Aiuti umanitari o strategia imperiale? Le diverse organizzazioni umanitarie statunitensi rivelano il loro volto geopolitico che fa gli interessi non tanto dei paesi bisognosi, ma della politica estera americana.
Le moderne Fogbow (società privata di logistica umanitaria) e GHF (Gaza Humanitarian Foundation) e la più conosciuta agenzia USAID (United States Agency for International Development) – da poco smantellata dall’attuale governo Trump –, sono tre diverse facce della stessa medaglia: quella di un imperialismo americano mai sopito che passa anche attraverso azioni umanitarie.
Che siano realtà private (Fogbow e GHF) o pubbliche (USAID), lo scopo è sempre promuovere gli interessi degli USA fuori dai confini nazionali. Il fatto di farlo utilizzando la maschera degli aiuti umanitari, legittima gli Stati Uniti agli occhi dei Paesi alleati, molti dei quali, con le loro organizzazioni, risentono oggi dei cambiamenti delle politiche statunitensi perché non hanno avuto la lungimiranza di costruirsi in passato una propria autonomia.
È ciò che è successo con lo smantellamento da parte del secondo governo Trump, a marzo di quest’anno, della USAID, sulla quale contavano numerose realtà umanitarie in tutto il mondo che oggi si ritrovano senza il loro principale finanziatore. Il rischio che ciò accadesse non era poi così lontano: l’USAID è una realtà pubblica, ma resta pur sempre un’agenzia governativa, il che vuol dire che a decretare la sua vita e la sua morte sono di volta in volta i governi in carica in base agli obiettivi che si prefissano.
L’USAID, di fatto, accanto al volto di organizzazione umanitaria che forniva assistenza ai paesi in via di sviluppo in diversi settori, univa anche quello di una realtà con scopi politici precisi. Sotto l’egida dell’allora presidente John F. Kennedy, fu istituita nell’ambito del Foreign Assistance Act del 1961 per sostenere la “sicurezza nazionale” e per contrastare l’influenza dell’Unione sovietica nel mondo attraverso il soft power, un meccanismo con cui si indica la capacità di uno Stato di influenzare e persuadere altri Paesi attraverso mezzi non coercitivi.
L’ex amministratore dell’USAID, Andrew Natsios, nel 2020 ha scritto che l’agenzia ha contribuito al successo degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, attraverso l’assistenza allo sviluppo economico, assistenza umanitaria e anche al sostegno del settore dell’informazione in molti paesi. Si tratta di un’agenzia che tutti i presidenti fino a oggi hanno considerato come un completamento essenziale della loro politica estera.
Il ruolo dell’USAID ha poi visto una crescita sostanziale dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 quando, sotto la presidenza di George Bush, venne impiegata nella guerra in Afghanistan e in quella in Iraq. Da quel momento il budget lievitò da 7 miliardi di dollari nel 2001 a 42 miliardi di dollari nel 2024.
Finora, dunque, l’USAID ha contribuito a numerosi obiettivi politici degli Stati Uniti in contesti post-conflitto e di importanza strategica. Non c’è dubbio che in questi sessanta anni si sia anche impegnata sotto il profilo umanitario, finanziando progetti di numerose ONG che lottano contro l’HIV, la fame, per i diritti di donne e minoranze; ma viene da chiedersi se questo sia il motivo per cui è nata. Nel documento di bilancio 2025, ad esempio, accanto a impegni contro la fame e il cambiamento climatico, USAID indica tra le sue priorità la “competizione” con la Cina e “il fallimento strategico della Russia in Ucraina”.
Non a caso, tra i maggiori beneficiari dei finanziamenti USAID – insieme a Giordania, Yemen e Afghanistan – figura proprio l’Ucraina, che dall’inizio dell’invasione russa del 2022 fino al gennaio 2025 ha ricevuto più di 34 miliardi di dollari. E a essere finanziati nel Paese dell’Est Europa, come in altri Paesi, furono anche diversi media d’informazione: il 90% dei media ucraini riceveva finanziamenti da USAID senza i quali non avrebbe potuto sopravvivere.
In generale, secondo dati citati da Reporter Senza Frontiere, nel 2023 USAID ha finanziato 6.200 giornalisti, 707 organi di informazione non governativi e 279 ONG che si occupano di media in oltre 30 Paesi del mondo, soprattutto in Africa, nel Sud-est asiatico, in Ucraina, Georgia e Bielorussia.
