Nuove accuse per il procuratore capo Karim Khan, ancora ostacoli all’operato della Corte Penale Internazionale
La guerra di Israele continua a espandere i suoi confini. Martedì l’attacco alla delegazione di Hamas a Doha, in Qatar, ha messo una seria ipoteca sui negoziati per la fine della guerra a Gaza, oltre a rappresentare una palese violazione del diritto internazionale. Un attacco nel territorio di un Paese non coinvolto nel conflitto e in piena impunità. La notte precedente un video ha mostrato il (presunto) attacco di un drone su una delle barche della Global Sumud Flottilla.
Ma si tratta solo degli ultimi episodi di un’escalation che appare senza fine. Affermare che non è un bel momento per il diritto internazionale ormai sembra un eufemismo, nonostante il genocidio in corso e i continui rimandi delle trattative estive sulla guerra in Ucraina. Tuttavia è indubbio che non sia un buon momento per la Corte Penale Internazionale i cui tumulti attuali potrebbero essere causa e conseguenza del clima di insicurezza globale a cui assistiamo.

Il 16 maggio di quest’anno, dopo aver riferito al Consiglio di Sicurezza ONU sulla situazione in Libia, Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale dal 2021, decide di autosospendersi dal suo incarico fino alla fine dello svolgimento delle indagini contro di lui. Un anno prima, infatti, gli erano state mosse pesanti accuse su molestie sessuali a danno di una collega. In attesa della conclusione delle indagini, sono in molti nel giornalismo internazionale a collegare il tempismo di tali accuse con i mandati d’arresto a carico del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della difesa Yoav Gallant, per crimini contro l’umanità. Khan stesso, in un post su X, ha dichiarato che le accuse rientravano in un più generale clima di minacce e attacchi contro di lui e di un tentativo di delegittimare l’operato della Corte. A novembre scorso arriva una seconda accusa di aggressione sessuale, ma entrambe le indagini vengono chiuse per mancata collaborazione della denunciante. Pochi giorni fa, una seconda donna ha denunciato Karim Khan all’organismo delle Nazioni Unite che sta conducendo indagini e interviste sulla cattiva condotta del procuratore, per aver subito – riporta il Guardian – avances indesiderate dall’uomo all’inizio della sua carriera, nel 2009.
Le indagini sul Khan, delle quali si attende l’esito, sono state affidate all’organismo indipendente per volontà del procuratore stesso. In effetti le accuse al procuratore capo sono solo uno dei problemi che la Corte penale deve affrontare negli ultimi anni. Storicamente avversata dagli Stati Uniti di Trump, è stata colpita da pesanti sanzioni durante il suo primo mandato, nel 2020, e tuttora subisce pesanti pressioni da parte degli Usa. Il 6 maggio 2024 dodici senatori repubblicani statunitensi (tra cui Ted Cruz e il segretario di stato Marco Rubio) hanno scritto una lettera alla CPI per criticare la scelta di Khan di emanare i mandati
d’arresto per Netanyahu e Gallant. Un’altra lettera precedente, datata 1 novembre 2024, inviata da sei senatori capeggiati da Lindsey Graham criticava la decisione di emanare i mandati d’arresto e rivendicava il principio di complementarità secondo il quale la Corte non dovrebbe perseguire crimini che possono essere giudicati dai tribunali nazionali di paesi democratici: i senatori avrebbero chiesto, pertanto, un incontro tra delegati della Corte e funzionari israeliani previsto il 20 maggio 2024 che doveva servire a richiamare i mandati, incontro annullato dal procuratore Khan il giorno stesso. Secondo l’inchiesta di Middle East Eye, per recarsi all’incontro con i funzionari il procuratore avrebbe chiesto un’autorizzazione da parte di Israele a visitare Gaza, lettera mai arrivata. Già l’amministrazione Biden, al momento dell’annuncio, fu colta fortemente di sorpresa dai mandati
d’arresto. Khan stesso, dopo la impopolare decisione della corte, ha lasciato intendere che forze esterne stavano cercando di ostacolare le sue indagini. Su tali ostacoli la stampa internazionale ha parecchio indagato in questi mesi.
Secondo Associated Press, la campagna di influenza di Israele contro la Corte non è recente: iniziata da quando la CPI ha riconosciuto la Palestina come membro e più precisamente proprio da quando nel 2015 ha aperto un’indagine preliminare sulla situazione nello Stato di Palestina, ha colpito attraverso il Mossad la predecessora di Khan, la gambiana Fatou Bensouda, durante il suo incarico di indagare sui crimini di guerra in Cisgiordania. «Un tribunale creato per l’Africa e per i poco di buono come Putin non deve occuparsi di Israele», stato democratico seppur genocidario. Queste alcune delle testuali intimidazioni alla Corte, come ha dichiarato il procuratore in un’intervista. Negli ultimi dieci anni le agenzie di intelligence israeliane avrebbero preso di mira alti funzionari della CPI. Lo stesso Netanyahu, nei giorni precedenti all’annuncio delle accuse di crimini di guerra mosse da Khan, aveva invitato le democrazie del mondo «a usare tutti i mezzi a loro disposizione» per impedire alla corte di commettere quello che aveva definito un «oltraggio di proporzioni storiche».
