Vito Alfieri Fontana, nato a Bari nel 1951, ha vissuto due vite, una successiva all’altra e opposte sotto tanti punti di vista. Per i primi 30 anni Vito è stato ingegnere e progettatore nell’azienda di famiglia Tecnovar che produceva mine antiuomo e anticarro. Nella seconda parte invece, iniziata nel 1993, Fontana è stato uno sminatore, ed ha lavorato prima in Kosovo e poi in Bosnia – Erzegovina. Una scelta di cuore che lo ha portato ad utilizzare le sue conoscenze, acquisite in anni di lavoro, per lo scopo opposto: togliere dal terreno quelle mine che lui stesso aveva progettato e venduto.
Fontana, arrivato alla meritata pensione, ha deciso di raccontare la sua duplice esperienza di vita e lo ha fatto con un libro, scritto assieme ad Antonio Sanfrancesco, edito da Laterza e che si intitola “Ero l’uomo della guerra”. Un’opera precisa, per niente retorica, che racconta il mondo dei produttori di armi durante gli anni ’70 e ‘80 e poi il crescente impegno degli sminatori. Questi ultimi, a partire dagli anni ‘90, hanno messo a rischio la propria vita per salvare quella di altre persone innocenti, spesso bambini. Del libro e dei temi ad esso collegati ne abbiamo parlato con lo stesso Fontana.
Partiamo dall’attualità. Nell’ultimo anno molti paesi hanno messo in discussione il Trattato di Ottawa (ufficialmente la Convenzione sul Bando delle Mine Anti persona) che dal 1997 impegna gli stati firmatari a non usare, sviluppare, produrre, acquistare o trasferire mine anti-persona.
“Il problema è in realtà semplice: il Trattato di Ottawa è stato fatto nel 1997 e la situazione internazionale era ben diversa da quella di adesso, le potenze colloquiavano e il momento storico era diverso. Non era ancora arrivato il 2001, era appena finita la guerra in Bosnia e si pensava di poter raggiungere la pace anche in Eritrea, un altro conflitto sanguinosissimo. La Russia addirittura non firmò il Trattato perché era preoccupata dal confine con la Cina e voleva avere mani libere per proteggere quel confine, ora sono alleati e la guerra è in Ucraina. È chiaro che a certe nazioni questo trattato sta stretto e la Comunità Internazionale non può nemmeno andare a punire quei paesi che decidono di uscire. Si tratta di accordi che andrebbero aggiornati alla situazione di adesso perché altrimenti temo che sempre più paesi si sfileranno. In questo momento mi sembra però manchi la quella volontà di fare un bene comune e di cooperare, cosa che c’era nella politica internazionale di fine anni ’90.
Tra i paesi che hanno annunciato l’uscita dal Trattato troviamo la Lituania, la Finlandia, la Polonia e l’Ucraina.
“L’Ucraina però ancora non si è ufficialmente ritirata perché perderebbe tutti i finanziamenti, creerebbe un gran pasticcio. Lo ha annunciato, ma non lo ha ancora fatto ufficialmente. Probabilmente dopo l’annuncio loro hanno ripreso ad utilizzare le mine, ma non sono usciti dal Trattato. So per certo che stanno firmando molti accordi con Agenzie delle Nazioni Unite per futuri interventi di sminamento e l’ONU sicuramente non da finanziamenti se sei fuori dal Trattato.”
Cosa hai provato, dopo trent’anni di lavoro come produttore di armi, la prima volta davanti ad un campo da dover sminare?
“La sensazione è tremenda perché ti chiedi quali accorgimenti o sotterfugi può aver escogitato il tuo ex collega per non far scoprire la mina. Gran parte del lavoro di un produttore di mine sta proprio in questo, rendere la mina sempre meno rintracciabile. Tutti accorgimenti e trucchi che prima mettevo in pratica anch’io quando progettavo le mine. Nel lavoro di sminatore non si lascia niente al caso, esistono norme rigide e controllate per svolgere quel lavoro e sono veramente norme salva vite. Avere regole rigide sicuramente aiuta a combattere quel senso di smarrimento che ho provato nei primi momenti.”
Si tratta di un vero e proprio regolamento?
Esatto, si chiama Standard Operative Procedures. Sono circa 400 pagine con dentro le regole per affrontare ogni possibile evenienza o situazione che si può venire a creare in un campo minato. Per uno sminatore è una specie di Bibbia da sapere a memoria soprattutto da chi organizza il cantiere. È stato redatto dalle Nazioni Unite a metà degli anni ’90 e poi si è evoluto con norme sempre più efficaci. Lo sminatore è sempre più un lavoro di intelligenza e meno di coraggio.”
