Il viaggio di Netanyahu in USA per discutere con Trump i dettagli della possibile tregua con Hamas viene dopo un’accurata riorganizzazione, nelle ultime settimane, dell’apparato di sicurezza israeliano. Dopo il 7 ottobre 2023 e la conseguente reazione genocidaria di Israele nella Striscia di Gaza, seppur dichiarando di agire in nome della sicurezza del suo paese, le scelte intraprese in tema di sicurezza nazionale da parte del primo ministro sono state portate avanti con metodi dubbi e in chiara violazione del diritto interno e internazionale.
Il caso Ronen Bar
Ronen Bar, storico direttore dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno israeliano) dal 2021, ha rassegnato le dimissioni il 15 giugno 2025. O meglio, è stato licenziato.
“Il Primo Ministro è responsabile della sicurezza dello Stato, a maggior ragione durante una guerra su più fronti”. Sono queste le parole pronunciate da Netanyahu, in occasione del licenziamento di Ronen Bar dal ruolo di capo dello Shin Bet e della nomina di David Zini a suo successore. Nel marzo 2025, infatti, il Primo ministro ha annunciato di voler procedere con il licenziamento del capo dei servizi di sicurezza interna, motivando la scelta con una “perdita di fiducia, personale e professionale” nella gestione della sicurezza, soprattutto in seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 (definito “la peggior falla nella storia di Israele”). Ma, molto probabilmente, questa decisione nasconde dei retroscena politici. Fin da subito, agli osservatori è sembrato chiaro che ci fosse qualcosa di molto strano nella narrazione di Netanyahu, anche perché, se la discriminante è la delusione per il fallimento del 7 ottobre, andrebbe licenziato anche il Direttore del Mossad (così come tutti i vertici dell’esercito).
Bar non si è mai tirato indietro rispetto ai propri doveri, essendo uno dei pochi ad assumersi, fin da subito, la responsabilità per il massacro. Aveva, altresì, chiarito che si sarebbe dimesso, ma non prima di aver cercato di fare tutto il possibile per liberare gli ostaggi tenuti da Hamas nella Striscia di Gaza. I rapporti tra Bar e Netanyahu sono sempre stati tesi, ma quando il capo dello Shin Bet ha consegnato il report sui fatti del 7 ottobre, la situazione è peggiorata. Nel documento, infatti, veniva denunciata “una politica di silenzio che ha permesso ad Hamas un massiccio rafforzamento militare” e accusato l’ufficio del primo ministro per aver occultato informazioni e prove che dimostravano come l’esercito e l’intelligence avessero avvertito il governo assai prima dell’inizio degli attacchi. Preme evidenziare che la priorità dello Shin Bet è la lotta al terrorismo, ma si occupa anche della sicurezza interna di Israele (dovendone difendere il sistema democratico). Da qui emergono le vere motivazioni che hanno portato al licenziamento, dall’ovvio contorno politico.
Infatti, Bar, ha avviato alcune indagini che hanno portato all’inchiesta “Qatargate”. Questo scandalo, che ha scosso l’opinione pubblica israeliana, riguarda presunti finanziamenti illeciti da parte del governo di Qatar ad almeno due membri dello staff del primo ministro: Jonatan Urich ed Eli Feldstein. Si tratta, rispettivamente, del consigliere per la comunicazione del partito Likud e del portavoce per gli affari militari. Entrambi sono stati arrestati a marzo 2025 con l’accusa di aver ricevuto denaro per promuovere gli interessi di Doha in Israele, nonostante i due paesi (formalmente) non intrattengano alcuna relazione diplomatica. In pratica, sponsorizzare un’immagine positiva del Qatar, nel momento in cui mediava tra Israele e Hamas.
A proposito della Palestina, la politica di Bar ha assunto due forme. Sebbene abbia optato per il pugno duro nei confronti di Hamas e del Jihad islamico, egli credeva nella collaborazione con l’ANP (capendo che ciò sarebbe stato vitale per prevenire l’espansione dei due gruppi e per garantire una certa stabilità nella Striscia e in Cisgiordania). Questo approccio non è ovviamente piaciuto a Netanyahu e al suo entourage.
Ma, molto probabilmente, la rottura con Netanyahu si è consumata quando Ronen Bar aveva messo in guardia il Primo ministro dal continuare con la politica dall’ultradestra di Ben Gvir e Bezalel Smotrich (che, con la loro politica, fomentano la reazione palestinese). In sintesi, egli ha aspramente criticato la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. Bar ha preso posizione contro il cosiddetto “terrorismo ebraico”, definendo le aggressioni dei gruppi estremisti come una minaccia per la sicurezza nazionale, oltre che per la stabilità interna.
Bar ha assunto la carica nel 2021, con l’obbligo di ricoprire il mandato di cinque anni. Nonostante un braccio di ferro con la Corte Suprema israeliana (che ha ritenuto la rimozione di Bar illegittima, in quanto senza basi giuridiche e in un momento in cui Netanyahu- in quanto coinvolto nell’indagine Qatargate- si trovava in conflitto di interessi), il Primo ministro è riuscito a vincere lo scontro con la magistratura. Bar ha rappresentato un potere, quello dei servizi segreti, che non si piega alle volontà del governo, ma che cerca di garantire in tutti i modi la sicurezza del proprio Paese. Dovendo anche pagare un prezzo per questo.
