Portland e la prova di forza di Trump: quando l’eccezione diventa la norma

Portland e la prova di forza di Trump: quando l’eccezione diventa la norma

Portland diviene l’epicentro dello scontro tra il governo federale e gli Stati. Donald Trump tenta di schierare la Guardia Nazionale contro il volere dei governatori e dichiara il movimento Antifa come gruppo terroristico. Una nuova escalation che minaccia di ridefinire i confini della democrazia americana.

Nella città simbolo del progressismo americano, Donald Trump ha riaperto un fronte che intreccia politica, legalità costituzionale e potere militare. Il 27 settembre, con l’ennesimo post su Truth Social, il presidente ha annunciato l’invio della Guardia Nazionale per “proteggere Portland, devastata dalla guerra” e difendere gli uffici dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), “sotto assedio da parte di antifa e di altri terroristi domestici”. Ventiquattro ore dopo, il Pentagono formalizzava l’ordine: 200 membri della Guardia Nazionale dell’Oregon in missione per sessanta giorni. La risposta delle autorità locali è stata immediata e netta. “Le nostre comunità sono sicure e tranquille”, ha replicato la governatrice Tina Kotek opponendosi al dispiegamento delle forze armate. Il sindaco Keith Wilson ha rincarato la dose, ricordando che la criminalità è ai minimi storici: gli omicidi sono calati del 51% rispetto all’anno precedente. “Il numero di truppe necessarie è zero”, ha dichiarato. Ma ormai lo scontro politico è aperto, e Portland è diventata il campo di battaglia dove si decide fino a che punto può spingersi il potere presidenziale.

Proteste e precedenti: il 2020 come spartiacque

Per capire l’attuale escalation bisogna tornare indietro di cinque anni. Nel 2020, Portland divenne l’epicentro delle proteste Black Lives Matter, e Trump non esitò a inviare forze federali nella città,  ignorando le richieste delle autorità locali. L’allora governatrice Kate Brown accusò pubblicamente l’amministrazione di usare Portland come “opportunità politica”, sostenendo che il dispiegamento “infiammò piuttosto che calmò la situazione”. Oggi la storia sembra ripetersi. Le proteste davanti agli uffici dell’ICE continuano con regolarità. Ma secondo gli osservatori sul campo, la situazione è lontana dall’essere un’emergenza: le manifestazioni sono state limitate, contenute, in gran parte pacifiche. Eppure il giorno prima dell’annuncio di Trump, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale pubblicava un comunicato stampa in cui documentava quella che definiva “violenza antifa”, attribuendo ai “rivoltosi affiliati ad antifa” la responsabilità delle proteste. Un comunicato che sembrava aver l’intenzione di preparare il terreno per l’intervento militare.

Antifa e NSPM-7: la criminalizzazione del dissenso politico

L’invio delle truppe a Portland si inserisce in una strategia più ampia. Meno di una settimana prima dell’annuncio, il 22 settembre, Trump firmava un ordine esecutivo che designa ” Antifa” come “organizzazione terroristica domestica”. Il documento descrive il movimento come “un’impresa militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema di legge“, ordinando alle agenzie federali di “indagare, interrompere e smantellare qualsiasi operazione illegale“. La tempistica non è casuale. L’ordine arriva in risposta all’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, anche se i motivi del sospettato, Tyler Robinson, non siano ancora chiari. Ma per Trump è bastato: l’episodio è diventato la giustificazione per una repressione più ampia contro i movimenti di sinistra. Pochi giorni dopo, l’amministrazione alzava ulteriormente il tiro approvando il National Security Presidential Memorandum 7 (NSPM-7), che amplia i poteri di intelligence e del Dipartimento di Giustizia contro movimenti considerati “anti-americani”. Il documento non si limita a gruppi violenti: include tra i bersagli posizioni politiche come l'”anti-capitalismo”, l'”anti-cristianesimo” o l'”ostilità verso i valori tradizionali americani”. Tuttavia, negli Stati Uniti non esiste alcuna legge sul terrorismo domestico. Il Cato Institute ha definito l’ordine presidenziale “idiotico a più livelli”: non si può designare come terroristica un’idea o un movimento privo di struttura organizzativa, e soprattutto non esiste alcuna legge che conceda al presidente questo potere. Per i critici, l’ordine rischia di violare i diritti del Primo Emendamento, trasformando l’apparato di sicurezza in uno strumento politico contro il dissenso. L’American Civil Liberties Union e il Brennan Center for Justice hanno denunciato una “strategia autoritaria” che mira a intimidire i cittadini e normalizzare la presenza militare nelle strade. L’etichetta “terroristi domestici”, secondo gli analisti, serve a mascherare l’obiettivo reale: schiacciare qualsiasi forma di opposizione organizzata all’amministrazione.

