C’era una volta il Made in China sinonimo di scarsa qualità, imitazione a buon mercato e copia spudorata di altri prodotti. Per un intero decennio, dagli anni ’80 alla fine dei ’90, la Cina è stata considerata la “fabbrica del mondo”, l’epicentro della paccottiglia a basso costo che veniva esportata in tutto il globo, senza alcun marketing alle spalle né tantomeno un brand appeal. Quel periodo appartiene ormai al passato visto che oggi Pechino ha partorito molteplici campioni nazionali in grado, non solo di competere con i rivali occidentali, ma anche di dettare le tendenze globali. Questo vale soprattutto per l’hi-tech, un settore strategico nel quale il Partito Comunista Cinese ha investito svariati miliardi di dollari dedicandogli un’attenta pianificazione.
Attenzione però: se è vero che la Cina ha gettato le fondamenta della propria ascesa tecnologica nel Duemila, all’inizio del nuovo millennio il Dragone era ancora percepito come produttore per conto di terze parti. Certo, è in questa fase che hanno preso piede aziende come Huawei, Lenovo e Haier. Tuttavia, i nuovi campioni nazionali avrebbero spiccato il volo – oltre la Muraglia – soltanto in seguito alla salita al potere di Xi Jinping (2012). È infatti con l’attuale presidente che Pechino ha voltato definitivamente pagina diventando una potenza riconosciuta a livello internazionale. Tra i principali obiettivi di Xi, non a caso, c’era quello di rendere la Cina autosufficiente nelle tecnologie chiave entro il 2025: detto, fatto. Come? Grazie a un piano ad hoc lanciato nel 2015 e denominato Made in China 2025. Ispirandosi ai modelli industriali tedeschi (Industrie 4.0), ma con la differenza di poter contare su risorse statali molto più ampie, i cinesi hanno individuato una decina di settori prioritari da sviluppare all’estremo per trasformare il loro Paese in una potenza industriale avanzata: dai semiconduttori alla robotica, dai veicoli elettrici al biotech, dalle telecomunicazioni all’intelligenza artificiale.
Il risultato è stato eccellente. Dieci anni dopo Made in China 2025, e nonostante la guerra commerciale con gli Stati Uniti, la Cina è diventata leader assoluta nel campo dei veicoli elettrici, della robotica industriale, del 5G e nelle telecomunicazioni, nell’e-commerce e nel fintech, nei droni e nell’intelligenza artificiale. Sviluppi rilevanti hanno riguardato anche il settore dei semiconduttori, le tecnologie spaziali e l’aerospazio civile. Xi ha quindi trasformato alla base il modello industriale cinese, demolendo la vecchia “fabbrica del mondo” per inaugurare una nuova era di sviluppo hi-tech indipendente. Lo dimostrano, per esempio, alcuni brand che abbiamo recentemente imparato a conoscere: Xiaomi (smartphone), Huawei (smartphone e 5G), Alibaba (e-commerce), Byd (auto elettriche) e TikTok (social network). Dal 2012 al 2024, nell’inerzia quasi totale del resto del mondo, Pechino raddoppiava la spesa annuale in R&S – passando da circa 290 miliardi a oltre 490 miliardi di dollari – e creava fondi sovrani e industriali (il Big Fund per i semiconduttori da quasi 100 miliardi).
La Cina ha sempre avuto un problema con il soft power. Ad esclusione dei panda, della Grande Muraglia e della sua cucina, i contenuti culturali cinesi hanno fatto estrema fatica a fare breccia nei cuori dei consumatori occidentali e, per certi versi, anche internazionali. Il Partito ha più volte tentato di pianificare il proprio “potere morbido”, quasi come se fosse un progetto industriale, ma l’esito è coinciso con prodotti freddi, istituzionali e poco emozionanti. La soluzione è arrivata con l’hi-tech: il Dragone ha dominato il settore e adesso sfrutta gli inaspettati traguardi raggiunti per sfornare beni all’avanguardia e a basso costo, di qualità assoluta ma molto più convenienti dei loro omologhi occidentali. I Paesi in via di sviluppo si sono innamorati degli smartphone cinesi, ma anche l’Occidente si sta riscoprendo nudo di fronte al soft power 2.0 di Xi.
