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May December, gioco di specchi tra cinema e realtà

May December, gioco di specchi tra cinema e realtà

May December prende spunto dalla realtà per raccontare una storia oltraggiosa: quella dell’amore impossibile tra un adolescente e una donna adulta.

Due donne allo specchio. Diverse nei colori e nei tratti del volto, di uguale statura, di età diverse: una bruna l’altra bionda, una giovane l’altra di mezza età. La prima un’attrice, l’altra la donna che dovrà interpretare sul grande schermo. È nel dualismo speculare di queste due figure femminili che si sviluppa la trama e la tensione di May December, l’ultimo film diretto dal regista statunitense Todd Haynes.

Un regista che ama dirigere storie di donne tormentate dal vissuto imperscrutabile e film sul panorama musicale. Suoi i tormenti della casalinga disperata di Lontano dal paradiso, bellissimo film ambientato negli anni Cinquanta uscito nel 2002. Suo anche il complesso ritratto di Bob Dylan di Io non sono qui (2007), al quale hanno dato vita sette diversi attori, Cate Blanchett inclusa.
Tra le tematiche a lui più care quella delle relazioni omosessuali: il regista è considerato uno degli esponenti più importanti del New Queer Cinema americano, al quale ha contribuito soprattutto con il suo primo film, Poison (1991).

Altro segno distintivo di Haynes è la passione per le attrici eteree. Una delle due protagoniste di May December è Julianne Moore, che si può considerare a tutti gli effetti la sua attrice feticcio. Apparsa in tre dei suoi film precedenti – Safe, Lontano dal paradiso e La stanza delle meraviglie – incarna la perfetta donna heynesiana.
Haynes ha rivelato che la sceneggiatura di Lontano dal paradiso fu scritta appositamente per lei, “la prima e unica volta che ho fatto qualcosa del genere per un attore”. Ugualmente eteree anche Cate Blanchett, apparsa in Io non sono qui e Carol, e Kate Winslet, la Mildred Pierce dell’omonima serie tv diretta nel 2011 per HBO.

In questo film una nuova musa si aggiunge alla collezione del regista: si tratta di Natalie Portman, che interpreta la co-protagonista Elizabeth ed è co-produttrice del film. Fu proprio lei a proporre a Haynes la sceneggiatura, come raccontato dal diretto interessato: “May December mi è stato suggerito da Natalie Portman durante l’apice della pandemia di COVID. Stavo leggendo un po’ più del solito perché nessuno di noi stava lavorando e non sapevamo quando avremmo potuto tornare al lavoro. Ma è stata una sceneggiatura che mi ha davvero colpito… L’ho letta prima di parlarne con lei. (…) Era impossibile non immaginare Natalie in questo ruolo mentre lo leggevo”.

La sceneggiatura aveva un grande punto di forza: una potente storia ispirata alla realtà, animata da un grande conflitto di natura passionale e amorosa. La storia che anima May December, infatti, è la vicenda realmente accaduta che coinvolse un’insegnante di Seattle, Mary Kay Letourneau, accusata nel 1996 di aver adescato un suo alunno 13enne di origini polinesiane, Vili Fualaau. Con lui, poi, qualche anno dopo si sposò: lei aveva 43 anni e aveva da poco perso la custodia dei suoi 4 figli di primo letto, lui 22. Insieme, poi, ebbero due figli.

La vicenda, nella pellicola, è stata leggermente modificata: nel film l’alunno è di origini coreane, e lei lo conosce e se ne innamora all’età di 36 anni. Però la natura oltraggiosa della loro relazione resta intatta. E acuita dall’ingresso nelle loro dinamiche di coppia di una terza persona: l’attrice interpretata da Natalie Portman.

Sono presenti alcuni riferimenti al cinema d’autore, soprattutto nel tema del rispecchiamento identitario: inevitabile ravvedere, nelle scene che vedono le due protagoniste femminili davanti allo specchio, un esplicito riferimento ad un capolavoro di
Ingmar Bergman: Persona (1966). In una scena del film, Gracie trucca Elizabeth e, di colpo, le loro identità si fondono e si confondono. La dinamica competitiva tra le due svela verità crude e, per certi versi, inquietanti. May December sancisce il ritorno ad un ruolo inquietante di Natalie Portman, a 14 anni dalla prima ballerina di Il cigno nero di Darren Aronofsky (2010) e a 7 da Planetarium di Rebecca Zlotowski (2016).

La sceneggiatura scorre naturalmente, come un fiume che incalza: e si è guadagnata una meritatissima nomination agli Oscar come Miglior Sceneggiatura Originale. La musica denuncia il sottotesto romantico e triste del film: il tema principale proviene dalla colonna sonora di Michel Legrand creata per Messaggero d’amore di Joseph Losey (1971).

Il cast punta soprattutto sul tris di protagonisti: tra Portman e Moore che ingaggiano una lotta sottile, in mezzo c’è lui, Charles Melton: aria esotica e sguardo dolce, troppo giovane per essere il padre di due ragazzi in partenza per l’università ma abbastanza adulto per porsi domande che fanno male. Detentore di una vita che ha ottenuto senza la consapevolezza di un adulto, è il personaggio più fragile della storia. Una crisalide che scopre di potere e di voler essere una farfalla.

Quella farfalla, nella realtà, alla fine è volata via: infatti nel 2020, dopo 14 anni di matrimonio e 23 di relazione, i due hanno divorziato. E, come in un tragico film hollywoodiano, undici mesi dopo il divorzio, Letourneau è morta di cancro: aveva solo 58 anni. Alla fine di un amore per il quale tutto è stato messo in discussione, evidentemente, non si può sopravvivere.

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