L’equilibrismo di Viktor Orbán in politica estera: dentro e fuori la Ue

L’equilibrismo di Viktor Orbán in politica estera: dentro e fuori la Ue

I rapporti ambivalenti dell’autocrate ungherese con l’Unione europea, gli Stati Uniti, la Russia e la Cina

 

Ieri la premier italiana Giorgia Meloni ha incontrato l’omologo tedesco Friedrich Merz per cementare il nuovo avvicinamento tra Roma e Berlino. Al centro del vertice la riforma dell’Europa, che «deve cambiare se non vuole sparire». Meno burocrazia, meno regole e più sovranismo. Ma l’agenda politica di Meloni è quantomai ambigua rispetto agli equilibri continentali, a partire dal difficile equilibrismo tra Stati Uniti e Unione Europea fino alle divisioni interne al Vecchio Continente. Da un lato ci sono le potenze storiche, Francia e Germania, con le quali l’attuale governo italiano ha un atteggiamento altalenante a seconda dei dossier. Dall’altro i piccoli autocrati, o aspiranti tali, alla Viktor Orbàn, che nell’attuale alleanza di governo ha un ammiratore entusiasta in Matteo Salvini ma piace anche a Fratelli d’Italia. Sulla politica estera, tuttavia, Roma e Budapest non condividono molto e, al di là delle dichiarazioni ufficiali, Orbán cerca di perseguire una sua via personale che si affanna tra la necessità di non farsi espellere dall’Ue e la volontà di stringere nuove alleanze con Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping.

 

La ricerca dell’equilibrio

Connettività, equilibrio, eterarchia e rifiuto dei blocchi: sono questi i quattro punti principali che riassumono la politica estera dell’Ungheria di Viktor Orbán. Beninteso, sarebbe un errore grave ritenere le relazioni estere del Paese danubiano come un blocco granitico che non ha subito alcun cambiamento durante i quindici anni di potere ininterrotto di Orbán. Eppure, i quattro principi menzionati poco sopra sono un filo rosso che lega le diverse anime di Fidesz, tanto quella conservatrice, ma più europeista, rappresentata da János Martonyi, Ministro degli Esteri tra il 1998 e il 2002 e, di nuovo, dal 2010 al 2014, e quella più euroscettica di Balázs Orbán, direttore politico di Fidesz che con il Primo ministro condivide il cognome, ma nessun grado di parentela.

E allora converrà forse concentrarsi di più su questi punti di continuità, rispetto a quelli di rottura, tanto più che le due anime sembrano rappresentare diversi stadi della politica estera di Orbán corrispondenti a due diverse fasi della geopolitica mondiale: quella del trionfo dell’Occidente e del sogno europeo, sorti entrambi sul finire degli Anni 90 e l’inizio del nuovo millennio, e quella della crisi dell’Occidente e dell’ascesa di nuovi centri di potere politico-economici a livello globale. Una fase di transizione che è stata osservata e studiata attentamente dai circoli conservatori di Budapest che hanno saputo elaborare una posizione flessibile in grado di mantenere l’Ungheria in equilibrio tra Occidente e Oriente, cercando di trarre il massimo profitto da entrambi gli schieramenti.

 

Dal “sogno europeista” a Bruxelles come nemico

La prima fase, quella del consolidamento del sogno europeista e dell’espansione dell’Unione, ha visto, in Ungheria, il ruolo determinante di János Martonyi nel plasmare la politica estera di Fidesz e del governo magiaro. Esponente di un europeismo conservatore, la figura di Martonyi è stata fondamentale per l’integrazione europea dell’Ungheria, l’ingresso di Budapest nella NATO e lo sviluppo delle relazioni centro-europee tra Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. L’azione dell’ex Ministro degli Esteri ha quindi ancorato l’Ungheria all’Europa, ponendo Budapest nel campo occidentale (pur con tutti i limiti che questa definizione ha): una scelta che, nonostante le aperture a Oriente e l’aumento dei rapporti commerciali e politici con la Russia, la Cina e altri attori globali, il governo Orbán non vuole rinnegare.

