A tre anni di distanza dall’uscita in sala di Oppenheimer, Christopher Nolan torna nel buio dei
cinema di tutto il mondo con la sua ultima fatica artistica, The Odyssey. Il film, distribuito dal 16
luglio, vede il regista londinese alle prese con l’omonima opera omerica e restituisce la prova
magniloquente ed esagerata di uno dei registi più celebri degli ultimi vent’anni.
È bene partire, in sede di recensione, da una premessa fondamentale: in The Odyssey l’epica
omerica non viene trasposta in maniera pedissequa e fedele, anzi, Nolan si serve di uno dei testi
fondativi della civiltà occidentale – semplificandolo, modificandolo ed eliminando intere sezioni
tematiche – per narrare un’inquietudine interiore senza dubbio più vicina al mondo contemporaneo
che non a quello degli antichi greci. I personaggi, i topoi narrativi e l’epica si trasformano, dunque,
in elementi utili a raccontare una rilettura autoriale, per certi versi affine e per molti altri
lontanissima dall’originale racconto epico. L’Odisseo di Nolan perde gran parte della
caratterizzazione omerica per diventare un uomo che non riesce a venire a patti con le
conseguenze delle sue scelte e delle sue azioni. Questa trasformazione semantica è parte di un
cambiamento ben più ampio e radicale che il cineasta inglese opera sul materiale di partenza.
Tuttavia, se da un lato Nolan è in grado di suscitare grande interesse grazie ad una sorta di
attualizzazione della caratterizzazione del protagonista, dall’altra sacrifica gran parte della
complessità e della struttura composita della storia originale – disinteressandosi, inoltre, della
caratterizzazione di quasi tutti i personaggi secondari. Anche la resa estetica e la scrittura dei
dialoghi non godono della stessa qualità realizzativa utilizzata nel concepimento di Odisseo: la
messa in scena di Agamennone, delle armature troiane e persino della maga Circe scadono nel
kitsch e le battute che i personaggi pronunciano li svuotano del peso leggendario che i loro nomi
richiederebbero.
La resa tecnica è, senza dubbio, la punta di diamante di quest’opera. Tralasciando la scelta
artistica di girare il film completamente in IMAX, la fotografia è ottima così come il sonoro e grazie
a questi elementi l’immersione nella storia raccontata è totale dal primo all’ultimo minuto della
pellicola. Il montaggio propone di nuovo la tipica forma intrecciata propria del regista inglese ma
non è esente da difetti, soprattutto nelle scene più concitate.
La regia è intelligente: Nolan dimostra ancora una volta di essere un maestro in grado di gestire
un’enorme macchina come quella messa in moto per la realizzazione di questo film e, allo stesso
modo, si conferma uno dei più abili registi in grado di occupare un posto in quel tremendo spazio
chiamato “blockbuster d’autore”.
Per quanto riguarda la recitazione, nonostante la pletora di nomi altisonanti Matt Damon risalta e
regala al pubblico un’ottima interpretazione concentrata più sulla presenza scenica e sulla fisicità
che sulla sottigliezza espressiva. Degna di nota, inoltre, è la prova di John Leguizamo, nei panni di
Eumeo. Il resto del cast purtroppo non brilla a causa di interpretazioni che non vanno oltre una
sufficienza scolastica. Ciò in parte è dovuto alla caratterizzazione – nei personaggi
femminili quasi del tutto assente – e in parte al poco peso drammatico che hanno nella messa in
scena di Nolan che sembra non aver particolare interesse ad approfondire nessun nucleo narrativo
che non riguardi il protagonista.
The Odyssey è un’opera magniloquente che assurge a summa stilistica del regista che l’ha girata:
essa, infatti, non è una trasposizione del poema omerico, è la messa in scena di stilemi
artistici codificati inseriti nel contesto narrativo che ha plasmato l’occidente. È, tuttavia, qui che giace il suo
problema più grande: nell’atto di elevare e mitizzare i pregi del suo cinema, Nolan ingrandisce e
rende evidenti anche i suoi difetti.