Atlante

28 anni dopo – Il tempio delle ossa

28 anni dopo – Il tempio delle ossa

28 anni dopo – il tempio delle ossa rappresenta la quarta iterazione della celebre saga di zombie movie creata da Danny Boyle, tornata al cinema lo scorso anno grazie allo stesso cineasta britannico.

Questa pellicola, sequel diretto di 28 anni dopo, vede la regista statunitense Nia DaCosta alla regia e riprende la narrazione proprio dove si era interrotta lo scorso film. La produzione ha infatti optato per riprese back to back in modo da garantire continuità visiva con le location e gli attori della precedente pellicola. Tuttavia, la distanza che separa questo film dal precedente è ampia, manifesta e significativa. Oltre ovviamente alla differenza stilistica tra i due registi – soprattutto nell’utilizzo degli elementi propri dell’horror e del thriller, che in Boyle rappresentano l’ossatura del film e che in DaCosta, assecondando la storia, diventano quasi accessori – le opere differiscono ampiamente per l’impianto e l’intento comunicativo che le muove.

Nel primo film,  perseguendo il cliché della ricostruzione, i protagonisti appartenevano ad una comunità che cercava di sopravvivere in modo organizzato alla minaccia costante rappresentata dagli infetti; nell’opera della regista statunitense, invece, il focus si allontana dal particolare e si divide: da una parte un gruppo di ragazzi – una sorta di rifacimento dei drughi kubrickiani in salsa apocalittica e satanica – che sparge paura e violenza tra i pochi superstiti; dall’altra, il medico già apparso nel precedente capitolo che stringe un anomalo rapporto di amicizia con un infetto che tenta di curare. Come facilmente intuibile, dunque, l’opera di DaCosta si regge – o meglio, tenta di reggersi – sui tanti contrasti che mette in scena: i due nuclei narrativi di cui è composto il film, che inevitabilmente finiscono per collidere, diventano mezzi attraverso i quali esplicitare gli scontri semantici che, pur essendo la storia ambientata alla fine del mondo civilizzato, non differiscono da quelli che caratterizzano il nostro mondo, apparentemente così differente. La religione contro la scienza, la violenza contro la pietà, la prevaricazione contro l’empatia sono solo alcuni dei conflitti simbolici presenti all’interno della narrazione di 28 anni dopo – il tempio delle ossa. Eppure, proprio in questo desiderio di ampliare il respiro della vicenda messa in scena l’opera della regista statunitense vede il suo difetto più grande.

Tralasciando il discorso legato alla regia – nettamente superiore quella di Boyle sotto ogni punto di vista –  Il precedente film era in grado di comunicare la dimensione metaforica e simbolica della vicenda in silenzio e senza esplicitazioni chiare (eloquente è il rimando alla condizione della Gran Bretagna post Brexit); quest’ultimo invece si perde nel suo desiderio di grandezza: tutto viene trattato con superficialità e, in questo modo, anche gli elementi che potrebbero risultare intriganti perdono il mordente sullo spettatore a causa della mancanza di profondità. Non vi è un solo nucleo narrativo trattato in grado di rompere la barriera  di sufficienza con cui la scrittura e la regia portano avanti la storia: il gruppo di violenti non ha né motivazioni concrete – e soprattutto spiegate allo spettatore – né una caratterizzazione in grado di rendere i personaggi realmente profondi; Spike, il protagonista del precedente film, regredisce al ruolo di comprimario incapace di far nascere nello spettatore un qualsivoglia sentimento di empatia o immedesimazione; il rapporto tra il medico e l’infetto, seppur interessante, è troppo sbrigativo e casuale per suscitare emozioni davvero forti. Nulla, dunque, riesce ad andare oltre il semplice intrattenimento che scaturisce da un mediocre film a metà tra l’horror e lo slasher.

28 anni dopo – il tempio delle ossa rappresenta, purtroppo, un’occasione mancata che tradisce le ottime premesse emerse dal precedente film di Boyle e che in un certo senso ridimensiona le aspettative per il terzo capitolo di questa nuova trilogia.

Condividi