Circa due settimane fa, il partito spagnolo di estrema destra Vox ha annunciato l’introduzione di una misura che avrebbe lo scopo di convincere le donne che vogliono interrompere volontariamente una gravidanza a non farlo. Succede in Castilla y Leon, la regione spagnola in cui il partito governa insieme al Partito Popolare. La misura prevede l’ascolto del battito del cuore del feto, l’obbligo di accertamenti come ecografie tridimensionali e di una consulenza psicologica prima dell’interruzione di gravidanza. Un protocollo sanitario che comporterebbe dannose pressioni psicologiche sulle donne prossime all’IVG.
Lo scontro è in realtà aperto dal 14 ottobre scorso, quando il Consiglio dei ministri ha approvato la proposta del governo Sanchez di introdurre il diritto all’aborto all’interno della costituzione spagnola. Attorno a tale proposta si è creato un acceso dibattito, che va ben oltre i confini nazionali.
La proposta era arrivata proprio dopo che Vox, il partito dell’estrema destra spagnola, ha presentato nel comune di Madrid una proposta per rendere obbligatoria un’informativa sulle presunte conseguenze della “sindrome del post-aborto”. Una sindrome che porterebbe, tra le altre cose, all’abuso di alcol e droghe, allo sviluppo di pensieri suicidi e alla predisposizione per il cancro all’apparato genitale femminile. Di tale sindrome però non esiste alcun riscontro scientifico, la questione è piuttosto legata alla gravidanza indesiderata e alla sua stigmatizzazione: i rischi per la salute mentale sono più che altro relazionati con gravidanze indesiderate piuttosto che con l’aborto in sé.
La Spagna è in realtà uno dei Paesi che potremmo definire più progressisti per quanto riguarda il diritto all’aborto, dove l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è esercitabile liberamente entro la quattordicesima settimana di gestazione, mentre l’aborto terapeutico (ovvero in caso di malformazione del feto o pericolo per la madre) è consentito fino alla ventunesima settimana. Inoltre, al contrario di quanto è previsto in Italia, non è necessario il ricorso al periodo di riflessione e l’IVG è esercitabile senza il consenso dei genitori a partire dai 16 anni.
Ma la decisione di consacrare tale diritto all’interno della carta costituzionale ha radici molto più profonde ed ha a che fare con una ricerca di rivendicazione storica del diritto all’aborto come conquista europea. Negli ultimi anni abbiamo assistito, parallelamente all’affermarsi dei movimenti dell’estrema destra nei vertici dei governi mondiali, ad una crescente diffusione di politiche e linguaggi anti-gender.
Basti pensare, giusto per fare un esempio, che negli Stati Uniti il 20 gennaio 2025 il presidente Donald Trump ha emanato un ordine esecutivo diretto a tutte le agenzie governative di rimuovere dichiarazioni, normative e altre comunicazioni che promuovano o “inculchino” l’ideologia gender. O ancora, come Saskia Brechenmacher ha illustrato a maggio 2025 nel report “The New Global Struggle Over Gender, Rights, and Family Values”, “un cambiamento è evidente nei documenti e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite sui diritti riproduttivi, che si sono allontanati dai riferimenti espliciti a “sessualità”, “aborto” e “diritti sessuali e riproduttivi”, ponendo invece maggiore enfasi sulle famiglie”.
Ci troviamo davanti a una nuova ondata di opposizione alla parità di genere, in cui le destre tagliano i fondi (e l’attenzione) sull’educazione sessuale, sulla salute riproduttiva, sulla violenza di genere. Questa nuova massa di attivismo anti-gender mette al centro delle proprie politiche la “famiglia naturale” ed eteronormativa, come fondamento della coesione sociale e nazionale e come strumento di consolidazione del potere. I movimenti populisti di destra variano nel loro approccio ideologico ma hanno comunque sempre degli aspetti comuni: assimilano i diritti delle donne a quelli della famiglia tradizionale, difendendo ciò che viene definito come la “naturale differenza” tra i sessi.