La scelta europeista dell’Ungheria, ricorda Martonyi, ha profonde radici storiche ed è stata, quindi, una scelta quasi “obbligata” per Budapest all’indomani del cambio di regime e del collasso del sistema socialista nell’Europa orientale. L’avvicinamento all’Unione Europea e alla NATO fu quindi determinante per il superamento delle vecchie istituzioni di cooperazione internazionale di stampo sovietico (come, per esempio, il COMECON e il Patto di Varsavia). Allo stesso tempo, Budapest ha imboccato con decisione la strada di una svolta storica notevole, ossia quella della più forte collaborazione tra i Paesi dell’Europa centrale. Nonostante tutte le difficoltà legate alla definizione specifica di questa area geografica, l’Europa centrale, secondo Martonyi, è sempre stata prigioniera di una “cultura della contrapposizione” che ha portato alla mancanza di fiducia e di cooperazione. Il pensiero non può non correre al passato e alle contraddizioni esplose in seguito al collasso dell’Impero austro-ungarico, quando gli Stati successori (ossia Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania), timorose del revanscismo ungherese, minacciarono diverse volte l’intervento militare contro Budapest e costruirono un cordone sanitario intorno al Regno d’Ungheria.

Eppure, in modo sotterraneo, è sempre stata presente una “cultura della cooperazione”. Nel 1925, per esempio, l’economista e politico ungherese Elemér Hantos fondò, a Vienna, la Conferenza Economica Centro-Europea, nel tentativo di favorire la cooperazione e l’integrazione economica tra gli Stati successori, con l’idea di estenderla poi alla Germania e ad altre nazioni europee. Un ulteriore punto di svolta, secondo l’ex Ministro degli Esteri, avvenne durante il periodo socialista. Basandosi su una visione del mondo di destra e conservatrice, Martonyi ribalta l’assioma della solidarietà socialista e parla di una cooperazione, di una solidarietà tra le nazioni centro-europee che aspiravano alla libertà dal totalitarismo comunista e all’indipendenza dall’orbita sovietica, unendo con un filo rosso la fallita Rivoluzione ungherese del 1956, la Primavera di Praga e le convulsioni polacche degli Anni 80.

Con il collasso del sistema socialista e il bisogno di superarne le istituzioni, la cooperazione centro-europea si è finalmente sostanziata nella forma del noto Gruppo di Visegrád: da una progressiva integrazione economica tra Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, è sorta poi una collaborazione politica volta a favorire il dialogo, a eliminare le contrapposizioni e a portare posizioni comuni a livello europeo, mostrando un’Europa centrale unita nella tutela dei propri interessi. Nelle sue analisi più recenti, tuttavia, Martonyi non nasconde il momento di difficoltà causato dall’attacco russo all’Ucraina che, a causa delle visioni contrastanti tra i leader dei vari Paesi, ha rappresentato un colpo considerevole alla coesione del Gruppo di Visegrád. Minimizzando, forse, la crisi diplomatica tra Budapest e Varsavia e i rapporti decisamente freddi tra i due Paesi, l’ex Ministro ritiene tuttavia che la collaborazione centroeuropea stia proseguendo ininterrotta e non prevede scossoni per il futuro, con buona pace di Balázs Orbán che, in una recente intervista a Politico, ha previsto la creazione di un V3, ossia un nuovo Gruppo di Visegrád che vada a escludere la Polonia.

 

Dopo l’invasione russa in Ucraina

Il conflitto tra Russia e Ucraina, tuttavia, ha rappresentato anche il culmine di un altro fenomeno, ossia la crisi del modello globale nato dopo il collasso dell’Unione sovietica, ossia il dominio della civiltà occidentale e la pretesa unipolare degli Stati Uniti e del modello liberale. Entrambe le anime del Fidesz, quella più europeista e quella più euroscettica, hanno preso consapevolezza del cambiamento in corso e lo hanno analizzato in diverse occasioni. Nella sua analisi, János Martonyi ritiene un errore l’aver pensato che fosse possibile creare un mondo unipolare: il sistema globale è infatti eterarchico e non gerachico e ha sempre visto la coesistenza di più centri di potere e poli in base al parametro scelto per la propria analisi (ad esempio, le figure principali a livello commerciale non lo sono anche a livello militare o demografico).

