Le ragioni dietro le proteste in Indonesia

Le ragioni dietro le proteste in Indonesia

Sono ancora sconosciute le cause che il 30 settembre hanno portato al crollo di una scuola nella città di Sidoarjo a Giava, dove hanno perso la vita diversi studenti e si scava ancora tra le macerie. Questo è solo l’ultimo degli episodi che stanno contribuendo ad un clima di pessimismo e di generale sfiducia verso le istituzioni.

Tra agosto e settembre in Indonesia si sono verificate le proteste più estese degli ultimi anni, sintomo di una crisi politica e sociale che sta mettendo a dura prova la giovane democrazia del Paese e la leadership del presidente Prabowo Subianto, eletto nell’ottobre 2024. A fine agosto era stata approvata una legge che prevedeva per i parlamentari un’indennità per l’alloggio di circa 50 milioni di rupie al mese (quasi 3.000 dollari), dieci volte il salario minimo di Giacarta. Questa la scintilla che ha portato migliaia di giovani a manifestare nelle piazze principali del Paese.

Già dopo le prime manifestazioni, il governo aveva dispiegato un massiccio apparato di polizia ed esercito per “riportare l’ordine”. Ma il 28 agosto 2025 Affan Kurniawan, un giovane autista di moto-taxi di 21 anni, è stato travolto e ucciso da un veicolo blindato della polizia durante gli scontri a Giacarta. Il caso ha scosso il Paese perché Affan rappresenta milioni di lavoratori precari che, con stipendi bassissimi, sostengono l’economia indonesiana. Il presidente si è scusato con i familiari del giovane e promesso un’indagine accurata, mentre la polizia ha annunciato arresti e sospensioni dei potenziali agenti coinvolti.

Le scuse del presidente non hanno fermato l’ondata di rabbia. Nonostante Subianto abbia revocato l’indennità abitativa ai parlamentari, in pochi giorni le proteste si sono estese ad altre città come Surakarta, Bandung, Lombok e Medan, fino a Makassar nel Sulawesi, dove i manifestanti hanno dato fuoco ad un edificio parlamentare e causato delle vittime.

Le cause profonde del malcontento

La rabbia esplosa nelle strade non è un fenomeno improvviso, ma il risultato di un accumulo di frustrazione economica e sociale ad ogni livello.

“Questa rabbia cresce da anni”, afferma sui social e in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera Abigail Lemuria, co-fondatrice della piattaforma media What is Up Indonesia, che analizza la sociopolitica indonesiana. Il mercato del lavoro arranca, la disoccupazione cresce e all’aumento della pressione fiscale non corrisponde un miglioramento dei servizi pubblici. “L’alluvione che ha colpito Bali l’11 settembre dimostra l’incompetenza nella gestione del territorio”, spiega un driver che preferisce restare anonimo. “Bali, una delle province che contribuisce maggiormente al gettito fiscale del Paese continua a non avere un sistema di raccolta dei rifiuti, nuove costruzioni autorizzate senza valutazioni d’impatto ambientale e cittadini messi a tacere da funzionari che liquidano ogni protesta definendola come opera di esterni”.

Alla crescita del costo della vita e alla disoccupazione si aggiungono quindi la percezione di una corruzione diffusa e un aumento della violenza della polizia, spesso impunita, con una scia di abusi ampiamente documentati da organizzazioni per la difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International.

Un altro fattore che alimenta il malcontento nel Paese è l’estrazione mineraria, settore centrale per l’economia indonesiana ma segnato da sfruttamento, danni ambientali e conflitti sociali. Le comunità locali, come quella di Raja Ampat, denunciano da anni che grandi progetti minerari arricchiscono le élite politiche ed economiche, mentre i territori restano impoveriti, inquinati e privi di servizi. L’impressione diffusa è che lo Stato favorisca gli interessi delle multinazionali coinvolte nella gestione delle miniere, invece di tutelare i cittadini.

Questo contribuisce a rafforzare la sensazione di una democrazia debole e distante, che non risponde ai bisogni della popolazione.

La controversa legge che amplia il ruolo delle forze militari

Nel marzo 2025 il Parlamento ha approvato un pacchetto di modifiche alla legge sulle forze armate che espande l’impiego di militari in ambiti civili e aumenta il numero di incarichi in istituzioni non militari ai quali possono essere assegnati ufficiali in servizio. Diversi attivisti denunciano il rischio di un ritorno alla “dwifungsi” (la doppia funzione politico-militare dell’era del dittatore Suharto caduto nel 1998), cioè alla normalizzazione della presenza militare in ogni settore, dalla gestione dei disastri alla sanità pubblica.

