Giulia Cecchettin: a che punto è la notte?

Giulia Cecchettin: a che punto è la notte?

Giulia Cecchettin

Il femminicidio di Giulia Cecchettin, ventiduenne veneta laureanda in Ingegneria biomedica uccisa per mano dell’ex fidanzato reo confesso Filippo Turetta, ha generato un’ondata di sdegno e commozione senza precedenti nell’opinione pubblica italiana. Fiaccolate e manifestazioni di protesta hanno affollato le vie di molte città italiane, mentre si annuncia partecipatissimo il corteo nazionale di sabato 25 novembre a Roma indetto in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Cecchettin è la centocinquesima vittima di femminicidio dell’anno 2023. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, ottantadue dei femminicidi avvenuti finora sono maturati in ambito familiare o affettivo e più della metà (cinquantatré) dal compagno e dall’ex.

La commozione generale non ha inizialmente lasciato indifferente la politica di palazzo. Dopo le prima dichiarazioni di Giorgia Meloni a condanna dell’uccisione della giovane, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha invitato la presidente del consiglio a unirsi per approvare una legge volta a introdurre l’educazione affettiva nelle scuole pubbliche, scontrandosi tuttavia con la storica opposizione della destra alla cosiddetta “propaganda gender” nella scuole. Nei giorni successivi c’è stato un confronto tra Meloni e Schlein che ha condotto all’approvazione del nuovo “ddl antiviolenza” nella serata del 22 novembre, ma quel giorno sia i senatori dell’opposizione che quelli della maggioranza hanno disertato la discussione come denunciato su X dalla senatrice PD ed ex sindacalista CGIL Susanna Camusso tra i banchi di un’aula deserta.

Il nuovo pacchetto di misure è suddiviso in diciannove articoli che confermano la politica repressiva del governo Meloni in materia di contrasto ai femminicidi intrapresa sin dal suo insediamento, quando la maggioranza ha scelto di agire in direzione della repressione nei confronti degli autori dei crimini. Aumento delle pene e rafforzamento del cosiddetto “Codice Rosso”, quindi, ovvero delle norme già approvate dai precedenti governi per lo snellimento delle indagini sui reati legati alla violenza sulle donne.

In realtà dai banchi della destra sono arrivati anche segnali diversi: sono state avanzate più di venti proposte di legge per la modifica del codice penale e di procedura penale per introdurre alcune norme per la prevenzione alla violenza di genere, mentre a luglio si è insediata la terza «Commissione parlamentare di Inchiesta sul femminicidio nonché su ogni forma di violenza di genere» presieduto da Martina Semenzato (Noi moderati) che ha spiegato come «le donne devono avere autonomia e indipendenza, lavorative ed economiche, ma soprattutto mentale. Per questo famiglia e, soprattutto, scuola hanno un ruolo fondamentale».

Tuttavia, a dispetto delle iniziative messe in campo, il governo Meloni sembrerebbe agire in direzione opposta. Lo spiega la Onlus ActionAid in un rapporto pubblicato il 13 novembre e intitolato provocatoriamente «Prevenzione sottocosto» dove spiega come sebbene dal 2013 le risorse dedicate al contrasto alla violenza di genere siano aumentate del 156%, i femminicidi non accennano a diminuire, mettendo così in luce il fatto che le soluzioni messe in campo non funzionano. Ma non solo: «i fondi dedicati alla prevenzione della violenza sulle donne [sono] calati ben del 70%», denuncia l’organizzazione, passando dai 17 milioni di euro stanziati nel 2022 ai soli 5 milioni del 2023.

Il governo Meloni, continua ActionAid, si limita ad avanzare proposte che riguardano «temi afferenti alla punizione (37%) e, in misura inferiore, la protezione (27%), la prevenzione (20%) e le azioni di sistema (16%)». L’inchiesta evidenzia infine che è «pressoché assente una strategia di prevenzione di medio e lungo periodo che agisca sulla diffusa cultura patriarcale e maschilista del Paese, che produce discriminazioni e violenza contro bambine, ragazze e donne».

La politica del governo Meloni va quindi in direzione contraria alla legge 77/2013 con cui l’Italia dieci anni fa ratificava la Convenzione di Istanbul, adottata nel 2011 dal Consiglio d’Europa. La Convenzione insiste precisamente sul binomio prevenzione-protezione come unico strumento in grado di contrastare efficacemente la violenza di genere. Per il mancato impegno dell’Italia, l’Associazione D.I.Re (Donne in rete contro la violenza) ha scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dove, tra le altre cose, denuncia che «l’Italia è stata condannata ben sette volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver reso effettivo il suo impegno nella lotta alla violenza sulle donne: quattro volte solo lo scorso anno».

Considerazioni condivise anche da Amnesty International, che nel suo bilancio in dieci punti sul rispetto dei diritti umani nel primo anno di Governo Meloni giudica negativamente l’operato della nuova maggioranza in merito alla tutela dei diritti e denuncia come «dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione allo sradicamento della cultura della violenza (contro le donne, n.d.r.), prevedendo programmi di formazione scolastica e percorsi di educazione».

Sulla centralità del ruolo della scuola in un’ottica di prevenzione concorda anche Antonella Petricone dell’Associazione Be Free, cooperativa di Roma contro tratta, violenze e discriminazioni attiva dal 2007. Petricone sottolinea che «gli interventi si devono fare in tutti gli ordini di scuola adeguando il tipo di intervento alle classi e alle età, perché la cultura del rispetto va insegnata sin da piccoli». Al contrario dell’ora di educazione alle relazioni presentata dal ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara: limitata a trenta ore all’anno, le ore si svolgeranno in orario extrascolastico e solo negli istituti superiori che ne faranno richiesta. Un progetto che ha già messo in imbarazzo il governo per via di Alessandro Amadori, il consulente del ministero autore di un saggio uscito nel 2020 in cui sminuiva la violenza di genere.

Se nelle scuole devono essere allora organizzati dei validi progetti di educazioni al rispetto, realizzarli solo tra le mura degli istituti non è sufficiente, come spiega Petricone: «Tutta la società deve accogliere una donna che vive una situazione di violenza. Oggi le donne che hanno paura non si sentono accolte, pensano che sia una loro responsabilità individuale. Ma sono dinamiche che non dipendono da loro. Per questo è come società che dobbiamo prenderci la responsabilità affinché le donne non si sentano sole di fronte ai segnali di violenza. Perché i segnali ci sono». Proprio come ha raccontato più volta Elena Cecchettin, la sorella di Giulia. «Si era accorta che c’era qualcosa di sbagliato», commenta ancora Petricone «Ma le donne sono lasciate da sole a gestire situazioni difficili. In uno stato di assoggettamento del genere perdi lucidità. Hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a uscire da quella situazione».

I centri antiviolenza, però, non possono essere la sola strada percorribile: «Le donne che vivono una dinamica violenta devono poter chiedere aiuto a chiunque sia vicino a loro. Le persone accanto devono essere preparate e pronte ad accogliere senza mai minimizzare il vissuto di violenza. Per questo ci vuole una rivoluzione culturale. La rivoluzione è la prevenzione».

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