L’ex Ministro degli Esteri rigetta quindi un approccio dicotomico e rifiuta la pretesa che il mondo possa essere diviso in due blocchi politici, sociali, economici e ideologici diversi: la contrapposizione tra Stati Uniti e Cina, che è la vera sfida per il futuro, ha sicuramente elementi che ricordano la Guerra Fredda, ma la dinamica è ora completamente diversa. A conclusioni parzialmente simili è giunto anche Balázs Orbán, autore del volume “Hussar Cut. The Hungarian Strategy for Connectivity” che vuole essere la base teorica per la nuova politica estera del governo ungherese.

L’analisi del direttore politico di Fidesz parte proprio dalla crisi del modello occidentale che potrebbe portare i suoi sfidanti a presentare le proprie istanze con maggiore coraggio e potrebbe portare il mondo a una rinnovata rivalità tra Oriente e Occidente, ma anche tra il “Nord del mondo” e il cosiddetto “Sud globale”. E sebbene gli Stati Uniti stiano continuando a giocare un ruolo cruciale nei destini del mondo, è altrettanto evidente, secondo Orbán, lo spostamento del baricentro economico mondiale verso Oriente e l’aumento dell’influenza e del peso della Cina. Questa dinamica potrebbe portare a cinque scenari possibili. Il primo, sarebbe la persistenza del mondo unipolare guidato da Washington come potenza egemone: sarebbe uno scenario simile a quello nel quale viviamo, ma che potrebbe portare anche a dei cambiamenti nella percezione del sistema di libero scambio qualora gli Stati Uniti, da una posizione di forza, volessero controllare in modo ancora più incisivo il commercio mondiale e le relazioni politiche globali per fermare l’eventuale ascesa di una potenza concorrente.

Il secondo scenario sarebbe sempre un mondo unipolare, ma guidato da una nuova potenza egemone: secondo Orbán, questa sarebbe l’opzione meno plausibile in quanto l’unico possibile concorrente per gli USA, ossia la Cina, non aspira, in questo momento, al dominio mondiale, ma solo al proprio rafforzamento in quanto Grande Potenza. La terza e la quarta possibilità sono quelle forse più probabili, ma che al contempo generano più preoccupazione a Budapest, ossia un nuovo mondo bipolare imperniato sulla contrapposizione tra Stati Uniti e Cina o un mondo multipolare con diversi centri di potere. Il quinto e ultimo scenario, invece, sarebbe rappresentato dal collasso di ogni istituzione e dal caos nell’ordine internazionale.

La terza e la quarta opzione, come accennato, sono quelle che più disturbano il sonno di Budapest in quanto potrebbero portare a un ritorno dei blocchi geopolitici e a una rigida contrapposizione tra essi. Secondo il direttore politico di Fidesz, i segnali della creazione di nuovi blocchi sono già presenti e sono nuovamente cinque. Da un lato, i campioni del globalismo mondiale non parlano più di connessione, ma di divisione, con gli Stati Uniti impegnati in un controllo sempre più stretto sugli alleati. Washington, infatti, starebbe compiendo uno sforzo economico e diplomatico per persuadere gli alleati a ridurre le relazioni con la Cina e starebbero trasformando la propria posizione in politica estera: gli USA non si descrivono più come egemone mondiale, ma come leader del blocco democratico che si contrappone alle autocrazie. Questo starebbe portando, quindi, a uno sviluppo del sistema di sanzioni mondiale e all’ulteriore integrazione del sistema di alleanze militari occidentali.

