Camara Laye, uno degli scrittori guineani più importanti degli ultimi tempi, nel suo Dramouss (Tabala Editions, 2005) aveva denunciato uno status quo immutabile nella politica guineana, un eterno ritorno: quello di cacciare un tiranno per far posto ad un altro, uguale o – peggio ancora – ancora più feroce e antidemocratico. Camara si riferiva al potere post-coloniale che si sarebbe instaurato con l’indipendenza (1958) e il suo controllo da parte di Ahmed Sékou Touré fino al 1984. Oggi, quel potere così pericoloso e miope nei confronti della democrazia è incarnato dal colonnello Mamady Doumbouya, presidente ad interim della Guinea dal 27 settembre del 2021, dopo aver guidato il golpe militare per destituire Alpha Condé. A distanza di quattro anni dal suo insediamento, il 21 settembre scorso, si è tenuto il referendum per approvare la nuova Costituzione. Il primo mattone politico posto da Doumbouya per l’edificazione di un nuovo sistema istituzionale-economico nazionalista e post-coloniale. Il risultato, apparentemente, ha premiato gli sforzi del colonnello: il referendum è stato approvato con l’89% dei si e con un’affluenza dell’86%. Il problema sorge se si guarda più in là – oltre le costruzioni retoriche e propagandistiche della giunta – per notare l’assenza dell’opposizione, silenziata e perseguitata, e la promozione di un boicottaggio nei confronti dell’iniziativa referendaria, cercando di creare una prima crepa per abbattere quel dramouss guineano di cui parlava Laye, e che ora si ripropone tradendo nuovamente le speranza della società civile.
Il referendum assume rilevanza all’interno del contesto macro-regionale in cui Conakry si trova. Parliamo di quella lunghissima lingua di terra che collega l’Atlantico con il Mar Rosso. Negli ultimi cinque anni, infatti, nel Sahel i colpi di stato e le transizioni militari hanno bloccato l’avanzamento di sistemi politici democratici. Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger, Sudan fino alla Guinea-Bissau – le cui elezioni sono state interrotte da un colpo di stato, l’ennesimo, da parte dei militari solo due settimane fa – formano una cintura che divide il continente africano orizzontalmente. Tra questi stati coinvolti, vi è anche la Guinea Conakry, centrale insieme a Bissau per il traffico di cocaina verso l’Europa. Le due guinee sono il corridoio utilizzato dai narcos latinoamericani per inondare il continente europeo di sostanze stupefacenti.
Il referendum guineano sembra così assumere, in questo quadro, una connotazione predittiva per i futuri scenari dei nuovi colpi di stato: utilizzare strumenti apparentemente democratici per legittimare il potere militare. Il referendum è stato il primo vero simbolo dell’agire politico della giunta del generale Doumbouya, eppure il risultato sconfessa la sua retorica democratica: il mandato presidenziale viene esteso da cinque a sette anni (ma con la possibilità di una sola rielezione), il Senato – creato ad hoc – verrà composto per 1/3 da nomine di matrice presidenziale e, infine, viene eliminato il divieto per i membri della giunta di candidarsi alle elezioni. Venendo così meno alla Carta di transizione che imponeva al governo della giunta di rimanere fuori dalla futura impalcatura politica.
La retorica anticoloniale di Doumbouya potrebbe quindi andare molto più là delle elezioni di fine 2025, rimandate già di un anno. Il pensiero politico del colonnello era già emerso pianamente all’Assemblea delle Nazioni Unite del 2023: «Oggi gli africani sono più svegli che mai e più determinati che mai a prendere in mano il proprio destino». Tradotto: il governo di Conakry cerca il multilateralismo in politica estera, la nazionalizzazione della propria economia e il discostamento dai paesi con un pesante passato coloniale. La normalizzazione è ciò che, d’altronde, il business richiede: l’estrazione di bauxite – di cui la Guinea è il primo esportatore mondiale – il traffico di cocaina con l’America Latina, la centralità del porto di Conakry e le miniere in mano a Pechino. Oltre al vero obiettivo: il piano Simandou, che prende il nome dalla collina che conserva il più grande sito minerario di ferro nel sudest del paese. Tra le società che hanno investito di più per lo sviluppo di questo sito vi è la anglo-australiana Rio Tinto. Questi sono tutti elementi che spingono verso una cristallizzazione della transizione.
Questo limbo politico pluriennale giova particolarmente ad una potenza asiatica: la Cina. Difatti, nel 2024 Conakry copriva quasi il 70 per cento delle importazioni di bauxite di Pechino. Nel primo trimestre del 2025 queste sono aumentate del 39%, raggiungendo così il record di quasi 50 milioni di tonnellate esportate. Passando dalle 225 alle 312 navi impiegate nella tratta commerciale con Pechino grazie a una società – la Societe miniere de Boke – controllata da un’azienda cinese che ha guidato il boom delle esportazioni. Il business dall’alluminio fa gola alla Cina, che inoltre investe anche in infrastrutture per facilitarne il trasporto e la commercializzazione.
Ed è proprio in relazione a questa materia – l’alluminio – che convergono anche gli interessi della Russia. Mosca è già attiva da tempo in Guinea con accordi di natura non solo energetica ma anche di formazione militare. Dal 2001 opera la Rusal, il gigante russo dell’alluminio, che – tramite alcune sue controllate come la Compagnie des Bauxites de Kindia (CBK) e il complesso estrattivo di Friguia – permette a Mosca di ridurre la sua dipendenza dai mercati globali.
Non solo alluminio però, perché la Guinea Conakry presenta anche altre risorse nel proprio sottosuolo tra cui l’oro. Mosca controlla infatti la miniera d’oro di Lefa tramite l’azienda Nordgold. Inoltre Conakry ha firmato un protocollo d’intesa con Mosca per far operare l’azienda statale Rosatom nel paese africano. Obiettivo: far sviluppare un nuovo sistema di alimentazione energetica tramite centrali nucleari galleggianti. Sebbene ci siano grossi investimenti in campo estrattivo ed energetico, né Cina né Russia hanno appoggiato direttamente il colpo di Stato del 2021. Anzi, Mosca aveva chiesto il rilascio di Condé per scongiurare un avvicinamento del governo di Pechino con la giunta Doumbouya in materia energetica. Ma è sulla partita della bauxite che si inseriscono anche gli Stati Uniti d’America grazie alla joint venture tra Alcoa – partecipata anche dalla Rio Tinto – e la Compagnie des Bauxites de Guinée (CBG), risalente al 1963. Appare quindi evidente come nel corso dei decenni ci sia stato un ricambio tra le grandi potenze per il controllo del settore estrattivo: prima gli Usa nel novecento, poi la Russia ad inizio anni 2000 e infine la Cina dal 2020 in poi.
ECOWAS – la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale – ha revocato a novembre alcune sanzioni che aveva imposto alla giunta di Conakry, segno che qualcosa si sta muovendo a livello diplomatico. Doumbouya infatti si è dimostrato scaltro: ha condiviso la retorica militarista e anti-occidentale dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) senza però entrarne a far parte e, a differenza loro, senza uscire dell’ECOWAS. In aggiunta a ciò, Conakry collabora militarmente con la Russia ma non ha stipulato accordi per la presenza sul terreno dell’Africa Corps, ex Wagner, a differenza di Mali, Burkina Faso e Niger. Per ora Doumbouya vuole giocare su più tavoli possibili, aspettando le elezioni del 28 dicembre.
Simone Libutti