La questione legale e il Posse Comitatus Act

Il cuore della disputa, però, è prettamente giuridico. La procura dell’Oregon ha trascinato l’amministrazione Trump in tribunale federale, accusandola di aver violato il Posse Comitatus Act (PCA). Il PCA, approvato nel 1878, è uno dei pilastri fondamentali della democrazia americana: vieta categoricamente l’uso dell’esercito nelle attività di ordine pubblico, salvo esplicita autorizzazione del Congresso. Nato per impedire l’interferenza militare nella vita civile dopo la Ricostruzione negli Stati del Sud, stabilisce un principio chiaro: le forze armate non devono mai diventare uno strumento per garantire l’ordine civile. L’unica eccezione prevista è l’Insurrection Act, che il presidente può invocare per reprimere ribellioni o in caso di emergenze nazionali. È un provvedimento storicamente raro, usato solo una trentina di volte in duecentocinquant’anni e quasi sempre su richiesta dei governatori. L’amministrazione, tuttavia, ha tentato di fare ricorso al Titolo 10 del codice degli Stati Uniti che regola l’utilizzo delle forze armate per federalizzare la Guardia Nazionale. Questa operazione sfrutta una zona grigia legislativa: quando la Guardia opera sotto il comando dei governatori (Titolo 32), non è considerata parte dell’esercito federale e può svolgere compiti di polizia. Ma quando “ federalizzata” e messa sotto il comando del presidente, la Guardia Nazionale diventa a tutti gli effetti parte dell’esercito statunitense. A questo punto, le truppe dovrebbero essere vincolate dal Posse Comitatus Act, non potendo compiere arresti, pattugliare le strade o sostituire la polizia.Per aggirare questo vincolo senza dover dichiarare un’insurrezione (cosa difficile da sostenere in tribunale) , l’amministrazione ha utilizzato una scorciatoia legale: ha federalizzato le truppe con il Titolo 10 e ha invocato il cosiddetto “principio protettivo”. Si tratta di un’interpretazione più recente secondo cui l’esercito può proteggere personale e proprietà federali senza che l’azione sia catalogata come ordine pubblico. Il Segretario alla Difesa Hegseth ha giustificato l’azione sostenendo che “incidenti violenti stanno impedendo l’esecuzione delle leggi degli Stati Uniti in Oregon”. L’argomento tuttavia non sembra essere stato accolto dai giudici federali, i quali hanno statuito che la situazione a Portland non giustificava né la federalizzazione della Guardia né, tanto meno, il suo impiego per compiti di polizia civile.

Il braccio di ferro con la magistratura

Il 4 ottobre, la battaglia legale ha raggiunto un punto di svolta. La giudice federale Karin Immergut — nominata  da Trump stesso nel suo primo mandato — ha emesso un’ordinanza temporanea che blocca la federalizzazione e il dispiegamento delle truppe dell’Oregon a Portland. Nella sua decisione, la giudice ha richiamato i limiti fissati dal Posse Comitatus Act e ha ribadito l’importanza del rispetto dello stato di diritto. Una vittoria, almeno temporanea, per la città. Ma l’amministrazione Trump non si è arresa. Poche ore dopo la sentenza, la Casa Bianca ha tentato di aggirare il blocco cercando di inviare a Portland membri della Guardia Nazionale federalizzata di altri stati, principalmente dal Texas e dalla California. Una mossa che ha costretto la giudice Immergut a convocare un’udienza d’emergenza virtuale in piena notte per emettere una seconda ordinanza che blocca l’invio di truppe da qualsiasi stato americano. Le reazioni sono state durissime. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha denunciato “un abuso sconcertante della legge e del potere” e ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio l’amministrazione. Il 5 ottobre, lo stesso Newsom ha lanciato un allarme: ” L’America è sull’orlo della legge marziale. Non rimanete in silenzio”. La governatrice Kotek ha risposto con altrettanta fermezza: “L’unica minaccia che affrontiamo è alla nostra democraziaed è guidata dal presidente Donald Trump”. Nel frattempo, l’amministrazione ha presentato appello alla Corte d’Appello del Nono Circuito, e sul campo la tensione continua a crescere. Gli uffici dell’ICE sono diventati il punto focale di proteste notturne contro l’annuncio presidenziale. Centinaia di manifestanti si radunano regolarmente davanti alla struttura, mentre sindacati, gruppi civici e organizzazioni progressiste hanno convocato una mobilitazione di massa contro quella che definiscono “l’invasione federale”.

La normalizzazione della presenza militare

Portland, però, non è un caso isolato. È solo l’ultimo episodio di una strategia molto più ampia. Nel suo secondo mandato, Trump ha fatto un uso dell’esercito per scopi domestici senza precedenti nella storia americana recente , sollevando preoccupazioni crescenti sull’uso della forza militare per soffocare il dissenso contro un governo sempre più impopolare. I numeri parlano chiaro. A giugno, Trump ha dispiegato duemila membri della Guardia Nazionale e settecento Marines a Los Angeles per reprimere le proteste contro le politiche sull’immigrazione — una mossa che un giudice federale ha successivamente dichiarato illegale. Ad agosto ha dispiegato la Guardia Nazionale e agenzie federali a Washington D.C., federalizzando perfino la polizia locale con il pretesto di combattere il crimine, nonostante i tassi di criminalità fossero in calo da anni. L’amministrazione ha anche minacciato apertamente di dispiegare truppe in diverse altre città amministrate dai Democratici. In totale, nel corso del 2025, Trump ha dispiegato circa trentacinquemila truppe federali in almeno cinque stati — Arizona, California, Florida, New Mexico e Texas — e ora anche in Oregon. È la prima volta in epoca moderna che l’esercito americano opera con continuità nelle strade delle città statunitensi in tempo di pace. Gli esperti costituzionali sono allarmati. Il Brennan Center for Justice ha avvertito che “la politica americana si sta abituando alla presenza dei militari in situazioni non emergenziali”, un fenomeno pericolosissimo per una democrazia. L’ACLU parla esplicitamente di “una tendenza autoritaria che erode i confini tra sicurezza nazionale e ordine pubblico locale”. La Guardia Nazionale — che non è addestrata né equipaggiata per compiti di polizia civile — viene impiegata per presidiare edifici federali, sorvegliare quartieri e, in alcuni casi, accompagnare agenti dell’immigrazione durante operazioni di detenzione. Il modello che si sta consolidando preoccupa quanto i numeri: soldati federalizzati contro la volontà dei governatori, impiegati per compiti di polizia civile, schierati non in risposta a emergenze reali ma come strumento di pressione politica contro amministrazioni locali di colore politico opposto. È una dinamica che ricorda più i regimi autoritari che la tradizione democratica americana.

 

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