Addio Orbán, in Ungheria vince una nuova destra

Addio Orbán, in Ungheria vince una nuova destra

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Cinque anni dopo, un capitolo della storia de L’Atlante si chiude. L’Ungheria di Orbán non esiste più o, almeno, non è più sua. Alle elezioni di domenica 12 aprile Péter Magyar ha stravinto conquistando 138 seggi sui 199 a disposizione. Con un’affluenza record, oltre 78% degli aventi diritto, il leader del partito Tisza si è imposto sull’uomo che ha guidato ininterrottamente il governo di Budapest dal 2010 a oggi.

«Oggi il popolo ungherese ha detto sì all’Europa, ha detto sì a un’Ungheria libera» ha urlato dal palco, raggiante, mentre la folla cantava a squarciagola My Way di Frank Sinatra. Ma che Ungheria è quella che esce da queste urne? Sgomberiamo subito il campo da un equivoco diffuso a mezzo stampa nelle ultime settimane: Magyar non è un oppositore di Orbán nel senso politico del termine. Era suo avversario alle elezioni e ora guiderà il Paese da posizioni che per molti versi saranno simili a quelle dell’ex premier. Tisza è un partito di centro-destra, inserito nelle liste del Partito Popolare Europeo (lo stesso di Forza Italia) e Magyar si è formato (ed è cresciuto) politicamente accanto ad Orbán.

La sua storia è comune a molti politici dell’Ungheria post-sovietica. Viene da una famiglia cristiano-democratica nella quale il padre era avvocato e la madre giudice della Corte suprema, un suo prozio è stato presidente della repubblica e come tanti si è affiancato al primo Orbán, quello che si proponeva come politico liberale di rottura con il passato di corruzione e clientelismo. Gli piace raccontare che da bambino aveva un poster di Orbán sul letto della sua cameretta. Nel 2002 si è iscritto a Fidesz, il partito di Orbán, mentre ancora studiava legge all’università cattolica di Budapest. Poco dopo incontra l’ex moglie, Judit Varga, che negli anni sarebbe diventata una delle figure di spicco di Fidesz. Prima segretaria di Stato e poi ministra della Giustizia.  Magyar nel 2010 inizia a lavorare per le istituzioni dell’Unione Europea a Bruxelles e ci resta fino al 2018, quando rientra in Ungheria.

Nel 2023 la relazione con Varga finisce, secondo alcuni critici per le tensioni generate dalla disparità di carriere dei due e per le ambizioni irrealizzate di Magyar. Nel 2024 arriva il suo momento. In seguito allo scandalo che travolge l’Ungheria a causa della grazia concessa da Orbán a un uomo condannato per aver insabbiato uno scandalo di abusi sessuali in un orfanotrofio. Nel Paese scoppia un’inedita ondata di indignazione e la presidente ungherese e Varga vengono costrette alle dimissioni. Magyar ne approfitta per uscire allo scoperto: pubblica un post durissimo su Twitter accusando Fidesz di aver usato le due donne come capro espiatorio al fine di coprire responsabilità ben più gravi. Magyar pubblica un audio rubato in cui l’ex moglie racconta delle pressioni ricevute dal governo in alcuni procedimenti giudiziari legati alla corruzione. Varga e Fidesz iniziano a criticarlo duramente, tacciandolo di tradimento e di opportunismo, si fa strada anche un’accusa di violenza verso l’ex moglie. Ma la rinnovata indignazione per la corruzione e il malcostume dei politici al potere fanno presto dimenticare le critiche. Magyar si difende parlando di «campagna denigratoria» orchestrata da Orbán e i suoi.

Domenica quel percorso, fatto di banchetti in strada, le «Isole Tisza», volontari, parole d’ordine efficaci e attacchi senza sosta all’establishment, ha pagato. Probabilmente anche le azioni sconsiderate di Donald Trump e del suo governo – il vice-presidente Usa JD Vance è stato in Ungheria la settimana scorsa per ribadire quanto il governo di Washington appoggiasse il candidato uscente – hanno influito sulle scelte degli elettori. Così come il posizionamento sempre più smaccato al fianco di Vladimir Putin e contro l’Ucraina. Probabilmente. I fatti sono che la corruzione, la stagnazione economica dettata anche dalla crisi del settore energetico derivante dalle guerre in Medio Oriente, e la stanchezza di un popolo hanno bocciato l’autocrate uscente. Ma senza optare per un cambiamento reale. Anche perché non c’era un vero candidato di opposizione. Magyar è un uomo di destra, forse un po’ meno di Orbán, ma è ancora da stabilire quanto e in che ambito. Sui migranti ha più volte dichiarato che Orbán «non ha fatto abbastanza», mantenendosi volutamente ambiguo. Voleva che fosse più duro o più accogliente? Sulle comunità discriminate – lgbtqi e rom in particolare – non ha chiarito bene se intenda o meno alleviare la stretta legislativa imposta dal suo predecessore. Così come sulla libertà di stampa e di espressione, sul pluralismo e sulle politiche sociali. Sull’Ucraina, ad esempio, la sua linea sembra continuare nel solco di quella del governo uscente: «non sostengo un’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione Europea», ha dichiarato nella conferenza stampa post-elettorale, poiché sarebbe «del tutto assurda» in quanto l’Ucraina è «un Paese in guerra».

Ciò che è certo, almeno stando alla campagna elettorale, è che Magyar sia un europeista, a differenza di Orbán. E tanto è bastato alla stampa liberale europea per farne il campione dei diritti del popolo magiaro. Staremo a vedere, nei fatti, se questo cambiamento avrà un effetto tangibile sulla vita quotidiana degli ungheresi. Per ora registriamo la novità, un po’ meno a destra, e la seconda sconfitta del fronte sovranista europeo dopo il referendum in Italia.

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