Albertina Sanchioni

TikTok e i social: la nuova frontiera dei trafficanti

TikTok e i social: la nuova frontiera dei trafficanti

TikTok

Il game è riuscito. Siamo in Italia dopo 8 ore. Grazie Gernal Musa”. “Barche buone con motori buoni, direzione Lampedusa, contattami in privato”. Solo alcuni degli annunci che offrono viaggi in Europa, da Tunisia, Libia, Romania, Albania. Video con migliaia di visualizzazioni e commenti, in cui gli utenti chiedono informazioni sul game, il termine che viene dato dai migranti al tentativo di attraversamento della frontiera. In assenza di controlli, i trafficanti utilizzano i propri account per attirare possibili “clienti”, solitamente intercettati per passaparola o in strada.

Se si cerca #GernalMusa, uno dei più attivi su TikTok, ci si imbatterà in video-recensioni registrate alla fine del viaggio, una sorta di premio autenticità dei servizi offerti. “Romania to Italy only pakistani punjabi”, si legge nella bio del profilo. L’account @LybiaItaly – come si intuisce – offre viaggi dalla costa libica fino a Lampedusa, con informazioni sulla data del game successivo. Tanti anche dalla Tunisia, come @bozafree_sfax o #AbbaChakusitaliano, che immortalano barchini pronti a salpare. Come riportato dal quotidiano pakistano Dawn, i trafficanti offrono alternative via mare, camion, taxi o furgone, con tariffe variabili in base alle modalità e al paese di arrivo. I migranti sono accompagnati da un “dunker”, che cambia per ogni Paese, e che deve assicurarsi che tutti i “clienti” siano consegnati al “dunker” successivo che li aspetta al valico di frontiera del Paese vicino. Un’analisi condotta su TikTok rileva come esistano 228 video riportanti in descrizione l’hashtag #RomaniatoItaly nel periodo da agosto 2021 a giugno 2023, per un totale di circa 13.5 milioni di visualizzazioni. #TurkeytoItaly è presente in 381 video, con 35.3 milioni di visualizzazioni.

I diversi account di “Gernal Musa” sono anche presenti su Youtube e Facebook. Gli stessi video pubblicati su TikTok vengono riprodotti anche su queste piattaforme, all’interno di gruppi pubblici con centinaia di commenti e richieste di informazioni. “Romania visa information” e “Taxi game Italy German France Spain” tra quelli con più iscrizioni.

Non solo verso l’Europa: la situazione al confine Messico-Stati Uniti

Su queste stesse piattaforme, attraverso l’utilizzo di hashtag riconoscibili, come #AmericanDream, #SueñoAmericano o #pollero, un termine slang utilizzato tra i trafficanti, decine di account propongono viaggi a pagamento verso gli Stati Uniti. Tra i paesi di partenza, non solo il Messico, ma anche Guatemala, Colombia, Ecuador.

Secondo la BBC, questi account rappresentano il volto social di un’industria illegale di trafficanti che offrono “vie sicure” verso il sogno americano. Viaggi che arrivano a costare fino a 15,000 dollari per arrivare in Arizona e in Texas. Se hai un’auto e vuoi fare soldi facili, scrivimi“, “In partenza questo fine settimana. Le persone dal Messico interessate a passare negli Stati Uniti, mi contattino in privato“. Solo alcuni dei messaggi più diffusi sulla piattaforma. Anche in questo caso, molti video sono testimonianze di “clienti” soddisfatti alla fine del viaggio, altri mostrano trafficanti che guidano gruppi di migranti lungo le rotte conosciute nel subcontinente latino-americano. I prezzi variano da nucleo a nucleo, spesso determinati anche dalla possibilità di pagare in anticipo o successivamente, a rate. Con il rischio che si creino – se questo già non accade – centinaia di migliaia di migranti vittime di tratta, e non più di traffico di esseri umani. Il rapporto con il trafficante, cioè, non si esaurisce a destinazione, ma si resta legati ad esso dal debito. I migranti sono quindi costretti a lavorare per i cartelli, a prostituirsi o all’interno dell’economia illegale dello spaccio, come corrieri della droga.

Le politiche di TikTok nei confronti dei trafficanti

All’interno delle Community Guidelines della piattaforma, si afferma un approccio di “tolleranza zero” nei confronti del traffico di esseri umani. «Rimuoviamo qualsiasi contenuto che violi le nostre Linee guida sullo sfruttamento e banniamo in modo permanente gli account colpevoli», si legge in una nota diffusa l’8 marzo di quest’anno.