Questa nuova tendenza e la possibilità concreta della divisione del mondo in blocchi contrapposti, secondo Orbán, andrebbe contro gli interessi nazionali ungheresi. L’Ungheria, infatti, è un Paese culturalmente e geograficamente a cavallo tra Occidente e Oriente e l’aver scelto di posizionarsi nel campo politico-economico-militare occidentale non elimina la radice orientale degli ungheresi o il fatto che il Paese danubiano rappresenta il punto di incontro geografico dell’Oriente e dell’Occidente, essendo al centro di diverse sfere di influenza. Inoltre, Budapest dipende dalle importazioni di risorse strategiche e ha visto, negli ultimi anni, uno sviluppo assai forte del commercio con la Russia, la Cina e altri attori non occidentali. La soluzione elaborata dai circoli conservatori ungheresi, quindi, sarebbe quella di continuare sulla strada della cosiddetta “Apertura a Oriente”, iniziata nel 2010, e di basare quindi la politica estera del governo guidato da Viktor Orbán sulla “strategia della connettività” e su un cambiamento della visione dell’Ungheria sulla scacchiera geopolitica mondiale.

La connettività, secondo Balázs Orbán, è un insieme di capacità: politicamente, rappresenta l’abilità di gestire le dipendenze mutue che si creano a livello di cooperazione mondiale, cercando di massimizzarne i benefici, mentre a livello economico rappresenta l’aumento della performance di un Paese attraverso l’apertura al commercio. Per proseguire con questa politica, l’Ungheria dovrebbe quindi trasformarsi in un “Keystone State”, ossia nella chiave di volta che andrebbe a unire i due semicerchi, l’Occidente e l’Oriente, creando equilibrio e unendo le due forze contrapposte, impedendone il crollo reciproco. Per poter giocare questo ruolo geopolitico, Budapest deve prima essere un attore regionale fondamentale (e da qui il continuo sforzo per l’integrazione dell’Europa centrale e dei Balcani nell’Unione Europea, fattore determinante per la stabilità della regione) e, in seguito, creare connessione con le forze opposte, ossia tanto con l’Europa, gli Stati Uniti e la NATO, quanto con la Russia, la Cina, la Turchia e altri attori mondiali.

L’ingrediente principale del “Keystone State” sarebbe quindi la sua neutralità: rigettando divisioni e separazioni e mantenendo buone relazioni con i vari partner politici ed economici, l’Ungheria potrebbe quindi diventare l’intermediario tra diversi nodi commerciali e diverse visioni del mondo, tra diversi sistemi politico-sociali. Da qui, di conseguenza, l’apertura economica ungherese all’Oriente (Cina in primis, ma anche Corea del Sud e Vietnam), la cooperazione con la Russia nel settore energetico, dalle cui importazioni Budapest dipende fortemente, e l’impegno ungherese contro le sanzioni economiche come mezzo di pressione economico-politica (pur con l’evidente contraddizione del voto contrario, per la prima volta nella Storia ungherese, all’eliminazione del blocco economico contro Cuba, alla vigilia dell’ultimo viaggio del Primo ministro magiaro a Washington).

Le due visioni geopolitiche descritte poco sopra, per quanto in certi punti contrapposti, sembrano essere complementari ed espressione della flessibilità dei circoli conservatori ungheresi che, presa consapevolezza dei cambiamenti geopolitici mondiali, hanno cercato di elaborare una strategia volta a trarre il massimo profitto dalla situazione di incertezza mondiale. Con la strategia della connettività, pur con tutti i suoi limiti, l’Ungheria prova a giocare un nuovo ruolo nella geopolitica europea e mondiale, ossia quella di ponte tra l’Occidente e l’Oriente. Una ricerca di equilibrio tra sfere contrapposte, le cui conseguenze sono difficili da prevedere, ma che portano spesso Budapest a scontrarsi con quel campo occidentale (Unione Europea in primis) nel quale ha deciso di posizionarsi e a venire descritta sempre più di frequente come un burattino nelle mani, alternativamente, di Mosca o Pechino.

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