Atlante

Una Battaglia Dopo l’Altra – La vita, la rivoluzione e l’ipocrisia degli Stati Uniti

Una Battaglia Dopo l’Altra – La vita, la rivoluzione e l’ipocrisia degli Stati Uniti

A ormai quattro anni di distanza dal suo ultimo film, Licorice Pizza, Paul Thomas Anderson torna a dirigere un film e lo fa adattando di nuovo un romanzo di Thomas Pynchon (dopo Vizio di forma, film del 2014 tratto dall’omonimo romanzo): Una battaglia dopo l’altra,  infatti, è una libera trasposizione di Vineland, libro dell’autore statunitense del 1990. Tuttavia, a differenza di Vizio di forma, Anderson sceglie in questa occasione di attualizzare il racconto – pur rispettando lo stile e il soffio postmoderno – attraverso un cambio netto di contesto e periodo storico che gli permette di guardare e fotografare le delusioni, le criticità e l’ipocrisia degli Stati Uniti di oggi.

Il film si apre con un’introduzione ricca di azione e pathos che prende il via, in medias res, dall’attacco del French 75 – un immaginario commando rivoluzionario statunitense – ad un centro di detenzione per migranti ai confini col Messico e che si conclude con la sconfitta delle velleità rivoluzionarie del gruppo e la fuga di “Ghetto” Pat con la bambina avuta con la leader del gruppo. Proprio da qui, da questo mal assortito nucleo familiare, si sviluppa la linea narrativa principale del film: il protagonista, che nel frattempo ha cambiato identità e si fa chiamare Bob, si ritrova, sedici anni dopo, ad essere un padre disilluso, dipendente dalle droghe e paranoico, nascosto in una cosiddetta città-santuario, un crocevia di etnie e migranti, dove le fasce più basse della società statunitense si scontrano continuamente con le istituzioni per poter continuare a vivere una vita degna di essere chiamata tale. L’apparente stasi nevrotica in cui si trova Bob, tuttavia, viene scossa quando lui e la figlia, Willa, vengono risucchiati in una spirale di violenza, razzismo e paura causati da un uomo, colpevolmente dimenticato e sottovalutato dal protagonista, che si mobilita per cercare quest’ultimo e la figlia.

In Una battaglia dopo l’altra, il cineasta statunitense raggiunge una qualità registica altissima in grado di rivaleggiare persino con Il Petroliere, opera universalmente riconosciuta come il suo capolavoro. Dalla prima incursione nel centro di detenzione per migranti all’inseguimento finale – che può essere facilmente considerato una delle sequenze cinematografiche migliori degli ultimi anni – il regista non perde mai il timone della sua opera. Inoltre, Anderson cammina con equilibrio perfetto sulla linea sottile che divide la tensione insostenibile e l’ironia fuori luogo, gestendo abilmente il tono ibrido di una storia che avrebbe potuto facilmente portarlo fuori strada.

Dal punto di vista della scrittura, il regista gioca con la trama principale, con lo sfondo narrativo e con i personaggi per confezionare, al tempo stesso, un unicum e una summa stilistica che arricchiscono la sua filmografia di un ulteriore capolavoro. Tutto in Una battaglia dopo l’altra è riconducibile agli stilemi che da sempre hanno caratterizzato il suo modo di fare cinema e, nonostante ciò, essa rappresenta la prima vera pellicola action del regista andandosi a distaccare con coraggio dal modo pacato e dalla precisione millimetrica – presente ma impercettibile  anche da quel Vizio di Forma, il quale deve lo stesso la sua origine al gran maestro del postmodernismo Thomas Pynchon. I viaggi psichedelici di Doc Sportello, lasciano spazio al nervosismo alterato di Bob, che si trova costretto ad agire in una situazione concreta che richiede la completa – benché poca – concentrazione che è in grado di ottenere dalla sua mente piegata ormai dalle dipendenze e dalle paranoie. E questo, oltre a far sì che per l’intera durata del film lo spettatore percepisca la stessa pressione che vive e partecipi emotivamente alle scelte e alle emozioni di Bob, fa funzionare la componente action di Una battaglia dopo l’altra alla perfezione.

Il contesto narrativo – in questo caso, l’acuirsi delle fratture sociali in seno alla società statunitense a guida Trump – che fa da sfondo alle vicende del French 75 prima e di Bob e Willa poi, è delineato con la dovizia e, soprattutto, la maestria con cui da sempre il cineasta statunitense disegna lo sfondo alle sue storie. È proprio in questo che si nota la grande continuità che lega il cinema di Anderson atto e decostruire e a raccontare gli Stati Uniti: un percorso che parte da Boogie Nights  e giunge al giorno d’oggi proprio con Una battaglia dopo l’altra, passando per Il Petroliere, The Master Licorice Pizza. Come per questi ultimi, Anderson non spiega, mostra, ed è in questa apparente mancanza di presa di posizione che giace la sottigliezza con cui descrive l’America di oggi divisa tra la componente razzista –  apparentemente – endemica della sua classe dominante, scenari da guerra civile, disillusione generale e la possibilità di un mondo migliore basato sull’integrazione e le lotte sociali.

Cambiando totalmente prospettiva, il cast rappresenta il vero e proprio fiore del film e vanta un trittico di stelle composto da Leonardo DiCaprio, Sean Penn e Benicio del Toro. Il primo, nei panni del nevrotico Bob, regala al pubblico una grandissima interpretazione ed è in grado di  bilanciare ed equilibrare il dramma e l’ironia che contraddistinguono il protagonista. Del Toro, in grande spolvero, mette in scena alla grande un serafico maestro di karate ispanico che rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per un numeroso gruppo di clandestini locali; il celebre attore naturalizzato spagnolo, pur trovandosi di fronte ad un personaggio complesso, di poche parole e composto e ragionevole anche sull’orlo della disfatta totale, riesce a descrivere allo spettatore un’interiorità fatta di empatia e difficoltà.
Infine, Sean Penn, nei panni del perfido quanto involontariamente comico colonnello Lockjaw, regala al pubblico una delle sue migliori interpretazioni, che lo proietta in pole position per la corsa agli Oscar di questa stagione. Tutto nell’interpretazione di Penn è degno di nota: dallo sguardo che presenta al pubblico un personaggio in costante contrasto tra disciplina ferrea e voglia di trasgredire (in un certo senso, la rappresentazione visiva del potere per come è inteso da Anderson), al passo dell’oca che caratterizza l’andatura del militare e che lo rende estremamente buffo nei pochi momenti in cui si trova in abiti civili, passando per quella mascella serrata che gli dà il nome e gli scatti di ira che esplodono improvvisamente e che sorprendono perfino gli spettatori.

Per concludere, una menzione d’onore va fatta alla splendida colonna sonora del film composta da Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead qui alla sesta collaborazione con Anderson. Tutto nelle musiche dell’inglese contribuisce ad elevare la dimensione visiva ed emotiva del film e i picchi raggiunti dal commento musicale nelle scene action rappresentano una sinergia difficilmente raggiungibile per un film action.

Condividi