I giudici della Ue hanno stabilito che uno Stato membro ha l’obbligo di riconoscere un matrimonio tra persone gay anche se contratto in altro stato. La sentenza si riferisce al caso di due cittadini polacchi che si erano sposati in Germania e avevano chiesto che il loro certificato venisse trascritto nel registro civile nazionale, ma gli era stato negato. Ora l’Alta corte Ue ha creato un precedente importante stabilendo che il mancato riconoscimento del matrimonio tra due cittadini dell’unione è contrario al diritto comunitario. O, in altri termini, «gli Stati membri sono tenuti a riconoscere lo stato coniugale legittimamente acquisito in un altro Stato membro».
Si tratta di un passo avanti significativo per la lotta per i diritti Lgbtqi+ in Europa, ma tra quegli stati che gravitano intorno all’Ue, come la Turchia, qual è la situazione? Il Paese vive da sempre una sostanziale separazione tra le grandi città e l’entroterra. Istanbul per anni è stata una delle poche capitali di stati a maggioranza musulmana dove ci fosse una nutrita (e manifesta) comunità Lgbtqi+. Con l’inasprimento delle politiche autoritarie del presidente Recep Erdogan, tuttavia, anche i diritti civili hanno subito una significativa flessione, alimentando comportamenti omofobi e violenti contro le minoranze.
Per la prima volta in centodue anni dalla fondazione della Repubblica di Turchia, accade infatti che i legislatori potrebbero prendere in considerazione la criminalizzazione di qualsiasi espressione di identità LGBTQIA+ e le attività sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. La bozza di 66 pagine dell’undicesimo pacchetto di riforma giudiziaria introduce norme create per soddisfare le aspettative dell’elettorato conservatore, imponendo misure contro la promozione dei valori LGBT+.
Negli ultimi anni la Turchia del presidente Erdoğan ha consolidato un sistema di potere fondato sul controllo sociale e la repressione del dissenso. La retorica ufficiale sostiene di difendere la moralità pubblica, ma la Turchia sta vivendo una stretta autoritaria che coinvolge oppositori politici, magistrati, giornalisti e attivisti. Quello turco è un regime ibrido, dove l’apparato statale e giudiziario viene usato come strumento di disciplinamento morale e politico della società.
Stando ai dati di Human Rights Watch, la Turchia è oggi uno dei paesi con i più alti tassi di incarcerazione di giornalisti e oppositori in Europa, secondo l’HRW World Report del 2025. Dal tentato golpe del 2016, Erdoğan ha concentrato nelle sue mani poteri straordinari. Migliaia di giudici, insegnanti e militari sono stati licenziati o arrestati con l’accusa di intrattenere legami con organizzazioni terroristiche, spesso per motivi squisitamente politici.
Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha denunciato che nel 2024 almeno 52 reporter risultavano detenuti e che testate indipendenti come Cumhuriyet e Duvar English sono state accusate di «offesa al presidente» o «istigazione all’odio» per silenziare il dissenso politico nei media.
Erdoğan ha costruito una narrazione che fonde religione, nazionalismo e conservatorismo. «Né io né il mio partito riconosciamo LGBT. Queste ideologie perverse sono una minaccia ai nostri valori» ha dichiarato il presidente, come riportato da AP News il 13 gennaio 2025. Con queste parole ha inaugurato l’Anno della famiglia, per «proteggere la struttura morale della società turca e rafforzare la natalità».
Stando al sito indipendente The Pink News, il governo collega la «crisi dei valori» e il calo demografico all’ingerenza delle ideologie occidentali che «corrompono la gioventù» e «minano la famiglia tradizionale».
La visione moralizzatrice propinata dall’AKP pervade ogni ambito della vita pubblica, inclusa la scuola. Il ministro dell’istruzione Yusuf Tekin ha annunciato lo scorso anno di voler introdurre nei programmi scolastici l’insegnamento di «valori familiari e patriottici», mentre sono stati vietati libri e film ritenuti «contrari ai principi morali della Repubblica».