Sempre stando alle indagini di Middle East Eye in merito, Khan era stato avvertito a maggio, diversi mesi prima di emanare i mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant, che se non fossero stati ritirati subito, lui e la CPI sarebbero stati «distrutti». Le minacce, sostiene MEE, si sono intensificate quest’anno, quando è stato riferito che Khan stava cercando mandati di cattura per altri ministri israeliani, e in concomitanza con ulteriori fughe di notizie dai media sulle accuse di aggressione sessuale, che sono seguite alle accuse di molestie con tempismi altrettanto sospetti. Il mese scorso, gli Stati Uniti hanno imposto ulteriori sanzioni a quattro giudici della corte, accusandoli di «azioni illegittime» nei confronti degli Stati Uniti e di Israele. Secondo alcune ong per i diritti umani in realtà Khan è stato piuttosto lento e titubante nel perseguire i crimini di guerra israeliani. Prima di ipotizzare l’invio dei mandati d’arresto Khan aveva avviato indagini indipendenti da un
collegio di avvocati di spicco (tra cui Amal Clooney) e, poco più di un mese dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, si era recato nei luoghi colpiti, aveva visitato i kibbutz e a Ramallah, in Cisgiordania, promettendo indagini e chiarimenti sulla situazione palestinese. Sono passati diversi mesi e procedure ignote a noi profani tra la decisione di emanare i mandati d’arresto, il 16 marzo 2024 e l’emanazione effettiva a novembre.
In questi mesi si susseguono ostacoli, minacce, intimidazioni in quello che è stato definito nello scambio di messaggi tra Khan e la sua accusatrice, esaminati da MEE, «un gioco più grande». Risale ad aprile dello scorso anno, poco dopo la comunicazione alla Casa Bianca della decisione sui mandati d’arresto, la telefonata del primo ministro inglese David Cameron a Khan nella quale, con toni aspri e minacciosi, gli viene detto che richiedere mandati di cattura per Netanyahu e Gallant sarebbe stato «come sganciare una bomba all’idrogeno». Cameron ha minacciato che se la CPI avesse emesso mandati di cattura nei confronti dei leader israeliani, il Regno Unito avrebbe «tagliato i fondi alla corte e si sarebbe ritirato dallo Statuto di Roma». Impoverire la Corte e delegittimarla chiudendo i rubinetti sarebbe quindi una strategia condivisa da USA e Regno Unito. Le difficoltà per il procuratore (e per le decisioni della Corte) arrivano però anche dall’interno: l’assistente speciale di Khan, parte del team incaricato di indagare sui crimini in Palestina, Thomas Lynch, coinvolse addirittura la moglie di Khan per convincerlo a non emanare i mandati d’arresto e chiese alla Corte la sua sospensione. Modificò inoltre il comunicato stampa redatto dal procuratore dopo il suo viaggio in Israele edulcorandolo secondo i consigli e le dichiarazioni di funzionari israeliani e alterando i consueti toni neutrali di Khan.
L’ultimo tentativo di mettere i bastoni tra le ruote al procuratore (e di conseguenza alle indagini della CPI sui crimini di Israele prima e dopo il 7 ottobre) prima di autosospendersi a maggio di quest’anno vengono da Nicholas Kaufmann, avvocato inglese di origini israeliane che si propone di dare l’opportunità al procuratore di «rimediare agli errori commessi» e cioè ai mandati di cattura: l’irrifiutabile proposta sarebbe quella di renderli privati e appellarsi al principio di complementarità. Tentativo riuscito, almeno in parte: i nuovi mandati di cattura per Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, i principali alleati di estrema destra di Netanyahu, per il loro ruolo nell’espansione degli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata, che il procuratore si preparava ad emettere a maggio 2025, sono rimasti sospesi, o privati. Insomma non è dato sapere al pubblico se sono stati
emessi o meno.
Una volta completata l’indagine dell’organismo di controllo delle Nazioni Unite, i risultati saranno esaminati da un gruppo di esperti giuristi che consiglieranno l’organo direttivo della CPI se dovesse essere necessario intraprendere azioni nei confronti di Khan. Al di là della condotta privata, da quando a febbraio gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni, a Khan in quanto procuratore rappresentante di un’istituzione globale, è stato revocato il visto americano e alla moglie e ai figli è stato vietato di viaggiare nel Paese. I suoi conti bancari sono stati congelati e le sue carte di credito sono state annullate nel Regno Unito. Il gioco di Israele e dei suoi alleati: colpirne uno per educare l’intera giustizia penale globale.
Angela Galloro