Shrinkflation, la disuguaglianza silenziosa

Shrinkflation, la disuguaglianza silenziosa

Secondo definizione, “shrinkflation”  è un fenomeno economico in virtù del quale la quantità di un certo prodotto diminuisce  a fronte di una stabilità di prezzo. In parole povere, un consumatore che acquista un determinato bene paga lo stesso prezzo di sempre, ma il prodotto è più piccolo. Ad esempio, se nel 2024 un gelato di cento grammi costava 2,50 euro, nel 2025 quel gelato ha sempre lo stesso prezzo, ma pesa ottantacinque grammi.

Dal punto di vista etimologico, la parola sottintende due concetti: quello di “to shrink”, che tradotto significa letteralmente “ridursi, restringersi” e quello di “inflation”, in italiano “inflazione”. Si tratta quindi di una forma celata di inflazione che non colpisce direttamente il cartellino del prezzo, ma altri aspetti del prodotto in sé, dal peso alla qualità.

Altri modi per identificare questa particolare strategia economica sono i termini “sgrammatura” o “riproporzionamento”.

Shrinkflation come strategia

Secondo un’analisi meramente economica, la sgrammatura sarebbe una strategia di mercato. Riducendo le quantità di prodotto presente all’interno delle confezioni, il consumatore potrebbe essere incentivato ad acquistare un numero maggiore di articoli per soddisfare la sua necessità. Così facendo, l’azienda produttrice avrebbe la possibilità ammortizzare i costi di produzione e l’acquisto della materia prima. Se si guarda questo fenomeno solamente attraverso le lenti del capitalismo, eludere un innalzamento reale del prezzo di vendita attraverso l’escamotage del riproporzionamento è un modo per non scoraggiare l’acquirente. Come dice un vecchio proverbio “occhio non vede, cuore non duole”. Ma il portafoglio, in realtà, duole eccome. Guardando il fenomeno nel suo complesso è oggettivo che le ricadute tanto sociali quanto economiche sul consumatore siano uguali a quelle dell’inflazione vera e propria. Anzi, forse sono addirittura peggiori: camuffare un aumento di prezzo con queste modalità non permette a chi acquista né di comparare agevolmente i prodotti tra loro, né di identificare in modo preciso il prezzo di un determinato bene o servizio per ponderarne l’acquisto secondo la effettiva necessità.

Un altro rovescio della medaglia: nascondere l’inflazione dietro strategie economiche non corrisponde ad un’effettiva stabilità del costo della vita, ma lo rende solo meno identificabile. A lungo termine, questa tipologia di fenomeno ottiene il risultato di sommergere una disuguaglianza e di complicare le strategie di intervento, mentre questa continua ad intensificarsi: se non è possibile mappare gli outcome di un determinato processo, non si può comprenderne a pieno la portata e di conseguenza diventa difficile pianificare un sistema di erogazione di contributi a favore del consumatore o implementare un impianto normativo che sia in grado di regolare questo aspetto del mercato. Inoltre, la shrinkflation è un caso che si è cristallizzato nel tempo ed è ormai radicato nelle logiche di consumo generali, nonostante ad oggi sia sotto gli occhi di tutti.

Una dinamica tristemente comune: ci accorgiamo della gravità delle cose solamente quando è troppo tardi per prevenirle, o quando gli eventi sono talmente dilaganti che diventa impossibile ignorarli.

Non solo beni e prodotti ma anche servizi

Di seguito riporto alcuni esempi molto evidenti di shrinkflation che si sono verificati nel tempo: La confezione di KitKat Chunky è passata da 48 a 40 grammi, il Philadelphia Light spalmabile da 200 a 190 grammi, il tubo di patatine Pringles da 200 a 185 grammi. Spesso, le aziende utilizzano una strategia di diversificazione del prodotto per giustificare la diminuzione del contenuto all’interno delle confezioni: molto noto è il caso della pasta Barilla, che per certe lavorazioni di pastasciutta ha ha rimpicciolito le confezioni anche a fronte di un aumento di prezzo. Come è evidente da questi esempi, la sgrammatura è un fenomeno molto diffuso e latente, che si insinua negli scaffali di ogni supermercato. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. La diminuzione delle quantità innesca una reazione a catena non indifferente nel mercato ed alimenta l’intensità dell’impatto su chi compra. Inoltre, la shrinkflation non riguarda solo i prodotti fisici che acquistiamo, ma anche altri servizi di cui facciamo utilizzo: basti pensare alla durata dei biglietti per i mezzi pubblici, alla qualità di trasmissione dei contenuti multimediali sulle piattaforme di streaming, al roster di servizi inclusi in un certo pacchetto che viene acquistato (come, ad esempio, i pasti in hotel piuttosto che la dimensione dei bagagli a mano su un volo di linea). O ancora, un’altra forma in cui può presentarsi questa inflazione latente riguarda la durata degli abbonamenti a siti e piattaforme o i contratti telefonici, anche se a riguardo in Italia sono già intervenute a più riprese le autorità statali che regolano il mercato delle comunicazioni: in questo caso le compagnie telefoniche accorciano i tempi di fatturazione da un mese a quattro settimane, aumentando il numero di mensilità pagate in un anno.

