Mostrato in anteprima in concorso al Festival di Cannes 2025 e presente nella sezione “Best Of” alla Festa del Cinema di Roma, Eddington segna il ritorno di Ari Aster nelle sale cinematografiche a due anni di distanza dalla sua ultima fatica Beau ha paura.
Il film, ambientato tra i paesaggi desertici del New Mexico, vede la trama principale svilupparsi all’interno di una cornice narrativa rappresentata dalla pandemia di Covid-19, dalle rivolte sociali nate in seguito alla morte di George Floyd e dal moderno attivismo digitale. Tutto prende il via quando lo sceriffo della città di Eddington, Joe Cross, decide di concorrere per la carica di primo cittadino, sfidando il sindaco uscente, Ted García. L’accesa campagna elettorale dei due è soggetta a una rapida escalation di tensione e violenza e diviene il pretesto attraverso il quale Aster mette in scena le controversie e le criticità dell’attuale società statunitense.
In Eddington, il regista mette da parte lo sguardo intimista e introspettivo utilizzato in Beau ha paura, per adottare una visione d’insieme di cui si serve per mettere in scena la sua personale lettura degli odierni Stati Uniti. Ciò che ne esce è impietoso e spietato: se nel recente, e per certi versi affine, Una battaglia dopo l’altra il centro del discorso politico – in grado di mantenere una flebile speranza di fondo – è rappresentato dal potere e dall’ideologia, Eddington descrive la definitiva morte della politica stessa: tutti in quest’opera, dai due candidati sindaci, agli attivisti, passando per predicatori e finanziatori, non sono mossi da nient’altro che interessi personali ed egocentrismo sfrenato. Lo scontro politico – o per meglio dire post-politico – diventa scontro personale e gli ideali e le ideologie non vengono messi da parte semplicemente perché sono stati eliminati ormai già da molto tempo. La violenza, sia essa rappresentata da parole o atti fisici, è il nuovo ed unico centro delle interazioni tra individui e ne caratterizza anche i rapporti.
Accanto ad un’interessante scelta visiva che pone in continuo contrasto tra loro i campi lunghissimi del deserto del New Mexico e primi piani asimmetrici dei protagonisti, Aster affianca una messa in scena caratterizzata dal modo simbolico attraverso il quale riprende e descrive la cittadina di Eddington: la desolazione e l’abbandono la fanno da padrone in un centro abitato che sembra mancare proprio di quei cittadini e di quella collettività che dovrebbero invece rappresentarne il cuore pulsante: si ha la costante sensazione che Eddington sia abitata da non più di un centinaio di persone, e ciò contribuisce con forza a creare la sensazione di individualismo – e solitudine – che muove i personaggi.
Il film, seppur migliore e più centrato rispetto a quello precedente, ne eredita i principali difetti: il ritmo e l’eccessiva lunghezza. Una lunghezza non intesa in senso nominale – e quindi non legata alla durata effettiva in minuti – quanto piuttosto il modo trascinato con cui il regista porta avanti soprattutto la parte finale. Da tre quarti del film in poi si ha la sensazione che la trama stia sfuggendo di mano e stia subendo degli inserimenti – sia narrativi, sia di maniera – che appesantiscono molto la visione. Inoltre, il finale per certi versi prevedibile – mi riferisco in particolar modo alla risposta al proverbiale quesito cui prodest? – contribuisce al sorgere di tali impressioni.
Eddington è un film ambizioso che si muove pericolosamente sull’orlo di un baratro per tutta la sua durata; come sempre nella polarizzante carriera di Aster, sta allo spettatore decidere tra equilibrio precario e rovinosa caduta.
Il film vedrà il buio delle sale italiane a partire dal 17 ottobre.
Sebastian Angieri