In attesa che David Zini, ex generale dell’IDF, diventi il nuovo Direttore dello Shin Bet (nonostante la magistratura reputi invalida e illegale tale nomina), è “S” (il vice di Bar) ad aver assunto la carica ad interim. La paura di Bar, degli oppositori politici di Netanyahu e dei suoi critici nell’opinione pubblica, è che il Primo ministro possa questa volta aver scelto una persona di suo gradimento come vertice dello Shin Bet.
Il fronte palestinese
Dalla primavera del 2025, il conflitto tra Israele e Hamas si è caratterizzato da nuovi approcci militari. Molto probabilmente, ciò è dovuto alla nomina di Eyal Zamir a capo dell’esercito israeliano, lo scorso marzo. Zamir condivide la stessa linea di pensiero di Netanyahu, ovvero intensificare le azioni militari nella Striscia per sconfiggere definitivamente l’organizzazione palestinese. A differenza dei suoi predecessori, i quali provenivano dai reparti speciali, egli è stato un carrista: un dettaglio non da poco, in quanto il suo passato lo porta a preferire le grandi azioni militari terrestri, con tanto di controllo prolungato del territorio. Questo cambio al vertice è percepibile in alcune operazioni nella Striscia di Gaza.
Innanzitutto, c’è stata l’apertura del “Morag Corridor”. Si tratta di un corridoio di sicurezza, ampiamente spianato e militarmente controllato, creato dall’IDF all’inizio dello scorso aprile, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, tra Rafah e Khan Younis e che si estende da est a ovest, dal confine israeliano al mar Mediterrano. La conquista di questo territorio, a detta di Israele, è stata fondamentale in una strategia più grande di mettere sotto pressione ad Hamas e ottenere il rilascio degli ostaggi. Insieme al “Philadelphi Corridor”, che corre lungo il confine con l’Egitto, e al “Netzarim Corridor”, conquistato nel marzo scorso e che si estende tra il nord di Gaza city e il resto dell’enclave, si tratta di un modo per dividere la Striscia. Infatti, con un territorio diviso in tre parti, risulta facile per Tel Aviv conseguire tre obiettivi (oltre a quello ufficiale, proclamato da Netanyahu): consentire movimenti sicuri all’esercito israeliano; controllare, con più facilità, la popolazione palestinese; avere, di conseguenza, un controllo più semplice della Striscia di Gaza.
Se queste zone cuscinetto, tra le aree urbane controllate da Hamas e l’IDF, da una parte massimizzano gli scopi di Israele, dall’altra peggiorano notevolmente le condizioni di vita (già precarie) della popolazione palestinese
Più recentemente, il 18 maggio scorso, Israele ha lanciato l’Operazione “Gideon’s Chariot”, un’importante offensiva militare sulla Striscia di Gaza. L’obiettivo dichiarato da Netanyahu e dal suo establishment, come sempre, è la liberazione degli ostaggi e la distruzione definitiva di Hamas. Questo può avvenire solo con un’azione ancora più intensa e con l’IDF che “a differenza del passato, resterà in ogni area [che conquisteranno] per impedire il ritorno del terrorismo e per sventare e contrastare qualsiasi minaccia”. Così ha affermato Israel Katz, Ministro della Difesa. Pertanto, questo piano prevede tre fasi: pressione iniziale (con la distruzione delle infrastrutture militari e di governo di Hamas, preparazione del sud di Gaza per accogliere civili sfollati); effettivo trasferimento dei civili in tali aree; manovra militare, con l’ingresso dell’IDF nelle aree sgomberate per eliminare i militanti rimasti e consolidare una presenza militare duratura.
Non tutti, però, sembrano condividere la linea dura di Netanyahu e della sua cerchia. Tra questi, un gruppo di 41 ufficiali militari e riservisti dell’intelligence militare israeliana ha annunciato che non parteciperà più alla guerra a Gaza, denunciando ordini “chiaramente illegali” emanati dal governo, che secondo loro conduce a una “guerra eterna e inutile” per motivi politici e non strategici. A questi si aggiunge un gruppo di oltre 250 ex agenti del Mossad (tra i quali anche tre ex Direttori) i quali hanno criticato il ritorno alla guerra a Gaza, in un clima di crescente frustrazione per il mancato rientro degli ostaggi rimasti nelle mani di Hamas. Il gruppo ha dato l’appoggio a una lettera firmata dai veterani dell’aeronautica e dai riservisti, che esortava il governo israeliano a dare priorità al rientro degli ostaggi rispetto alla lotta contro Hamas a Gaza. Ma poiché la carriera politica di Netanyahu dipende dalla guerra nella Striscia, è molto probabile che egli continuerà in questa direzione. Molti dei suoi interessi politici e personali sono, infatti, legati a questo lungo conflitto.
Sebastiano Silvi