La piattaforma ha altresì introdotto il progetto “STOP THE TRAFFIK”: un website che permette di inviare segnalazioni relative al traffico di esseri umani e trovare consigli utili per evitare truffe e adescamenti su TikTok. Si propone di fornire in futuro informazioni aggiornate in base a nuovi trend e modalità di azione. Investigare e intercettare i post dei trafficanti però, che spesso hanno account multipli e di riserva, diventa impossibile quando si utilizzano parole in codice o hashtag specifici che non rimandano direttamente al servizio offerto. L’algoritmo delle piattaforme, infatti, difficilmente individua una violazione in video riportanti hashtag, che, a primo impatto, sembrano meri reportage di migrazioni lungo le rotte più comuni. L’identificazione e l’indagine di possibili casi di tratta risultano quindi complesse a causa dell’uso diffuso della crittografia nelle comunicazioni online, oltre al fatto che sia i trafficanti che le vittime possono mantenere l’anonimato attraverso l’impiego di pseudonimi e VPN.

Il contrasto al cyber-trafficking al centro dell’impegno europeo

Affrontare il cyber-trafficking a livello europeo comporta una serie di difficoltà comuni nell’ambito del diritto digitale. In un’intervista del 2010 al Wall Street Journal, l’allora amministratore delegato di Google Eric Schmidt dichiarò che «l’high-tech va tre volte più veloce di un business comune. E i governi vanno tre volte più lenti di un business comune. Di conseguenza il gap ammonta a nove volte». Il discorso, se affrontato in un quadro più ampio, è applicabile anche agli altri social, così come TikTok, e allo stesso modo al caso del cyber-trafficking.

Riuscire a trovare forme di coordinamento e monitoraggio delle attività online, che siano efficaci e puntuali, richiede competenze digitali avanzate e un coordinamento tra i Paesi europei che difficilmente può essere raggiunto. Attraverso il Piano d’azione per la lotta alla tratta di esseri umani del 2003, l’OSCE ha adottato una serie di impegni a livello nazionale, che prevedono azioni di prevenzione, investigazione e protezione dei diritti delle vittime. A questi, nel 2013 si è aggiunto il partenariato, con lo scopo di «adottare misure, ove opportuno, per rafforzare le capacità di monitorare, individuare, indagare e interrompere tutte le forme di traffico di esseri umani agevolate dalle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), in particolare da Internet, compresa la tratta a scopo di sfruttamento sessuale».

 

Nel concreto, però, mancano le risorse adeguate a livello nazionale per l’istituzione di unità specializzate all’interno delle forze dell’ordine con capacità digitali sufficienti. Ancor più complicata è la cooperazione con nazioni esterne all’Unione Europea: non esiste una cornice legale comune che persegua il cyber-trafficking. Timidi passi in avanti sono stati compiuti dalla Commissione europea nei giorni scorsi: il 28 novembre Ursula von der Leyen ha presentato alla Conferenza dell’Alleanza globale contro il traffico di esseri umani a Bruxelles due proposte di legge, che ora dovranno essere approvate da Consiglio e Parlamento europeo. L’istigazione pubblica a entrare nell’Ue senza autorizzazione diventerà un reato penale, anche per chi pubblicizza i propri servizi illegali tramite strumenti digitali e social media. Il primo dei due testi rafforza poi la cooperazione degli organi di polizia dei paesi membri, in relazione alla prevenzione, all’individuazione e alle indagini sul traffico di migranti e sulla tratta di esseri umani. Aumento consistente di risorse finanziarie e umane all’Europol, che potrà intervenire sia negli Stati membri che in Paesi terzi. La seconda proposta di legge aggiorna la direttiva europea sull’argomento e aumenta le pene – che ora arrivano ad un massimo di 15 anni – per reati aggravati che causano la morte di una o più persone nell’ambito di operazioni di traffico di esseri umani.

 

Nonostante le nuove proposte comunitarie, sembra che la via politica che i singoli Paesi stiano cercando di intraprendere da decenni, compreso il nostro, sia piuttosto quella di un contrasto in ogni forma della migrazione considerata “illegale”, attraverso accordi di rimpatrio con Paesi terzi, dubbi accordi di trattenimento in Paesi non Ue (come il recente Patto Italia-Albania) e politiche che ostacolano il riconoscimento di status di protezione internazionale. Costringendo i migranti che tentano di entrare in Europa, che sia per motivi economici o di sicurezza personale o politica, ad utilizzare le rotte migratorie via terra e mare, affidando la propria fortuna a trafficanti contattati online o incontrati dal vivo.

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Claudio Capellini per Irpimedia