Nell’affermazione di questo tipo di politica, un ruolo determinante va riconosciuto ai gruppi religiosi transnazionali ultraconservatori. Lizeth Carolina Perez, avvocata e ricercatrice esperta in questioni di genere ha affermato: “Quando si osserva come si sono svolti i negoziati di alcuni trattati internazionali sui diritti sessuali e riproduttivi, ci si rende conto che quantomeno la Chiesa cattolica ha sempre avuto un’opinione sulla questione e ha in definitiva influenzato il modo in cui viene inteso e regolamentato il problema”.
Davanti al proliferare di un nuovo consenso che si basa su politiche rivolte a problemi apparentemente più urgenti (come la salute, la disoccupazione), si è resa necessaria la rivendicazione di quei diritti, primo tra tutti la libertà nel decidere del proprio corpo, che pensavamo non potessero più essere messi in discussione.
La prima risposta in questo senso è arrivata un anno fa dalla Francia, che ha inserito all’interno della sua costituzione il diritto all’aborto, per evitare future interpretazioni della legge Veil del 1975 (la legge che in Francia ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza) che potessero mettere in discussione la libertà delle donne . Ma tornando alla condizione spagnola, questa è molto diversa da quella francese, perché in Spagna la Chiesa pesa moltissimo sulla destra, mentre in Francia la destra si riconosce pienamente nella laicità dello stato.
Come ha spiegato Yolanda Gomez Sánchez, giurista spagnola specializzata in diritto costituzionale, attualmente l’aborto in Spagna è sancito dalla legge attraverso il sistema di Previdenza Sociale, rientra quindi in quello che viene definito il portafoglio dei servizi del sistema sanitario spagnolo, che altro non sarebbe che l’elenco dei servizi obbligatori forniti dal sistema sanitario. Con questa proposta di riforma costituzionale del governo di Pedro Sánchez, ciò che si sta facendo è semplicemente elevare al livello della Costituzione ciò che esiste a livello di legge ordinaria. “Ciò che si ottiene – afferma la dottoressa Sanchez – è che, nel momento in cui l’aborto viene sancito dalla Costituzione, la possibilità che un cambio di governo più conservatore modifichi nuovamente la Costituzione per abolire l’aborto diventa altamente improbabile. In altre parole, includendo l’aborto nella Costituzione, si consolida lo status costituzionale di questo servizio”. Eppure in questo momento è altamente difficile che la riforma venga accolta: il parlamento è politicamente frammentato e le forze dell’estrema destra come Vox, fanno pressione perchè la riforma non venga accolta o comunque venga limitata.
Il problema di fondo è però che si fa presto a parlare di diritti, anche di diritti fondamentali, ma un conto è declamare l’esistenza di un diritto, altro conto e tema totalmente diverso, è quello di garantire la sua effettività. “Sappiamo – continua la Sanchez – che esistono notevoli carenze a livello territoriale, che hanno a che fare con le risorse, e talvolta anche con la geopolitica stessa ovvero con le aree rurali, le aree scarsamente popolate, gli ospedali o l’assistenza medica più lontana dai cittadini. In altre parole, dobbiamo soddisfare questo elenco di servizi sanitari e renderli sostenibili, dobbiamo renderli disponibili, in questo caso, alle donne, che sono le persone interessate da questo servizio sanitario”.
D’altronde in Europa la storia della difficoltà di accesso ai servizi sanitari è storia vecchia, che si scontra violentemente non solo con il diritto alla salute degli individui, ma soprattutto con la tutela del diritto all’autodeterminazione della persona, che implica decisioni libere ed autonome. E nel caso specifico del diritto all’aborto, implica che questo non possa diventare territorio di campagna elettorale, argomento del populismo antiscientifico che nega la sovranità delle donne sulla propria salute riproduttiva e le decisioni sul loro corpo. L’aborto deve essere consacrato al di fuori delle logiche di polarizzazione politica, non si deve aprire ad un giudizio di valore, perché altrimenti non saremo in grado di garantire che le donne non siano obbligate ad essere ciò che non vogliono essere: madri.
Giorgia Iatosti