L’agenzia non ha poi mancato di suscitare critiche anche per aver sostenuto regimi autoritari amici durante la Guerra fredda, tra cui Taiwan, Corea del Sud e Repubblica Democratica del Congo, e per aver utilizzato i fondi per promuovere cambi di regime e influenzare le politiche interne dei paesi riceventi. Per esempio, un articolo di Roberto Vivaldelli sulla rivista InsideOver riporta che nel 2014 l’USAID ha svolto un ruolo significativo finanziando think tank e testate giornalistiche che hanno favorito la caduta del governo Yanukovich; e ancora, nel 2018 in Nicaragua l’agenzia ha sostenuto media e think tank dell’opposizione, contribuendo a un tentativo di colpo di Stato contro Daniel Ortega. Stessa cosa in Venezuela, dove l’agenzia ha fornito “aiuti” che in realtà servivano a sostenere il leader dell’opposizione Juan Guaidò.
Insomma, ci sono tutte le carte per poter parlare di una duplice natura dell’USAID, come riporta anche un articolo del New York Times risalente al 2014: a un volto più umanitario, volto a favorire sviluppo democratico e progresso socioeconomico in tutto il mondo, se ne affianca un altro di dubbia morale che punta solo a fare gli interessi degli Stati Uniti.
A leggere fin qui, si potrebbe pensare che lo smantellamento dell’agenzia da parte del governo Trump sia stato un bene. La realtà, però, è più complessa di quello che sembra.
Intanto va chiarito che Trump ha chiuso i rubinetti della USAID non perché la considerasse di dubbia morale, ma semplicemente perché era di intralcio ai suoi obiettivi politici; e, soprattutto, ha smantellato l’agenzia senza preoccuparsi dei lavoratori che sono stati licenziati all’improvviso e dei milioni di beneficiari in tutto il mondo che sono rimasti senza fondi.
Trump considerava l’USAID uno strumento di ingerenza e di soft power ostile ai suoi ideali isolazionisti orientati sui valori del MAGA (Make America Great Again). Una delle accuse rivolte all’agenzia dal Presidente USA è stata quella di “appoggiare la sinistra radicale” e di “aver sperperato denaro pubblico in iniziative contrarie all’interesse nazionale”, motivo per il quale ha congelato miliardi di dollari che l’agenzia aveva destinato a progetti di aiuto in tutto il mondo, specialmente in aree fragili come l’Africa subsahariana, il Medio Oriente e l’America Latina.
Nelle prime sei settimane dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, sono stati eliminati circa l’83% dei programmi dell’agenzia, mentre il restante 17% è stato assorbito dal Dipartimento di Stato. Questa decisione, oltre ad aumentare il rischio di ulteriore politicizzazione dell’assistenza, ha lasciato scoperti milioni di beneficiari. La portavoce ONU Stephane Dujarric ha riportato che “molti dei programmi cancellati riguardano paesi fragili che dipendono fortemente dagli aiuti statunitensi per sostenere i sistemi sanitari, i programmi di nutrizione e per evitare la fame”. Uno di questi Paesi è il Sudafrica dove, a causa della sospensione dei finanziamenti, sono state interrotte promettenti sperimentazioni di vaccini contro l’HIV.
Anche Medici Senza Frontiere ha risentito ampiamente dei tagli USAID. Un articolo sul sito ufficiale della ONG, intitolato “Fondi USAID: i tagli agli aiuti del governo USA condannano a morte milioni di persone”, parla proprio di come “il congelamento dei fondi da parte del governo Trump sta causando una catastrofe umanitaria”.
Nel frattempo, con il ritiro dalla scena internazionale dell’agenzia americana, la Cina sta cominciando ad aumentare gli investimenti soprattutto in Africa e in America Latina con la Belt and Road Initiative (BRI), cogliendo l’opportunità di espandere il proprio soft power in Paesi prima dipendenti dagli Stati Uniti.
Questi ultimi, intanto, non mancano di portare avanti i loro interessi tramite iniziative private. Fogbow e GHF, fondate rispettivamente nel 2022 e a maggio di quest’anno, sono due nuove realtà sostenute dagli USA che si stanno sempre di più inserendo nel contesto umanitario, bypassando le principali organizzazioni internazionali e creando non pochi problemi.
Nello specifico, Fogbow è una società privata a scopo di lucro messa in piedi da circa una dozzina di persone tra cui figurano ex ufficiali militari, ex agenti della CIA e diplomatici statunitensi. Ha già operato a Gaza nel marzo 2024, quando iniziò a lavorare a un piano chiamato Blue Beach che prevedeva di far arrivare aiuti alimentari nella Striscia via chiatta attraverso punti di sbarco removibili; un piano che poi si rivelò fallimentare.
