Angela Galloro

La questione del merito può risvegliare l’(in)coscienza di classe?

La questione del merito può risvegliare l’(in)coscienza di classe?

Melanconia di classe

Il libro di Cynthia Cruz – Melanconia di classe. Manifesto per la working class, edito da Edizioni Atlantide – dà l’idea di un libro sul passato. Di storia ce n’è, in effetti. C’è la storia del punk inglese, dei suicidi di Ian Curtis, Amy Winehouse, delle pulsioni di morte causate dall’appartenenza alla working class, che vanno a rappresentare l’autolesionismo di intere generazioni. Esiste ancora una lotta di classe? Probabilmente no, non nelle forme di cui parla Cruz, ma esistono ancora privilegi, gradini invalicabili, “soffitti appiccicosi” e crescenti disuguaglianze. E se è vero, come scrive il filosofo sloveno Slavoj Žižek a proposito della lotta di classe, che essa sostiene e funziona da base per tutte le altre lotte, compresa la battaglia culturale, allora forse esiste, è solo sopita, o si muove sotto altre forme, dei clic impercettibili e mascherati da bisogno di uguaglianza.

Esemplare la vicenda della giovane laureata in medicina prima del tempo, un caso mediatico costruito ad arte come un interruttore sociale premuto appositamente per scatenare da un lato una rabbia cieca e un’invidia prevedibile, ma dall’altro il senso dell’ingiustizia. Il punto, in effetti, non è mai stato l’eccellenza, che merita rispetto e ammirazione, bensì la misurazione dell’eccellenza. È ovvio e naturale che sia più facile arrivare primi se gli stalli di partenza sono disallineati dalla nascita, ma questo non sempre si vede quando si portano ad esempio modelli eccellenti, quell’uno su mille che ce la fa.

Gli studenti del San Raffaele, ad esempio, hanno sospettato subito di quei “marcatori invisibili di privilegio” come vengono definiti nel Manifesto della working class: sono le condizioni culturali, l’autocoscienza borghese, la consapevolezza di un proprio modo di vivere e di esistere, di volere e desiderare, alcune solide certezze familiari, economiche e sociali, strumenti di cui si è a conoscenza per stare al mondo, o per “difendersi”.

Sì, difendersi. Quando diventa anche una questione di sopravvivenza: dai dati Istat sui maltrattamenti contro le donne emerge, ad esempio, che nel 13% dei casi le vittime non fossero a conoscenza dell’esistenza di centri antiviolenza ai quali rivolgersi. Eppure difendersi dai soprusi non dovrebbe mai essere un privilegio.
Che ci sia chi può e chi non può in tutti gli ambiti e i contesti è risaputo, ma prenderne coscienza è tutt’altro discorso, in un mondo che fa della retorica del “tutto è possibile”, “tutto si può fare”, “puoi diventare ciò che vuoi” il suo mantra quotidiano.

Cynthia Cruz
Cynthia Cruz

La coscienza di classe di cui parla Cynthia Cruz in Melanconia di classe ha a che fare con il they make you feel small della canzone di John Lennon. Sentirsi “poco”, sentirsi “meno”, fino a “non funzionare più”: una forma di depressione profonda collettiva della classe lavoratrice – nel caso del libro quella degli artisti – che, avendo superato in questi anni il momento della “lotta”, è semplicemente caduta in un avvilimento profondo che si nutre di certa musica e certa cultura facendosi una ragione della posizione subordinata che ricopre. Il punto di vista del libro è un grandangolo sulla subordinazione, su quella consapevolezza di essere brutti, sporchi e cattivi che determina ogni movimento, ogni azione, ogni giornata scolastica o lavorativa, dalla nascita alla morte dell’individuo delle classi lavoratrici.
Ma soprattutto mette in luce l’immobilismo sociale: è decisamente un’altra America quella della Cruz. Non la California della Silicon Valley dove chiunque ha un’opportunità e tutti gli strumenti per inseguirla, ma la California dei lavoratori poveri ed emarginati. L’immobilità di questa classe non dipende solo dall’impossibilità di crescere sulla scala sociale, ma dal fatto che la coscienza della working class diventa per molti orgoglio di appartenenza avviluppando, come una specie di nube tossica, ogni tentativo di crescita.

Di questo immobilismo dovremmo farci una ragione anche noi in Italia, dove sono sempre di più i “lavoratori poveri”. L’elemento che più stupisce dell’ultimo rapporto Caritas pubblicato lo scorso ottobre è proprio la povertà intergenerazionale: i casi di povertà ereditaria sono il 59% con picchi del 66% e 64% nel centro Italia. E, sempre a proposito dei “marcatori di privilegio” è l’istruzione a pesare come causa della vulnerabilità economica: le persone che oggi vivono in stato di povertà provengono da nuclei familiari con bassi titoli di studio e sono proprio i figli delle persone meno istruite a interrompere prematuramente gli studi. Dove i figli sperimentano una mobilità rispetto all’occupazione dei loro padri, si tratta di una mobilità discendente (42% del campione), mentre alla mobilità ascendente non corrisponde un’adeguata retribuzione, vista l’incidenza altissima di lavoratori poveri.
Quanto agli artisti, registi, scrittori, sceneggiatori, cantanti, musicisti di cui parla il saggio, invece, di umili origini, essi non hanno retto lo scontro con la vita, la mentalità, la gente della classe dominante. Arrivati effettivamente dove volevano, diventati “qualcuno”, come sognavano dalle polverose strade della loro infanzia, non sono riusciti ad abbandonare la coscienza che li tiene “fuori luogo”. O forse è la coscienza di classe che non ha abbandonato loro.

