sua maglia mostra la frase “Si rien n’est sacrificé, rien n’est obtenu” che, per ironia della sorte, viene attribuita all’ufficiale-partigiano francese Hélie de Saint Marc.
L’accento è sull’osare, sul sacrificio, sul marciare “per non marcire”. Il colore dominante è il nero, sul quale spesso si staglia un simbolo bianco.
Molti sono tifosi della Lazio, ma non mancano, come nota di colore antropologico, anche diversi tifosi della Roma.
Molti si mostrano apertamente razzisti. Nessuno dei partecipanti sembra riconoscersi nella destra governativa di Giorgia Meloni: “troppo poco destra”, è la sentenza più frequente. L’uomo forte nel quale confidare, soprattutto per i più giovani, è più l’ex generale Vannacci, un vero mito per alcune delle persone che animano questa piazza. Ma nessuno, incluso il promotore del comitato e della manifestazione Luca Marsella, si illude: “Non ci rispecchiamo in quello che dice Vannacci perché a noi interessano i fatti. Quando andrà lì non combinerà niente“.
Intanto, tra un intervento e l’altro del “conduttore” della manifestazione, i ragazzi più giovani inneggiano al Duce, un po’ per sfogo un po’ per foga. In seguito alcuni si dissoceranno, giurando di “non essere fascisti” e di avere votato, in passato, persino il Movimento Cinquestelle. Eppure, tra loro, si annidano parecchi nostalgici del Ventennio: e sono spesso giovanissimi.
Ma non sono tutti dichiaratamente fascisti, anche se sono i fascisti a urlare più forte degli altri. Si tratta di un raggruppamento più eterogeneo del previsto che si riunisce intorno a un motto chiave: “L’Italia agli italiani”. Un gruppo che inneggia a un Paese che non è mai stato unito per davvero, nemmeno dopo l’Unità d’Italia, e a un popolo che non si può definire con l’accetta. Non sono, forse, gli “italiani” il risultato di tante emigrazioni?
Lasciamo ora da parte la riflessione sui concetti e parliamo dei contenuti di questa manifestazione.

Corteo pro remigrazione, i punti focali
Remigrazione, no “deportazione”
Chi sente proprio il concetto di remigrazione ha alcuni pallini: innanzitutto, nella maggior parte dei casi, nega che la cosiddetta “remigrazione” sia, di fatto, una “deportazione”. Insiste sul fatto che ad essere interessato dalla remigrazione non dovrebbero essere tutti gli emigrati indistintamente (questo è ciò che però sembrano sostenere le frange più estremiste) bensì solo coloro che delinquono.
Questione sociale, non politica
Interpellati singolarmente, però, alcuni partecipanti ammettono che se fossero integrati probabilmente quegli stessi immigrati non delinquerebbero. Insomma: la percezione che la marginalizzazione generi delinquenza esiste in alcuni, eppure non spinge ad arrivare alla conclusione che è lo Stato che dovrebbe aiutare gli immigrati a integrarsi nel tessuto sociale del Paese di arrivo. Alcuni asseriscono con forza che quella della remigrazione è una questione “sociale, non politica”, evidenziando il fatto che persone di diverse fazioni politiche si trovano concordi su questo tema.
Immigrati delinquenti
Da questa manifestazione, scompaiono completamente i delinquenti italiani e un dato di fatto: ai criminali non italiani si attribuiscono, in genere, reati minori come il furto, mentre i reati legati alla criminalità organizzata sono appannaggio soprattutto di cittadini italiani. A creare confusione e distorsione della realtà contribuiscono in larga parte i media, che mettono in evidenza casi eclatanti di violenza. I manifestanti si appigliano ai più recenti casi di cronaca, accennando alla tentata decapitazione di un passante da parte di un rifugiato sudanese a Belfast, città nella quale sono in corso da giorni proteste anti-immigrazione. E portano a supporto delle loro tesi anche l’aggressione dell’attivista leghista Ferenc Venturelli, noto come Eterno, e perpetrata da un paio di giovani di origini africane.
Poi, presi singolarmente, alcuni partecipanti alla manifestazione pro-remigrazione tengono a precisare: “Ho molti amici stranieri, alcuni di loro sono alla manifestazione qui con me”. O anche: “Mi è capitato spesso di lavorare con stranieri: romeni, moldavi, albanesi. Tutti persone degnissime”. L’associazione “immigrato clandestino uguale criminale” è pressoché ineludibile per la totalità di chi prende parte a questo tipo di manifestazioni: tutti segnalano la necessità di tracciare l’ingresso degli immigrati .
