Serena Ganzarolli

Un anno dopo Cutro. Nessuna fine in vista agli orrori nel Mediterraneo

Un anno dopo Cutro. Nessuna fine in vista agli orrori nel Mediterraneo

A un anno dal naufragio di Cutro dove morirono in mare 94 persone, di cui 35 minori, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni ha stabilito che il 2023 è stato l’anno più letale di sempre con 2571 morti in mare, registrando un aumento del 60% rispetto all’anno precedente. Quindici giorni dopo Cutro, infatti, 47 persone originarie del Bangladesh sono annegate in un naufragio nelle acque internazionali tra Italia, Libia e Malta. Solo in diciassette si sono salvate. Tre mesi dopo, 600 persone sono morte nella strage di Pylos. Tra questi, molti gli afghani in fuga dal regime talebano. 

Sulla terraferma, le cose non vanno meglio. Con il decreto Cutro del maggio 2023 il governo Meloni ha abolito la protezione speciale con cui era possibile ottenere un permesso di soggiorno di due anni per chi dimostrava di essersi integrato in Italia, aveva opportunità di lavoro o legami familiari. Lo scorso novembre, Meloni ha inoltre stretto un accordo con il presidente albanese Edi Rama con lo scopo di esternalizzare la gestione dei flussi migratori e aprire altri centri per i rimpatri sul suolo albanese.

Il paradosso di questi centri è emerso con forza dirompente con il suicidio di Ousmane Sylla dello scorso gennaio: in assenza di un accordo con lo Stato di provenienza, il rimpatrio dei migranti reclusi è impossibile.

Un sistema di accoglienza caratterizzato da falle e paradossi, quello italiano, recentemente condannato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per violazione dei diritti umani. Nonostante le evidenze, con il Decreto Cutro la presidente Giorgia Meloni ha ribadito l’intenzione di ampliare il numero di centri presenti sul territorio nazionale, stanziando a tale scopo 19 milioni di euro e allungando la durata della detenzione amministrativa nei Cpr a 18 mesi.

Due settimane fa il Senato italiano ha inoltre approvato in via definitiva con 93 voti a favore il disegno di legge che ratifica l’accordo tra Italia e Albania per l’apertura di due centri per i rimpatri in territorio albanese. Finanziati e gestiti dall’Italia, avranno un costo di 500 milioni di euro per i primi cinque anni. I centri albanesi svolgeranno probabilmente la stessa funzione dei Cpr, in quanto nel testo della ratifica si legge che le strutture albanesi serviranno ad accertare «i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e per il rimpatrio dei migranti non aventi diritto all’ingresso e alla permanenza nel territorio italiano». Operazione che si svolgerebbe, quindi, tramite detenzione preventiva. A questo proposito Amnesty International sottolinea in un comunicato che «secondo il diritto internazionale, la detenzione automatica è intrinsecamente arbitraria e quindi illegale». Sono diversi i punti non ancora chiari nell’accordo tra Italia e Albania messi in luce da Amnesty: la detenzione preventiva arbitraria, quindi illegale, e la mancanza di chiarezza sulla tutela dei minori e di altri soggetti vulnerabili come le donne in stato di gravidanza e le persone sopravvissute alla tratta e alla tortura.

Di diritti non rispettati è testimone il dottor Nicola Cocco, infettivologo, che ha visitato 5 centri per il rimpatrio presenti sul territorio italiano: «Nei Cpr ho visto persone con problemi di salute: non vedenti, in sedia a rotelle o con diagnosi di tumore al cervello.» spiega all’Atlante. «Questi sono fatti gravi, perché per inviare i migranti nei centri è richiesta ai medici del sistema sanitario nazionale la “valutazione di idoneità alla vita in comunità ristretta”, che consiste in una visita di meno di 10 minuti con cui il medico, che incontra per la prima volta il paziente, lo giudica idoneo o meno all’invio al Cpr». La valutazione di idoneità è stata introdotta dalla direttiva Lamorgese del 2022: si tratta di un nullaosta che esclude la presenza di patologie, rilasciato da un medico del sistema sanitario nazionale. «La maggior parte dei medici ignora la realtà dei Cpr. Per questo abbiamo promosso una campagna per la presa di coscienza del personale medico e per dichiarare la non idoneità delle persone all’invio in luoghi come i Cpr. Non ci sono i presupposti per farlo».

«Questi centri sono luoghi patogeni in sé» continua Cocco. «Anche i cosiddetti “idonei” ai Cpr finiscono con l’ammalarsi: il centro crea sofferenza perché chi è rinchiuso non capisce il motivo per cui è lì e non conosce il suo destino». Succede così che per uscire si verifichino atti di autolesionismo: «Ho visto persone traumatizzate che, per uscire, si rompevano un braccio apposta, perché a quel punto non erano più idonei alla vita in comunità».

Secondo il dottor Cocco, nei Cpr non è rispettato l’articolo 32 della Costituzione per cui il diritto alla salute è diritto dell’individuo, detenuto compreso: «Nelle carceri il diritto alla salute è più rispettato. Nei Cpr non è garantito perché non c’è accesso alle cure specialistiche, né c’è la presa in carico della salute mentale». Come documentato da diverse inchieste giornalistiche, nei centri ci sarebbe un uso improprio degli psicofarmaci, utilizzati principalmente come strumento per tenere a bada l’angoscia dei reclusi che non comprendono il senso della privazione della libertà: «Anche gli “idonei” si trasformano in vegetali», conclude Cocco.

Persone che dormono sotto la pioggia, violenze, cibo avariato, pessime condizioni igienico-sanitarie: se questa è la situazione dei centri per il rimpatrio sul territorio comunitario, viene da chiedersi quali saranno le condizioni dei futuri centri albanesi, lautamente finanziati da un governo che, a un anno da una delle stragi marittime di migranti più gravi della storia, considera le persone in fuga dai paesi poveri o in guerra non come un fenomeno naturale, ma alla stregua di un’emergenza da gestire in strutture detentive dove i basilari diritti umani vengono scarsamente rispettati.

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