Se ad oggi esiste, la lotta di classe si può definire ancora oggi come uno scontro di valori? L’ambizione, il duro lavoro per obiettivi, la fiaba del self made man, la crescita, il tempo libero contro la fatica della sopravvivenza, l’avversione per il suplerfluo e – per gli artisti – la via dell’ozio e della contemplazione? Uno scontro di mondi né più né meno di quello culturale che avviene tra le civiltà e in particolare coi fenomeni migratori, come scrive proprio Slavoj Zizek in <i>La nuova lotta di classe</i> (Ponte alle Grazie, 2016): secondo il filosofo la lotta di classe non è mai scomparsa ma sottende a tutte le altre battaglie. Ci sono le condizioni economico-sociali dei gruppi e delle persone dietro la violenza etnica, le politiche di rifiuto dell’ “altro”, dietro le presunte motivazioni ideologiche o religiose di alcuni delitti.
È coscienza di classe quella che fa capolino nelle forme più diverse? La prima presidente del Consiglio donna in Italia, Giorgia Meloni, nel discorso di insediamento accenna alla sua appartenenza a una classe subordinata. Underdog, si definisce, lo “sfavorito”, quello che nessuno crede possa farcela. Un riscatto personale, certo, ma che parla a nome di tantissimi. Molti, fra quelli che l’hanno votata, ne hanno apprezzato le umili origini, la sua storia e quella della sua famiglia, tra subordinazione e sfortune familiari. Sarebbe assurdo, come sembra stia accadendo che a far riemergere una coscienza di classe siano i movimenti di destra, fatto sta che siamo circondati da segnali che questa consapevolezza esiste e, anche se in modi diversi, unisce.

Anche la lettera scritta dagli altri studenti del San Raffaele, probabilmente appartenenti a realtà diverse, con possibilità economiche tutte differenti tra loro, anche se magari per la maggior parte benestanti o privilegiati, un po’ lo dimostra. La ricerca di un’equità, la possibilità di smascherare e additare i privilegi e anche di sentir rimbombare meno la retorica del merito lì dove le posizioni di partenza sono troppo variegate, possono essere considerate prodromi di una nuova coscienza che alza la testa contro le disuguaglianze?

Tra le nuove denominazioni dei ministeri, quella che ha fatto più discutere è infatti “Ministero dell’Istruzione e del Merito”, che ha pericolosamente collegato l’istruzione, diritto sociale fondamentale, al merito e a tutte le sue variabili. Nel Manifesto per l’uguaglianza di Luigi Ferrajoli, pubblicato da Laterza nel 2018, la caduta degli investimenti nella scuola pubblica, a favore di quella privata, è da considerare una delle cause scatenanti del “deterioramento della democrazia”.
E il lavoro? Dalla crisi del 2008 il lavoro è considerato un privilegio, da servizio che rendiamo in cambio di denaro è diventato il principale valore di realizzazione del sé, come afferma la ricerca Gallup sugli italiani che citano il lavoro come elemento che più di altri dà senso alla vita, pur essendo al primo posto per stress, insoddisfazione lavorativa, tristezza in ufficio e che faticano più dei 38 paesi del campione a trovare un altro impiego in caso di licenziamento. Incastrati in quello che dovrebbe essere uno strumento per il benessere, in definitiva. Anche in questo senso, le cose stanno cambiando: dopo la pandemia si parla di fenomeni come le grandi dimissioni di massa, ma anche di quiet quitting, una sorta di dimissione mentale, un distacco psicologico dal lavoro come unico pensiero e primo movente della nostra vita, pur continuando a svolgerlo.

Si comincia a uscire dalle dinamiche di rincorsa-carriera-competizione-crescita a tutti i costi, frutto dell’economia liberista. Si ricomincia a vedere come diritti quelli che per troppo tempo sono stati considerati privilegi (una sanità efficiente, la maternità e la possibilità di prendersi cura dei figli, il lavoro…).

La coscienza di classe in definitiva è viva o morta?

Per Cynthia Cruz si aggira in un limbo di “non morte”, in cui i suoi appartenenti vagano in uno stato di depressione profonda che – nel caso del mondo degli artisti e dei musicisti di cui scrive – si conclude in un simbolico suicidio. Il punk, nato come fenomeno culturale ostile alle politiche di austerità tatcheriane, muore insieme a loro, insieme alla memoria involontaria di proustiana memoria, quell’ozio che serve all’autocoscienza e alla narrazione di sé, e che pertanto non è consentita alla classe dei lavoratori.

Una delle strategie della classe dominante, sostiene Cruz, è di negare l’esistenza delle classi subalterne, chiudere gli occhi, voltarsi dall’altra parte. Probabilmente negli ultimi anni ci è riuscita, ma se dopo la pandemia le piazze ricominciano a riempirsi forse una embrionale presa di coscienza sta ritornando. Il 18 novembre scorso gli studenti sono scesi in piazza contro le politiche del governo Meloni sull’istruzione in 30 città d’Italia con lo slogan “ma quale merito”.

Forse ci aspettano mesi di proteste, mesi di opposizione, mesi di “No”. Il “no” di Antigone è ciò che è mancato negli ultimi anni, quello che hanno portato avanti i creativi di cui parla l’autrice di Melancolia di classe, la non assimilazione allo status quo, e tradotto all’oggi, la negazione del sistema liberista del merito, della competizione, dell’arrivare primi, quello in cui è l’economia dei grandi mercati a governare la politica.

Condividi

Sullo stesso argomento