“Rinascimento Carla Lonzi”: modernità di una femminista

“Rinascimento Carla Lonzi”: modernità di una femminista


Dal 26 al 28 ottobre sarà al cinema «Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo», firmato da Francesca Archibugi. Il documentario presentato quest’anno alla Biennale di Venezia è l’ultimo capitolo di una più ampia riscoperta d
ella celebre femminista di Firenze. Rappresenta l’occasione per approfondirne la figura e comprendere le ragioni di quello che si configura come un vero e proprio «rinascimento Lonzi». Fiorentina ed ex critica d’arte, Carla Lonzi (1931-1982) è al centro di un lavoro di divulgazione di Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice, che spiega il motivo per cui di lei si parla sempre di più al di fuori dell’accademia: «Ci sono state una serie di circostanze che ne hanno permesso la riscoperta: il successo della serie TV de L’amica geniale dove Lonzi viene citata molte volte e si mostra una copia di Sputiamo su Hegel», racconta Guerra. «C’è stata poi la questione dell’archivio, che ha generato un certo dibattito».

Nel 2017, infatti, il figlio Battista Lena ha proposto un comodato d’uso alla Galleria nazionale di Roma. Il fondo è stato restaurato e digitalizzato grazie al contributo del Ministero della Cultura, ma nel 2024, tre anni prima della scadenza del comodato, la neodirettrice Renata Cristina Mazzantini ha improvvisamente rinunciato all’archivio, scatenando diverse polemiche. Alla fine, il fondo è stato accolto dalla Fondazione Lelio e Lisli Basso.

Tra il 2019 e il 2021 sono state anche allestite mostre a lei dedicate a Milano, Roma e Pechino; nel 2021 il suo «Autoritratto» (1969) è stato tradotto in inglese, mentre dal 2023 la casa editrice La Tartaruga ne sta ripubblicando le opere. Il documentario di Archibugi prende vita, invece, da uno sguardo ravvicinato poiché la regista, da decenni compagna del figlio Battista Lena, ha conosciuto privatamente Lonzi. Tuttavia quella di approfondire e riscoprire l’opera della femminista potrebbe rispondere a una necessità più radicata. «In Italia ci si sta rendendo conto, anche tra le nuove generazioni, di una mancanza di punti di riferimento storici», continua Guerra. «Non che non ci siano, ma le madri del femminismo italiano sono figure molto controverse. Invece quello che ha detto Carla Lonzi è lì cristallizzato per sempre».
Non a caso «Sputiamo su Hegel» (1970) è considerato il primo libro di teoria femminista italiano, sebbene non fosse assolutamente nelle intenzioni dell’autrice. Apparentemente testo ideologico, quasi di nicchia, nel libro firmato «Rivolta Femminile» (gruppo fondato con Carla Accardi ed Elvira Banotti) pone una domanda che ci riguarda profondamente ancora oggi, soprattutto oggi: perché dovremmo lottare per cercare l’approvazione da parte di un mondo che ha sempre escluso le donne?

Dilemma che assume contorni inediti, se letto alla luce del presente: compensi inferiori rispetto ai colleghi, esclusione dal mondo del lavoro dopo la gravidanza, lavoro invisibile dentro e fuori le aziende, sindrome dell’impostora, rischio di burnout del 50% superiore rispetto agli uomini. Questo è il prezzo che, secondo uno studio Istat, le donne pagano per far parte del mondo del lavoro, nel tentativo di stare al passo con una realtà costruita a misura di uomo. Nel 1970, in piena espansione dell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, Lonzi e il gruppo di «Rivolta femminile» mettono in profonda discussione proprio quello che era considerato, dalle donne stesse, un traguardo, imprimendo al femminismo italiano una svolta che lo avrebbe contraddistinto da quello del resto del mondo.

Ecco che i corsi di assertività, le quote rosa, le norme sul gender pay gap e tutte le misure per tentare di essere e sentirsi riconosciute, nel pensiero di Lonzi rispondono alla stessa logica che l’aveva condotta alla rinuncia della carriera di critica d’arte, professione da lei amatissima, ma inconciliabile con il suo sentire. «Abbandonare era niente, rispetto al dolore di tradire me stessa», scriverà in «Taci, anzi parla. Diario di una femminista» (1978).

Scelte di sottrazione che tuttavia possono essere compiute solamente da donne privilegiate, da cui il più recente femminismo intersezionale ha preso le distanze e che ha fatto oggetto di profonda critica. Secondo Mikki Kendall, autrice di «Hood feminism» (2020), questi dilemmi riguardano principalmente il cosiddetto “femminismo bianco”, colpevole di ignorare la quotidianità delle donne comuni: di rendere marginali, insomma, i grandi temi della vita quotidiana come la povertà, la violenza, la salute.

Anche a Lonzi si potrebbe rimproverare la stessa cosa. Fa chiarezza Guerra: «Il modo più utile per far capire chi è Lonzi è inquadrarla nel suo contesto». La femminista fiorentina vive infatti in un momento segnato dai grandi movimenti sociali e politici degli anni Sessanta e Settanta dove la rivoluzione sembrava imminente. Rivoluzione che, tuttavia, secondo Lonzi, non immaginava in alcun modo le donne come protagoniste se non all’interno del paradigma della parità: “sputare su Hegel” significava allora rigettare uno stravolgimento sociale che escludeva a suo avviso l’esperienza di vita di più della metà del genere umano.

Il rischio non è relegato al passato. Le piazze e gli scioperi che stanno animando in queste settimane le più importanti città europee dal Portogallo all’Albania, passando per la Francia e l’Italia mettono al centro carovita, scuola e diritto all’abitare. Battaglie che, per ora, non includono però le istanze portate avanti da anni dai movimenti femministi della quarta ondata come Non una di meno.
Riscoprire Carla Lonzi, allora, significa rinnovare l’impegno a non confinare in secondo piano le istanze femministe e a mettere al centro ciò che a lei stava davvero a cuore, ovvero il desiderio a partire dall’ordinario. «Le opere di Lonzi sono molto personali e riflettono la sua vita» conclude Guerra «Il suo pensiero è difficilmente categorizzabile, e forse anche per questo funziona anche oggi: non è teoria astrusa. Si sente che quello che dice è intessuto con la sua quotidianità».

 

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