Prendiamo Byd: le vendite di veicoli elettrici del colosso di Pechino hanno superato quelle di Tesla in Europa, mentre in Brasile sette auto completamente elettriche su dieci sono prodotte proprio da Byd. Xiaomi, il terzo produttore di telefoni al mondo, ha diversificato l’offerta e adesso vende valigie, lavatrici intelligenti, tablet e pure veicoli elettrici. Gli Stati Uniti e l’Europa, intanto, sono terrorizzati all’idea che i loro super brand possano perdere la sfida contro questi nuovi agguerriti rivali Made in China. Eppure, sia Washington che Bruxelles non riescono a contenere in alcun modo l’onda cinese neppure con dazi e tariffe. Anzi: sono i loro “sistemi” ad aver bisogno dei marchi del Dragone.
Nell’estate del 2024, le Olimpiadi di Parigi e gli Europei di calcio erano sostanzialmente sorrette dalle sponsorizzazioni delle aziende Made in China. A Euro 2024, cinque dei 13 sponsor ufficiali globali erano cinesi: Byd; Ant Group, la società madre di Alipay; Vivo; il produttore di televisori Hisense; e AliExpress, la divisione e-commerce di Alibaba. E non è finita qui perché il successo dell’hi-tech e delle auto elettriche hanno ormai sdoganato tutti gli altri marchi cinesi. Mixue, un fornitore di gelati e bevande fredde, ha detronizzato McDonald’s come la più grande catena di fast food al mondo per numero di punti vendita. Meituan, un’app di consegna con sede a Pechino, continua a crescere. Chagee, una catena di sale da tè, è sulla buona strada per avere almeno 1.300 punti vendita extra Cina entro la fine del 2027. E poi c’è Pop Mart, il produttore di giocattoli che ha contagiato il mondo con le sue bizzarre bambole sorridenti chiamate Labubu, generando un fenomeno culturale che ricorda Disney. Guai a prendersi ancora gioco del soft power cinese.
A marzo, poco prima che Trump intensificasse la sua guerra commerciale contro la Cina, Pechino ha deciso di ridurre la propria esposizione al debito degli Stati Uniti. Le scorte di titoli del Tesoro statunitense controllate dal Dragone sono così diminuite di 18,9 miliardi di dollari, arrivando a quota 765,4 miliardi. Il gigante asiatico, per la cronaca, è sceso al terzo posto tra i Paesi stranieri detentori del debito Usa, dietro a Regno Unito (779,3 miliardi) e Giappone (oltre 1134 miliardi). Per quale motivo la Repubblica Popolare Cinese ha preso una decisione del genere? Sono anni che Pechino è impegnata a diversificare il portafoglio nazionale e, al contempo, a ridurre la dipendenza dal dollaro. L’obiettivo di Xi Jinping è infatti chiaro: creare un sistema finanziario ed economico globale alternativo a quello attuale, basato sul dollaro, e considerato uno strumento di controllo nelle mani dell’Occidente a trazione americana.
L’ultima mossa della Cina potrebbe però essere spiegata almeno in altri due modi. Il primo: il governo cinese si è disfatto di una parte dei titoli del Tesoro Usa per il timore che gli scossoni finanziari innescati dai dazi di Trump possano generare shock del debito americano tali da coinvolgere i creditori. Il secondo: si tratterebbe di una strategia. I Paesi stranieri starebbero facendo capire a Washington di poter usare la loro partecipazione al debito Usa come leva politica nella Trade War.
In teoria Xi potrebbe trasformare le riserve di titoli del Tesoro Usa in un’arma: al presidente cinese basterebbe vendere tutto a un prezzo inferiore del loro valore innescando una svalutazione del dollaro. Si tratterebbe però di un’armageddon da immaginare soltanto in caso di catastrofi irreversibili. Praticare un’azione del genere danneggerebbe anche Pechino, svaluterebbe i suoi asset in dollari, rafforzerebbe la sua valuta (lo yuan), comprometterebbe la produzione economica globale e renderebbe le esportazioni del Dragone più costose. Al momento il gigante asiatico ha ancora bisogno di questa globalizzazione economica. Poi si vedrà.
Federico Giuliani