Bosnia: nella Srpska si torna al voto

Bosnia: nella Srpska si torna al voto

Negli ultimi mesi seguire le vicende politiche della Bosnia-Erzegovina ha voluto dire soprattutto avere a che fare con le dichiarazioni, le iniziative e i problemi giudiziari di Milorad Dodik, che adesso possiamo definire come l’ex presidente della Repubblica Srpska (RS), l’entità statale serbo bosniaca all’interno della BiH.

In questo clima, domenica prossima, 23 novembre, la RS tornerà al voto per nuove elezioni presidenziali, su cui non sono ovviamente mancate le polemiche. In un primo momento lo stesso Dodik aveva invitato i suoi elettori a boicottare il voto, poi però ha fatto un passo indietro e il suo partito, Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), ha deciso di partecipare alle elezioni. Il candidato però, vista l’impossibilita di candidare nuovamente Dodik, è Siniša Karan, attuale Ministro che in passato è stato anche sanzionato economicamente dagli Stati Uniti. Il principale partito di opposizione, il Partito Democratico Serbo (SDS), all’interno di una coalizione con partiti minori sostiene invece la candidatura di Branko Blanuša, un professore universitario di Banja Luka. Tra i sostenitori di Blanuša c’è anche Draško Stanivuković, sindaco di Banja Luka e considerato uno dei principali antagonisti al potere di Milorad Dodik.

Alle elezioni partecipano altri quattro candidati, Dragan Đokanović, Nikola Lazarević, Igor Gašević e Slavko Dragičević, ma i sondaggi non sembrano premiarli e anche la loro campagna elettorale è sembrata fin dai primi giorni molto “timida”.

Da agosto ad oggi Dodik ha annunciato ogni tipo di provvedimento, ma si è poi sempre tirato indietro senza quasi mai portare a termine la proposta. Alla fine dell’intera vicenda però gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni economiche a suo carico, dei suoi familiari e di vari esponenti del suo partito, tra cui anche Karan, il nuovo candidato presidente. Una decisione, quella del Dipartimento del Tesoro statunitense, arrivata senza una spiegazione ufficiale, ma che sembra voler premiare Dodik per i passi indietro compiuti. Nelle stesse ore, per esempio, il Parlamento della RS ha anche annullato una serie di leggi separatiste che erano state approvate nei mesi precedenti in totale opposizione alle decisioni di Schmidt.

Partiamo però dall’inizio. Ad agosto il mandato presidenziale di Dodik viene interrotto dalla Commissione Elettorale Centrale (CEC) poiché condannato in via definitiva. Il reato in questione è aver reiteratamente disobbedito alle decisioni dell’Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina (OHR), Christian Schmidt.

L’OHR è organo nominato dal Consiglio per l’attuazione della pace (PIC) e agisce in nome della comunità internazionale. Dodik da anni porta avanti una lotta personale con Schmidt e lo accusa di non essere stato scelto in conformità agli Accordi di Dayton perché la sua nomina non è stata confermata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una questione però, più di natura politica che giuridica infatti tale conferma non è necessaria per ogni elezione, mentre il mandato dell’Istituzione è stato confermato nel dicembre del ‘95 con la Risoluzione 1031 del Consiglio di Sicurezza ONU.

Alla notizia della condanna e della conseguente fine del suo mandato presidenziale, Dodik reagisce rifiutando la decisione e proponendo invece un referendum, da svolgersi nella sola entità serba, e in cui chiedere ai cittadini un parere riguardo la condanna a suo carico.

La data prevista per il voto referendario è quella del 25 ottobre, sebbene lo stesso Dodik abbia anche proposto di posticiparlo al 9 gennaio, il giorno della nascita della RS. Ad oggi però questo referendum non si è mai svolto e i motivi del fallimento di questo progetto risultano abbastanza evidenti.

Il primo motivo è che il governo nazionale, quello con sede a Sarajevo, era fin da subito totalmente contrario e anzi, la considerava una decisione fortemente provocatoria nei confronti dell’autorità statale centrale. Il referendum poi non trovava neanche appoggio nella Costituzione, la quale non permette ad una delle entità statali di organizzare un proprio referendum. Un ulteriore campanello di allarme riguardo lo svolgimento di questo voto sarebbe dovuto suonare guardando la situazione interna alla Repubblica Srpska: dopo l’annuncio di Dodik la campagna elettorale e i preparativi per il voto non sono mai iniziati, nemmeno Banja Luka, capoluogo della RS.

Ciò potrebbe far sorgere il dubbio che neanche il governo fosse così convinto di questo referendum e questo fosse invece un’altra trovata propagandistica per far passare Dodik come vittima delle decisioni di Sarajevo e della comunità internazionale.

Oltre alla proposta di referendum il leader del SNSD aveva inizialmente annunciato di non volersi neanche dimettere per rifiuto della sentenza. Un’altra decisione però disattesa pochi giorni dopo quando invece ha lasciato la carica di presidente ad Ana Trisic Babic, sua fedele consigliera e compagna di partito, che resterà in carica fino a domenica.

Adesso, a meno di incredibili colpi di scena, i serbi di Bosnia torneranno al voto, ma il clima politico e sociale resta estremamente teso. Ne sono prova le frasi ingiuriose e razziste pronunciate da Dodik, solo pochi giorni fa, a Sarajevo Est contro i bosgnacchi. Secondo il leader serbo bosniaco i bosgnacchi non sarebbero un vero popolo, ma semplicemente persone di religione musulmana paragonabili ad Hamas per estremismo religioso. L’invito del presidente è quello di tornare alla loro vecchia religione, quella ortodossa. «Ci sono prove che i nostri antenati si convertirono all’Islam per coercizione ottomana».

Frasi che sono state condannate da molti esponenti nazionali ed europei, anche dalla Missione OSCE in Bosnia-Erzegovina secondo cui si è trattato di incitamento all’odio. Secondo la stessa organizzazione infatti tali frasi: «alimentano la sfiducia, alimentano l’intolleranza e minacciano l’essenza stessa della convivenza che la Bosnia-Erzegovina ha costruito con impegno e sta lavorando per consolidare». Dello stesso parere è stata la Commissione Elettorale Centrale (CEC) che ha aperto un fascicolo a riguardo. Diversa invece la posizione della Procura della BiH secondo cui non ci sono le basi per aprire una indagine.

Da qui al 23 novembre, e forse ancor di più quando sarà noto il nome del nuovo presidente, non sono esclusi nuovi colpi di scena. Dodik pur avendo perso momentaneamente il posto di potere non sembra intenzionato a lasciare la politica ed ha ancora il pieno controllo sul suo partito. All’opposizione il principale partito, l’SDS, è senza leader da mesi, mentre Stanivuković ha recentemente fondato un nuovo movimento politico la cui forza elettorale è ancora tutta da decifrare.

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