Le elezioni in Myanmar? Si svolgono sotto controllo militare, senza il contraddittorio dell’opposizione e con una guerra civile in corso.
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 si stanno svolgendo le prime elezioni in Myanmar da quando c’è stato il colpo di Stato militare nel febbraio 2021.
Il voto, organizzato in tre fasi a partire dal 28 dicembre 2025, si svolge in un paese profondamente segnato dalla guerra civile, dalla repressione politica e da una grave crisi umanitaria. Il contesto in cui le elezioni hanno luogo condiziona in modo decisivo sia la competizione politica sia la percezione popolare della loro legittimità.
Elezioni in Myanmar, i principali contendenti
Il principale attore del processo elettorale è l’Union Solidarity and Development Party (USDP), partito apertamente sostenuto dai militari e considerato da analisti e osservatori un loro strumento politico civile. Secondo dati parziali diffusi da fonti vicine al partito, l’USDP ha ottenuto una larga maggioranza dei seggi già nella prima fase di voto, risultando di fatto senza veri rivali in numerosi collegi, compresi quelli della capitale Naypyidaw.
Il principale partito che aveva guidato il paese durante la fase democratica precedente al colpo di Stato, la National League for Democracy (NLD) di Aung San Suu Kyi, non partecipa alle elezioni: il partito è stato sciolto dopo aver rifiutato di registrarsi presso la commissione elettorale controllata dalla giunta. Nel frattempo Aung San Suu Kyi, vincitrice del Premio Nobel per la pace e figura centrale della politica birmana, è detenuta dal 2021 e sta scontando una lunga condanna al carcere. Non solo la NLD, ma anche altre decine di partiti etnici e forze politiche di opposizione sono stati sciolti o esclusi, riducendo drasticamente il pluralismo elettorale.
Sulla scheda compaiono formalmente 57 partiti, ma la maggioranza è percepita come allineata o dipendente dall’esercito. Solo sei partiti si presentano a livello nazionale e nessuno è considerato in grado di rappresentare una reale alternativa al potere militare.
La situazione politica e di sicurezza
Le elezioni si tengono in un paese ancora attraversato da un conflitto armato diffuso. Dopo il colpo di Stato del 2021, la repressione delle proteste pacifiche ha portato alla nascita di forze di difesa popolari e a una rinnovata offensiva di gruppi armati etnici che da decenni combattono il governo centrale. Il risultato è una guerra civile che ha causato decine di migliaia di morti, milioni di sfollati e la distruzione di vaste aree del paese.
Circa un terzo del territorio nazionale è escluso dal voto. Le autorità hanno annullato le elezioni in decine di comuni e in migliaia di quartieri e villaggi, ufficialmente per ragioni di sicurezza: molte di queste aree sono sotto il controllo di gruppi ribelli o teatro di combattimenti intensi. Anche nelle zone in cui si vota, la presenza militare e il clima di intimidazione sono forti.
Negli ultimi mesi precedenti al voto, l’esercito ha intensificato bombardamenti aerei e attacchi con droni, colpendo anche infrastrutture civili come scuole e ospedali. Parallelamente, la giunta ha introdotto la coscrizione obbligatoria e ha fatto ricorso a rapimenti forzati di giovani per rafforzare ranghi in difficoltà. Secondo analisti, il parziale recupero militare ottenuto nel 2025, anche grazie al sostegno cinese e russo, ha creato le condizioni politiche per indire le elezioni.
Le controversie sul processo elettorale
Le elezioni sono state duramente criticate da ONU, governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani: le principali contestazioni riguardano, ovviamente, l’assenza di condizioni minime per un voto libero e corretto. La competizione politica è limitata dall’esclusione dell’opposizione, dalla censura e da una nuova legislazione che punisce severamente qualsiasi critica al processo elettorale. In base a queste norme, anche il semplice dissenso può comportare pene detentive della durata di svariati anni, fino alla pena di morte.
Nel periodo precedente al voto, oltre 200 persone sono state arrestate, talvolta solo per aver espresso opinioni critiche sui social media. In alcune città, come Yangon, i residenti hanno riferito che le autorità si sono presentate porta a porta per intimare ai cittadini di recarsi alle urne. Il controllo si estende anche alle modalità di voto: in alcuni seggi sono state utilizzate macchine elettroniche che non accettano schede lasciate in bianco, eliminando di fatto la possibilità di un voto di protesta.
Anche la comunità internazionale è divisa. L’Unione europea e molti governi occidentali non riconoscono la giunta e definiscono il voto una “farsa”. L’ASEAN ha escluso il leader militare dai propri vertici e non ha inviato osservatori ufficiali. Al contrario, Cina e Russia sostengono il processo elettorale, considerandolo un possibile passo verso una stabilizzazione formale del paese.
Elezioni in Myanmar, la percezione da parte della popolazione
Tra la popolazione prevalgono scetticismo e rassegnazione. Molti cittadini ricordano le elezioni del 2015 e del 2020 come momenti di reale scelta politica e confrontano quell’esperienza con l’attuale processo, percepito come privo di significato. Alcuni votano per paura di ritorsioni o perché costretti dalle autorità, più che per convinzione, mentre altri ritengono inutile partecipare, convinti che il risultato sia già deciso.
Nelle aree colpite dal conflitto o controllate dall’opposizione armata, il voto è visto come distante e irrilevante rispetto alle priorità immediate di sicurezza e sopravvivenza. Attivisti pro-democrazia, molti dei quali in esilio, avvertono che chiunque venga percepito come contrario alle elezioni corre rischi elevati.
L’idea più diffusa è che il processo serva principalmente a consolidare il potere militare e a cercare una parziale legittimazione internazionale, più che a riflettere la volontà popolare.