Attualmente sta coordinando la distribuzione di cibo nel Sudan e Sud Sudan, dove è in corso una delle più gravi crisi umanitarie a livello mondiale. L’obiettivo è quello di espandere le sue operazioni anche in nuove aree di crisi. Il presidente di Fogbow, Mick Mulroy, un decorato marine statunitense ed ex agente paramilitare della CIA, in un’intervista ha dichiarato che l’interesse per i loro servizi è aumentato soprattutto “dopo il taglio dei finanziamenti USAID”.
La presenza sulla scena internazionale di questa “società privata di logistica umanitaria” – come l’hanno definita gli stessi funzionari di Fogbow – suscita non poca preoccupazione tra diversi operatori umanitari che temono l’attuazione, da parte di questa azienda e simili, di modelli politicizzati di aiuti che possono mettere in pericolo i civili – come dimostra in maniera lampante il caso di GHF.
In Sud Sudan, ad esempio, Fogbow collabora direttamente con il governo, sostenendolo nella battaglia contro le milizie dell’opposizione. I sacchi degli aiuti arrivano contrassegnati come “South Sudan Humanitarian Relief” [“Soccorsi Umanitari del Sud Sudan”], scritta che compare accanto alla bandiera nazionale. Questo fatto ha generato accuse di propaganda e favoritismo etnico, senza considerare che alcune persone hanno rifiutato il cibo perché non si fidano del governo.
Inoltre, sono diverse le accuse provenienti dai residenti locali – e sostenute da Human Rights Watch – secondo le quali gli aerei governativi hanno sganciato armi incendiarie mentre distribuivano gli aiuti.
Non emergono poi report pubblici su bilanci certificati. I finanziamenti provengono direttamente da governi locali o da donatori statali arabi (Qatar ed Emirati Arabi Uniti), ulteriore fattore che suscita sospetti su strumentalizzazioni – come accade anche per GHF.
Molti osservatori e veterani del settore degli aiuti temono che aziende di questo tipo stiano operando per servire gli obiettivi politici dei governi belligeranti, anziché aiutare i più bisognosi; con il rischio ulteriore di sacrificare i principi umanitari di base di neutralità, trasparenza e indipendenza. Sono le stesse dinamiche che si ripropongono, come già accennato, con GHF, altra organizzazione privata sostenuta sempre dagli USA e da Israele, accusata di usare la fame come arma contro il popolo palestinese e di servire gli obiettivi di guerra del governo.
Anche in questo caso si tratta di una realtà costituita da un piccolo gruppo – circa dieci membri – che comprende ex alti ufficiali militari americani, dirigenti aziendali e funzionari umanitari, e che ignora completamente le realtà di soccorso tradizionali. Come Fogbow, anche la GHF non ha reso note le sue fonti di finanziamento e in più, tramite l’azienda, Israele controlla tutti i rifornimenti in entrata a Gaza.
GHF limita la distribuzione di cibo a un piccolo numero di hub – attualmente quattro – che si trovano principalmente nel sud della Striscia e tutti vicini alle postazioni militari israeliane, attraverso le quali dovranno passare i destinatari degli aiuti per un controllo. La società ha dichiarato che la sua massima priorità è garantire la sicurezza e la dignità dei civili, ma la realtà mostra tutt’altro: da quando è stata fondata, GHF è stata responsabile dell’uccisione e del ferimento di centinaia di palestinesi in fila per il pane. La più recente testimonianza di ciò, è stata riportata da un’inchiesta pubblicata sulla rivista israeliano-palestinese 972 magazine, intitolata “‘The Hunger Games’: inside Israel’s aid death traps for starving Gazans” [“‘Hunger Games’: all’interno delle trappole mortali degli aiuti israeliani per gli affamati di Gaza”].
Il direttore dell’Iniziativa umanitaria di Harvard, Michael VanRooyen, parlando di Fogbow e GHF ha detto che “queste organizzazioni non sono umanitarie. Sono agenti di un governo, destinati a soddisfare scopi politici e in alcuni casi militari”.
Si può concludere che, fino a oggi, gli Stati Uniti hanno sempre avuto a cuore più i loro interessi che il fine umanitario. Quest’ultimo è sempre stato messo in secondo piano rispetto a obiettivi politici fissati di volta in volta dai governi in carica, che hanno agito a loro piacimento senza realmente valutare le conseguenze delle loro azioni a livello mondiale.
È un’ulteriore riprova del fatto che, anche e soprattutto nel settore umanitario, i diversi Paesi che si definiscono alleati degli USA devono iniziare a elaborare piani validi e autonomi; piani che non sottostiano ai capricci del governante di turno e che siano in grado di scalzare le nuove realtà private che mettono a rischio il settore umanitario tout court, oltre che i popoli destinatari degli aiuti. Solo questa potrà essere l’unica risposta credibile all’imperialismo americano: un risveglio e un’azione collettivi della comunità internazionale.