Uno dei primi e più importanti passaggi nel lavoro di contrasto alle mine è quello di individuare le zone dove sono presenti e soprattutto capire quante ce ne sono.
“La Mine Action è diventata una vera scienza fatta anche di studio del territorio. E questo passaggio è importantissimo perché non basta una segnalazione, ma bisogna essere certi che in un quel campo ci siano mine. Anche perché le segnalazioni spesso non sono precise e magari ti portano in un luogo dove in realtà non sono state messe mine. In Bosnia per esempio, nei primi anni dicevano ci fossero 3 milioni di mine sul terreno, poi andando a vedere le mine tirate fuori erano circa 300.000. Un numero comunque enorme, ma ben diverso da quello che raccontavano.”
Nel libro descrivi il lavoro di molte ONG anche per quanto riguarda l’educazione, rivolta soprattutto ai più giovani, e con l’obbiettivo di fare prevenzione riguardo gli enormi rischi legati alle mine.
“Chi ha operato nel settore non parla più di solo sminamento, ma di “azione contro le mine” e la messa in guardia riguardo gli effetti di quest’arma è una parte fondamentale di questo lavoro. Sono azioni rivolte ai lavoratori che magari devono utilizzare il terreno dove ci sono delle mine o ai bambini che vogliono giocare in quei campi. Soprattutto con i più giovani la comunicazione è fondamentale. Ad esempio in Kosovo nel primo periodo giravano dei volantini che raffiguravano Superman che salva un bambino da una mina prendendolo in braccio e facendolo volare. Sembra un bel messaggio, ma dal punto di vista psicologico è sbagliato perché induce il bambino a pensare che non deve avere paura delle mine e quindi non capisce il pericolo. Il bambino non deve essere consolato dalla paura, ma va avvertito del pericolo. Non c’è Superman a salvarti, ma invece aver paura delle mine può aiutarti. Nei Balcani con questa attenzione alla comunicazione e all’educazione sono stati fatti dei veri miracoli. Le vittime di mine in pochi anni sono state ridotte quasi a 0.”
In questi giorni compiono 30 anni gli Accordi di pace di Dayton. Il Trattato che pose fine al conflitto in Bosnia – Erzegovina e che ha dato vita all’attuale stato federale bosniaco. Avendo lavorato in quel paese negli anni subito successivi che idea ti sei fatto di quegli Accordi?
“Credo che esista la pace dei politici e la pace della gente. La chiamo pace dei politici perché si creano delle classi politiche interessate solo al mantenimento dello status quo, sfruttano l’incertezza, fanno proclami minacciosi, ma lo scopo è quello di mantenere il potere. Quegli Accordi hanno portato la pace nel senso che per fortuna adesso non si spara più, ma manca un vero progetto di riconciliazione effettivo tra le persone. Le tre etnie in Bosnia sono state costrette a passare da un paese in cui si cercava l’integrazione tra i popoli ad una realtà in cui invece si cerca di dividerle. Una situazione in cui prospera il nazionalismo e le persone hanno sempre meno voglia di cooperare o di integrarsi tra di loro. Quella è stata una guerra tra vicini di casa, gente che parlava la stessa lingua o dialetti molto simili. Magari le persone consideravano il proprio vicino un’imbecille o strano perché diverso da loro, ma non un alieno da uccidere e mai e poi mai avrebbero pensato che si sarebbero scannati tra di loro. Alla fine della guerra ciò che resta è la miseria, manca l’acqua, manca l’elettricità, non c’è lavoro e tutto ciò porta disperazione per i più anziani e la rassegnazione dei più giovani. Molte delle persone che hanno vissuto una guerra civile come quella poi si chiedono cosa possa averli spinti a fare ciò.”
Anche in questo caso ci troviamo a parlare di attualità e della guerra in Ucraina.
“Temo che una cosa del genere possa succedere anche in Ucraina. Prima o poi arriverà alla pace nel senso che non spareranno più, ma io non so se in Donbass la comunità ucraina potrà mai tornare nelle proprie case. Uguale i russi che vivono in Ucraina e che andranno a vivere in Russia o in Donbass dove parlano russo. È un fatto purtroppo naturale ed è invogliato dalla politica locale.”
Andrea Mercurio