Marco Piccinelli

Difendere, conservare, pregare: l’ascesi di Giovanni Lindo Ferretti

Difendere, conservare, pregare: l’ascesi di Giovanni Lindo Ferretti

Giovanni Lindo Ferretti

È uscito un nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, si intitola Óra (Compagnia Editoriale Aliberti, pp.114, 12€). Mai come in questo caso la descrizione che segue il titolo spiega, ancor di più, il senso del piccolo volume in oggetto: difendi, conserva, prega. Senza virgole, senza maiuscole, solo gli spazi a separare il triplice invito che viene fornito al lettore e che l’autore dà a sé stesso prima di tutto.

Pensieri, ricordi, parole e preghiere del Giovanni Lindo Ferretti che fu, era ed è: una lettura pesante come un macigno per chi ha conosciuto – e seguito pedissequamente – l’evoluzione del percorso musicale, culturale e politico del cantante dei Cccp, Csi, Pgr; spirituale e autobiografica per chi si accosta solo ora ai suoi scritti.

«Quando prego poi sto bene, comunque meglio. Se non prego è comunque peggio, ma ve l’ho già detto: sono stupido, debole, non aspettatevi granché ne rimarrete delusi».

La soggettività, ad ogni modo, percorre le pagine e le considerazioni conseguenti nella lettura del libro: arrivati all’ultima pagina non ci saranno analisi simili tra i lettori di “Óra” ma solo opinioni contrastanti. Molti, tra coloro che hanno seguito i Cccp fin dall’inizio, reputano terrificante (senza mezzi termini) la svolta ultra cattolica e reazionaria di Ferretti. Non c’è motivo di dar loro torto: il frontman dell’unico gruppo italiano realmente punk, svolta dalla critica al capitale (produci, consuma, crepa) ad un triumvirato di sensazioni che niente hanno a che fare con la contestazione.
È mutata la Regola, come per gli ordini ecclesiastici. Similitudine non peregrina.

«Il pontificato di Benedetto XVI è stato, nella mia vita, un momento di grazia quotidiana. Per una volta, adulto, mi sono sentito in perfetta sintonia. Ogni sua parola, ogni suo gesto, un nutrimento per la mia anima nei miei giorni di uomo. Avrei obbedito ad ogni suo cenno. La sua rinuncia al soglio pontificio è stata un dolore fisico, mi ha annebbiato la mente. Mi ha prostrato. Me ne sono fatto ragione senza comprensione. Una premonizione: l’Europa finisce con il suo ultimo Pontefice. Uno stallo, emerito, sospende il verdetto. Poi? La pena è certa».

Ferretti è del tutto un’altra persona: abbandonare ogni aprioristica considerazione sulla sua conversione è ‘cosa buona e giusta’; provare a incasellarlo, od incastrarlo in qualsivoglia costrizione che lui stesso non si sia dato, potrebbe trarci in inganno e far deragliare i binari della nostra analisi o ragionamento.
In sostanza: “[…] e non abbandonarci alla tentazione”.

Tra le pagine di  Óra , che scorrono via una dopo l’altra, così come la scrittura di Ferretti, senza troppe punteggiature o maiuscole, si è dentro un flusso di coscienza personale e spirituale: tanto nei suoi altri lavori editoriali, nonché nelle canzoni (“Orfani e vedove” su tutte), condanna il suo passato in modo irrevocabile, senza appello per quello che ha condotto fino ad un certo momento della sua vita. Forse, anche ingiustamente: ogni cosa compiuta dall’essere umano definisce la propria identità e concretezza. Cancellarlo con un tratto di penna, o a suon di pubblicazioni, non sembra il mezzo più adatto.

Sostiene Ferretti che aveva abbracciato il suo tempo con ingenuità ripetendo slogan e che ora s’è dato al clericalismo puro e intransigente:

«Continua l’altro compito stabilito: l’ascolto di 40 anni di dischi, ho ripreso CO.DEX il disco che marca il confine della mia vita adulta. Registrato a Berlino tra MCMXCIX e MM. Nuovo secolo nuovo millennio nuovo me. C’è stata la Mongolia / meraviglia d’un mondo d’età ruvida acerba. C’è stata la Jugoslavia / la guerra che compare materiale all’orizzonte. È in atto il mio ritorno a casa / la civiltà Città m’allergica».

Il libro in sé non fornisce nulla di nuovo nell’elemento d’analisi e di conoscenza della conversione di Ferretti: una pubblicazione impreziosita dalle perle dei racconti personali dell’autore, tuttavia il lettore si trova a ripercorrere anni di vita, di carriera, per mezzo delle preghiere e di momenti salienti della vita del cantante. Un’operazione editoriale, in fondo.

Ortoprassi versus ortodossia

Non risparmiando critiche al clero, a sua detta troppo civilizzato, a cui manca spiritualismo e, quasi, dottrina nella prassi, Ferretti rivela quel che in realtà poteva essere percepito solo carsicamente.
Negli anni della gioventù, quando cantava/militava nei Cccp, lo si riteneva il primo alfiere della difesa dell’ortodossia socialista sovietica. O meglio: anche chi si dovesse accostare ora al fenomeno del gruppo punk filosovietico emiliano, avrebbe l’idea di un individuo che, abbandonata l’illusione menzognera della vita occidentale, riesce ad abbracciare l’ideale socialista, inteso come costruzione della propria visione del mondo. Cioè, della propria ideologia.

Man mano che si procede nel contatto con il nuovo corso del cantante dei Cccp/Csi/Pgr, si ha la sensazione dell’esatto contrario: la burocrazia sovietica e l’apparato erano i fattori che più avevano suscitato il fascino di Ferretti. Non già l’afflato dell’ideale o la sensazione della realtà che l’Urss stesse, in un modo o nell’altro, geopoliticamente interpretando: l’altro mondo possibile, agli occhi di Ferretti, era rappresentato dall’autorità e non dalla costruzione della società socialista.

Il lettore accórto se ne avvede subito quando l’autore parla di Benedetto XVI, così come pure egli ha fatto in passato più volte: la sensazione è che a Ferretti manchi l’autorità cui soggiacere.
Dopo avere attraversato varie fasi della propria vita, si è ritrovato nella ciclicità e nella periodicità del rito, con il mondo rurale che aveva abbandonato fin dall’infanzia e dalla pre-adolescenza, tornando ad avvicinarsi a quel vissuto che aveva scansato troppo rapidamente. Sebbene, anche in questo caso, riferimenti cristiani, religiosi e mariani non sono mai mancati nel corso della produzione dei Cccp: il ritornello/litanìa di “Aghia Sophia”, “Madre”, inserita in “Palestina” ne è un chiaro esempio.

«La preghiera apre uno spiraglio che concede al finito di percepire, accedere all’infinito. […] Da che ho ripreso a pregare, non tanto quanto dovrei non meno di quanto riesco – non fatevi illusioni: sono e resto un peccatore, miserevole e anche stupido – mi affido alle preghiere della mia infanzia, pregate da sempre».

Ferretti è, dunque, spirituale, ma anche «cattolico, reazionario e stronzo», come ebbe a dire in un’intervista del 2013 a margine della presentazione di “Fedele alla linea”, proiettato in anteprima alla Cineteca di Bologna .

Ferretti anche contestatore, ma del sé stesso pubblico che non è caduto nell’oblio come avrebbe voluto.

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