Si tratta di un fenomeno trasversale, che colpisce una vasta gamma di settori produttivi e che si è infiltrato in maniera pregnante all’interno del tessuto socio-economico. Di conseguenza, le ricadute economiche si sono riflesse sulla popolazione e hanno generato una nuova forma di disparità sociale

 

La diminuzione del contenuto dei prodotti acquistati corrisponde ad un aumento dei costi dedicati al sostentamento di ogni persona e nucleo familiare. L’incremento delle spese relative ai beni di prima necessità comporta l’esigenza di ritarare il proprio bilancio, e quando la coperta è corta si fanno delle rinunce. Questo significa che mantenere uno standard di vita di un certo livello è sempre più costoso, e molte persone sono costrette a rinunciarvi. Non si crea una nuova forma di povertà, ma si rafforza la disparità anche all’interno del ceto medio. Il fenomeno della shrinkflation non porta più persone sotto la soglia di povertà relativa o assoluta, ma genera una disuguaglianza latente fra chi può permettersi di accedere a certi servizi e chi ha dovuto ricalcolare le proprie uscite. Si tratta di una condizione che rafforza il gap di reddito tra le classi sociali e all’interno delle stesse, e di conseguenza corrisponde ad un accesso meno paritario alle opportunità e ad un aumento dell’instabilità sociale. Ad ogni modo, questo processo nel tempo è stato ignorato e le forme di disparità socio-economica si sono fossilizzate nella struttura sociale. Il leggero abbassamento delle condizioni di vita, la necessità di rinunciare ad alcuni servizi accessori e il ridimensionamento dei bisogni primari e secondari sono solamente alcuni degli elementi a cui ci siamo abituati, e che ad oggi sono generalmente tollerati, se non percepiti come “giusti” in una società in cui l’indifferenza la fa da padrone.

La retorica impone di “dover rinunciare” e “fare dei sacrifici nella vita”, e il mondo sta assimilando questi concetti. Ma analizzando dal punto di vista etico e logico le ragioni di ciò che sta succedendo, ci si ritrova catapultati di fronte a uno scenario caratterizzato da individualismo e normalizzazione della disuguaglianza. Mentre la cultura del consumo omologa il pensiero, l’informazione libera e trasparente ci aiuta a mettere in discussione questa linea di condotta.

 

Politiche di contrasto

 

Negli ultimi anni, la problematica del riproporzionamento è diventata evidente e la sua portata si è moltiplicata. Questo ha spinto la classe politica ad arrabattarsi per cercare una soluzione in grado di contenere gli effetti collaterali di questo fenomeno. Nel caso specifico dell’Italia, il Ministero delle Imprese e del Made In Italy ha approvato una normativa volta a migliorare la trasparenza dei produttori riguardo alla diminuzione del contenuto degli articoli venduti. Questo avviene attraverso un’apposita etichetta che figura sulla confezione, in cui viene riportata la modifica di peso applicata a quello specifico prodotto.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Infatti, la modifica legislativa promossa dal governo non è piaciuta all’Unione Europea, che ha contestato all’esecutivo di Giorgia Meloni di aver infranto le regole europee in materia di restringimento del mercato unico. Si tratta di un intoppo procedurale, e non di un vero e proprio attacco al contenuto della modifica applicata al Codice di consumo previsto dal nostro paese.

Ad ogni modo, ci sono anche alcuni problemi legati proprio all’essenza di questa policy, e non si tratta di un’opinione schierata, bensì di un’analisi oggettiva di quanto sta succedendo. Per quanto sia una buona notizia, si tratta pur sempre di una strategia di recovery, nonché di una soluzione che si limita a contenere i danni senza risolvere il problema. Tuttavia, è una critica fine a sé stessa: in casi come questi, la politica non può fare altro che offrire delle opportunità per sopperire ad una specifica problematica e soddisfare un bisogno in tempi celeri. Il cambiamento radicale avviene dal basso, attraverso le rivoluzioni di pensiero, e non per mezzo di regole calate dall’alto.

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