E se dopo la caduta del re l’Ungheria fosse ingovernabile?

E se dopo la caduta del re l’Ungheria fosse ingovernabile?

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Le elezioni del 2022 in Ungheria potrebbero porre fine a un’era. Fidesz, il partito dell’attuale primo ministro Viktor Orbán in carica dal 2010, potrebbe anche perdere. Contro di lui si presenta, per la prima volta, una coalizione che comprende i sei maggiori partiti dell’opposizione, da Párbeszéd, ovvero la nuova sinistra ecologista e liberale a Jobbik, lo stesso partito che fino al 2016 inneggiava al complotto massonico-giudaico incombente sull’Ungheria, che bruciava le bandiere europee in piazza e inneggiava alla difesa della razza. A completare lo schieramento ci sono il quasi defunto Partito Socialista, i liberali di Momentum (che ricordano il Movimento 5 stelle della prima ora, ma con tendenze più spiccatamente neoliberiste), i verdi del LMP e Demokratikus Koalíció, la compagine di Ferenc Gyurcsány l’ex-primo ministro socialista costretto a dimettersi dopo lo scandalo del 2006.

Fino alle primarie dell’opposizione, tenutesi lo scorso settembre, sembrava che la partita fosse uno scontro diretto tra l’attuale sindaco di Budapest Gergely Karácsony (Párbeszéd) e il capo di Jobbik Gábor Vona. Alcuni credevano che Jobbik, il partito che alle scorse elezioni ha raccolto il maggior numero di voti (19%), fosse il favorito e il più indicato per sconfiggere Orbán sul suo stesso terreno, da destra. In molti video su internet si possono vedere i suoi militanti tra i nazi-skin in manifestazioni nelle quali si brucia la bandiera europea e si inneggia alla difesa della razza, mentre a livello locale i sindaci di Jobbik hanno attuato campagne massicce di sfratti e demolizioni contro le comunità rom già ghettizzate dalla fine dell’Unione Sovietica. Poi però Orbán ha iniziato a erodere il loro bacino elettorale assumendo posizioni sempre più estremiste e gli attuali vertici del partito hanno optato per uno spostamento verso il centro, allontanando i membri (e i volti) più compromessi e arrivando a presentarsi alla prossima tornata come una forza moderata. Altri erano convinti che il vento di cambiamento stesse per gonfiare le vele della protesta e che il Paese si sarebbe in massa schierato a sinistra, per reazione. Invece, come spesso accade in questi contesti, né l’uno né l’altro sono riusciti a fare breccia nell’elettorato e, come nel più classico dei copioni, abbiamo assistito a un ritorno al passato. Klára Dobrev, la moglie dell’ex-premier socialista, ha stravinto il primo turno delle primarie con il 34,8% delle preferenze, seguita da Gergely Karácsony, con il 27,3%. Dobrev però, nonostante il ruolo di Vicepresidente del Parlamento europeo e la reputazione di politica abile, aveva un problema fondamentale: suo marito.

Ferenc Gyurcsány, per anni leader indiscusso del MSZP (il Partito Socialista Ungherese), ha guidato il Paese dal 2004 al 2009 ma ha finito per diventare uno dei politici più odiati dalla cittadinanza in seguito allo scandalo delle intercettazioni diffuse nel 2006 nelle quali l’ex-premier dichiarava di aver mentito agli ungheresi “mattina, pomeriggio e sera” e, non contento, insultava le capacità intellettive dei suoi compatrioti. Ciononostante, ha rifiutato di dimettersi, provocando una caduta verticale del MSZP e contribuendo in maniera significativa alla vittoria schiacciante di Orbán nel 2010.

Non a caso i media governativi, espressione delle idee e della volontà di Fidesz, hanno fino all’ultimo sperato che Klára Dobrev vincesse. “Magyar Nemzet” (La Nazione Magiar, ndr) quotidiano vicino a posizioni di estrema destra, si è spinto a elogiarne i meriti, a dipingerla come la figura di più alto profilo e affidabile. Forse Orbán già si vedeva proiettato in una campagna elettorale in cui poter utilizzare in ogni manifestazione o conferenza l’odio del popolo verso Gyurcsány per screditarne “la moglie”. Di sicuro non avrebbe parlato d’altro, né lui né la stampa filogovernativa (ovvero più dei due terzi dei media ungheresi), e non gli sarebbe stato difficile far sparire il nome della politica dietro il nome del marito. Del resto, il campo era già pronto: le strade d’Ungheria sono già piene di manifesti blu con scritte gialle nei quali si chiede al popolo, lapalissianamente, “Volete che torni l’era di Gyurcsány?”, con un’emojii arrabbiata a cui esce i fumo dal naso.

E invece non è andata così. Un nuovo colpo di scena è stato offerto dal ritiro di Karácsony, la cui campagna elettorale non aveva comunque brillato, in favore dell’ultimo arrivato: Péter Márki-Zay. Il 16 ottobre poi Márki-Zay ha effettivamente vinto diventando lo sfidante ufficiale di Orbán alle prossime elezioni. Ma chi è questo semi-sconosciuto della politica magiara? Economista conservatore, laureato in Ungheria e specializzato tra Usa e Canada, europeista e liberista convinto, cattolico e padre di otto figli, Márki-Zay ha conquistato gli onori della ribalta del 2018 riuscendo a conquistare la carica di sindaco della città di Hódmezovásárhely, storica roccaforte di Fidesz, grazie a una strategia basata sulla federazione di tutte le forze di opposizione. È molto popolare tra l’elettorato conservatore rurale, per la sua provenienza provinciale e la sua estraneità alle élites borghesi cittadine e sembra stia riuscendo laddove neanche Orbán aveva avuto successo, ovvero nel coinvolgere i giovani. Con lunghi video su Youtube o sui suoi canali social Márki-Zay sta conquistando fette considerevoli dell’elettorato più giovane e, finora, la sua strategia si è rivelata vincente. È chiaro a tutti che è la personalità giusta per sfidare Orbán perché, in un certo senso rappresenta la proverbiale altra faccia della stessa medaglia.

C’è sempre da chiedersi, però, quanto possa tenere una coalizione così. I diretti interessati assicurano che c’è unità di intenti sul programma di governo e che il loro è stato un gesto di responsabilità verso il Paese. L’impressione è che questa volta la scelta fosse tra allearsi o sparire definitivamente.

Infatti, a differenza dei suoi avversari, il capo di Fidesz potrebbe vincere da solo o, come affermano alcuni analisti, potrebbe approfittare della sconfitta per tornare da salvatore della patria quando la coalizione d’opposizione imploderà a causa delle divisioni interne o dell’impasse giuridica. Non si dimentichi che Orbán finora ha stravinto le elezioni in due tornate, con più di 2/3 dei seggi, il che gli ha permesso di cambiare la costituzione e di costruire un sistema a misura di Fidesz. Chiunque verrà dopo di lui (sempre se arriverà qualcun altro), dovrà fare i conti con un Paese plasmato a immagine del partito dell’attuale Primo Ministro e della sua classe dirigente. Ed è sicuramente questa una delle sfide più difficili per l’Ungheria di oggi.

Non basterà di certo un’elezione a cambiare tutto ciò, ma potrebbe sempre essere un inizio; ammesso che chi verrà dopo non troverà più conveniente utilizzare gli stessi strumenti che fino a oggi ha tanto criticato.

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