Il business dell’emigrazione e la sinistra
Chi arringa la folla dal camion tende a mettere l’accento sul “business dell’emigrazione”, evidenziando come qualcuno (leggi: la sinistra) si sia arricchito grazie ai migranti, che sarebbero diventati “la loro forza lavoro a basso costo”. La sinistra, in questa accezione, viene apostrofata come “mafia” perché sarebbe complice dello sfruttamento dei migranti. E non solo: nelle parole dei manifestanti è anche regina del capitalismo, amica di Soros e dei cosiddetti “poteri forti”. Non mancano cori che chiamano in causa comunisti e antifascisti: la folla si entusiasma al grido “Chi non salta comunista è” e “Dove sono gli antifascisti?”.
La remigrazione è attuabile a prescindere
Un punto critico al quale nessuno sembra saper dare una risposta è l’attuabilità della misura. Alla domanda “Secondo te è attuabile nel concreto la remigrazione” i partecipanti, così come chi urla dal camion, è concorde: se si trovano i soldi per accogliere i migranti, si possono utilizzare quelli stessi soldi per finanziare il loro ritorno in patria. Le cifre non contano: i soldi si troveranno.
Chi ha paura dell’Islam?
Un tema che aleggia nell’aria, e che esce spesso nelle conversazioni con i partecipanti, è quello dell’islamofobia. Intercetto in mezzo alla folla per una breve intervista Francesco, simpatizzante leghista di età compresa tra i 50 e i 60 anni. Lui allarga il tema del problema emigrazione a tutta Europa. Un problema che dice di seguire e studiare “in modo non politicizzato” da 15-20 anni, da frequentatore fin dal 1972 dell’Olanda. Paese che già all’epoca, afferma, “mostrava i primi segni di remigrazione”. Francesco garantisce che oggi in Olanda “è pieno di moschee, e ci sono interi quartieri in cui gli autoctoni non ci sono più. Questi quartieri danno più l’impressione di essere quartieri mediorientali che occidentali, dove non ci sta immigrazione ma si stanno creando dei mondi paralleli”.
L’Islam fa paura: non ne fa mistero nemmeno il giovane manifestante che interpelliamo per primo, venuto dalla Toscana per affermare con decisione che la società musulmana è incompatibile con la nostra, e che ci sono alcuni imam che sostengono apertamente che l’obiettivo finale delle comunità islamiche è impossessarsi delle città. Quello dell’invasione islamica è un tema che gode di grande popolarità presso le destre estreme (e non solo) di tutto il mondo: in Europa è fortemente cavalcato da Afd in Germania e Rassemblement National in Francia e che aleggia anche in questa manifestazione.

Cosa resta di questa manifestazione?
La manifestazione a favore della remigrazione porta l’attenzione su un tema bollente a livello europeo e mondiale: un tema che è stato eluso per troppo tempo dai governi e che chi ha preso parte a questo corteo crede di poter risolvere con questa misura. L’impressione finale è di un gruppo di persone sfiduciate e di “personaggi in cerca d’autore” che in parte non riesce a identificarsi in un candidato politico perché deluse da tutte le opzioni attualmente disponibili. Che identifica negli immigrati il nemico, in alcuni casi escludendo gli immigrati che lavorano onestamente.
Da parte di nessuno sembra esserci una riflessione su quali siano le reali cause di una mancata integrazione di alcuni immigrati nel tessuto sociale italiano: se non si integrano è perché non vogliono integrarsi. Prevale un sentimento di profonda paura nei confronti delle comunità islamiche e del “proliferare” delle moschee e, tra gli intervistati, chi ha figlie dice di essere preoccupato per la loro incolumità, associando ancora una volta gli immigrati al presunto incremento delle violenze sessuali.
In questa manifestazione, in effetti, ciò che è clamorosamente assente sono i dati. Come quelli ISTAT, che parlano di una significativa riduzione dei reati violenti: nel rapporto pubblicato questo mese si parla di meno di 0,6 omicidi ogni 100mila abitanti. Lo scorso dicembre, il CENSIS ha diffuso i dati relativi al 2025: nel primo semestre le violenze sessuali sono calate del 20,8% a Milano e del 16,2% a Roma (di media, dell’11,7% in tutta Italia).
Eppure la violenza percepita dalla popolazione, come confermano i dati, è aumentata, anche tra i giovani. Lo stesso rapporto CENSIS riferisce che “il 74,6% dei 18-34enni afferma che negli ultimi cinque anni girare per strada è diventato più pericoloso, il 67,1% quando torna a casa di notte ha paura, il 52,1% ha rinunciato almeno una volta a uscire per timore che potesse accadergli qualcosa di grave, il 39,4% ha paura di restare a casa da solo di notte e il 32,6% accende le luci in più stanze quando si trova da solo in casa”.
È di questa paura, rinfocolata da certi media, che si alimenta il consenso intorno alla remigrazione. Che rende sempre più palese il clima di precarietà che respiriamo, di fragilità individuale e di paura per il futuro. E la risposta più facile, come sempre, è farsi la guerra tra poveri.