Sul piano legale, diverse petizioni hanno contestato questo processo legislativo. Il 17 settembre 2025 la Corte costituzionale ha però respinto i ricorsi procedurali, mantenendo la legge in vigore mentre proseguono altri esami di merito. Il governo difende la riforma ribadendo che sia necessaria per accelerare alcuni importanti programmi sociali (nutrizione scolastica, produzione di farmaci, agricoltura).

Nel frattempo, una revisione della legge sulla polizia mira ad ampliare i poteri investigativi e di intelligence in materia di intercettazioni, sorveglianza e limitazioni di accesso alla rete internet.

Amnesty International più di una volta ha denunciato violazioni dei diritti umani da parte della polizia nella gestione dell’ordine pubblico. Nel 2022, le 136 vittime della strage nello stadio di Malang sono riconducibili alla violenza repressiva della polizia.

Ora si piange Affan, ieri le vittime di Malang: la sensazione è che il governo non abbia imparato la lezione. Anzi, oggi la situazione rischia di peggiorare perché al quadro si aggiunge il crescente potere dell’esercito.

Il governo tende a considerare le critiche pacifiche una minaccia interna, concentrandosi più sul controllo della narrazione delle proteste che sulle cause sociali alla base del malcontento. Così, anziché favorire una de-escalation, sembra preferire la risposta militare.

Il futuro della democrazia

Dunque, restano vari interrogativi sullo stato della democrazia nel Paese. Per molti analisti, le storture risalgono già al 1998. Dopo la caduta del dittatore Suharto, le élite attorno a lui si sono riorganizzate, presentandosi come democratiche e riformiste. Lo stesso Prabowo Subianto è il genero dell’ex dittatore Suharto, oltre ad essere un ex generale che ha servito nelle campagne militari in Timor Est e in Papua Occidentale. Dopo il congedo nel 1998 si è dedicato agli affari, è stato ministro della Difesa (2019–2024) e nell’ottobre 2024 ha vinto le elezioni presidenziali, presentandosi all’elettorato come un leader “paterno”. Ora si trova davanti alla crisi più seria del suo mandato. Se da un lato ha reso omaggio alla famiglia di Affan e promesso giustizia, dall’altro ha ordinato a polizia ed esercito di “rispondere con decisione” ai disordini. In diverse città sono stati usati gas lacrimogeni e idranti per disperdere la folla.

Il presidente è stato eletto per la sua promessa di migliorare le condizioni di vita degli indonesiani, ma gli interessi dell’élite che lo circonda, uniti a un sistema politico-economico permeato da corruzione, rendono lungo e difficile lo smantellamento dello status quo.

Sul piano fiscale, tra i debiti contratti per le grandi opere dell’ex Presidente Joko Widodo e i programmi populisti lanciati da Prabowo (come la già citata nutrizione scolastica), il rischio è di tagli ai servizi principali come la sanità e riallocazioni poco trasparenti. I fondi pubblici vengono dirottati verso progetti che non creano valore nel lungo termine.

“Alcuni indonesiani non colgono la gravità della situazione”, osserva il driver. “In campagna elettorale sono bastati dei sacchi di riso a comprare consenso, mentre i veri problemi restano irrisolti”.

Cosa chiedono i manifestanti

Dalle piazze indonesiane emergono rivendicazioni lineari: aumento del salario minimo in linea con l’inflazione, la riduzione dei benefit parlamentari (a partire dalle controverse indennità per l’alloggio, fortunatamente già revocate a seguito dei primi disordini di piazza), una riforma profonda delle forze di polizia, che garantisca maggiore responsabilità a chi commette abusi. A queste richieste si aggiunge la necessità di una maggiore trasparenza sull’uso dei fondi pubblici, in un Paese in cui la corruzione è percepita come endemica.

Il presidente Subianto si trova così davanti a un bivio. Da un lato, la tentazione di mantenere la linea dura, rischiando però di esasperare ulteriormente il malcontento; dall’altro, la possibilità di aprire un dialogo autentico con la società. L’Indonesia è la terza democrazia più popolosa al mondo e una delle economie più dinamiche del Sud-est asiatico. Ma le tensioni di queste settimane mostrano la fragilità dell’equilibrio tra istituzioni e società civile.

La morte di Affan Kurniawan è diventata il simbolo di un malessere profondo, il riflesso di un sistema percepito come ingiusto, distante e corrotto. Resta da vedere se il presidente Subianto sceglierà la via delle riforme o la repressione, rischiando di trasformare questa crisi in un punto di non ritorno per la democrazia indonesiana.

 

 

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