La bozza di legge ha destato allarme nelle ONG internazionali come Amnesty International, che si è espressa sul tema. La proposta introdurrebbe la modifica dell’articolo 225, che nel Türk Ceza Kanunu (TCK) regola le pene per “Atti Osceni”. Un nuovo secondo comma punirebbe con la reclusione da uno a tre anni «chiunque mostri un atteggiamento o un comportamento contrario al sesso biologico alla nascita e alla moralità pubblica, o che incoraggi, elogi o promuova pubblicamente tale comportamento» e prevederebbe fino a quattro anni per chi «celebra cerimonie tra persone dello stesso sesso». L’esistenza stessa delle associazioni LGBT+ è messa a rischio e le coppie che organizzano fidanzamenti o matrimoni – simbolici, dato che il matrimonio tra persone dello stesso sesso in Turchia è illegale – potrebbero incorrere in pene detentive. La pena per «atti sessuali in pubblico o esibizionismo», fissata tra sei mesi e un anno, verrebbe aumentata a un anno e mezzo.
Un altro emendamento riguarda la limitazione dell’accesso alla riassegnazione di genere. L’età legale per tali interventi passerebbe da 18 a 25 anni, con aumento dei requisiti procedurali e medici richiesti. I candidati dovrebbero essere celibi/nubili; ottenere un rapporto medico da un ospedale statale designato dal Ministero della Salute, che confermi che l’intervento è «psicologicamente necessario». Dopo quattro valutazioni, ciascuna a distanza di tre mesi, il tribunale, una volta ottenuta l’approvazione sanitaria, potrebbe promulgare l’ordine di modifica dell’anagrafe. È prevista un’eccezione per chi ha patologie genetiche o ormonali.
La bozza recita: «Nei casi in cui un ospedale di formazione e ricerca a pieno titolo designato dal Ministero della Salute determini che una persona soffre di patologie genetiche o ormonali che causano anomalie dello sviluppo degli organi genitali, gli interventi medici obbligatori possono essere eseguiti senza le condizioni di cui sopra». Eseguire un intervento di riassegnazione di genere al di fuori del quadro giuridico sarebbe punibile con pene detentive da tre a sette anni e multe giudiziarie per «garantire l’educazione di individui fisicamente e mentalmente sani e proteggere l’istituzione familiare e la struttura sociale». La giustificazione fornita sottolinea la «necessità che gli individui raggiungano un certo livello di maturità prima di prendere una decisione che influenzerebbe profondamente il resto della loro vita» e chiede al contempo misure più incisive per contrastare i movimenti per la neutralità di genere.
Per Amnesty si tratta di «una criminalizzazione dell’esistenza stessa delle persone LGBT» ma anche di un precedente che normalizza l’uso del diritto penale per regolare la moralità privata.
Il presidente dell’AKP, Abdullah Güler, in merito alla domanda sulle pene detentive sollevata dalla giornalista Ceren Bayar di T24, una testata turca indipendente, ha dichiarato: «Bisogna valutare quali sono le pratiche globali su questi temi e qual è la situazione attuale nel nostro Paese. Esistono rapporti, ricerche e valutazioni su questi argomenti, ma non è ancora stata redatta una bozza formale».
La stretta repressiva non risparmia i partiti di opposizione – chiuso il partito filo-curdo HDP, molti membri sono stati perseguitati. Secondo Reuters, oltre 6.000 attivisti politici curdi risultano detenuti con accuse di terrorismo o di «minaccia all’integrità dello Stato». Anche i sindaci eletti in città come Diyarbakir e Van sono stati sostituiti da amministratori graditi al governo di Erdoğan.
Nel 2022 è anche entrata in vigore una legge che obbliga le piattaforme digitali a rimuovere contenuti «falsi o destabilizzanti» entro 24 ore, pena multe e blocco del servizio e, stando a quanto riportava a maggio di quest’anno Reporters Sans Frontieres, la Turchia nel 2024 risultava essere al 148° posto su 179 nella classifica mondiale della libertà di stampa.
A Istanbul, Ankara e Izmir, le manifestazioni pubbliche vengono vietate per «motivi di sicurezza». Nel mese del Pride, le marce sono proibite dal 2015 – chi sfida il divieto rischia arresti e violenze. Nel giugno scorso, durante la manifestazione del Pride, Deutsche Welle ha documentato l’arresto di decine di persone colpevoli di «propaganda contro i valori della famiglia». Persino il movimento Kadın Cinayetlerini Durduracağız (Fermeremo i femminicidi) è accusato di aver esercitato un’«attività contraria alla legge» per aver denunciato violenze di genere, dopo che la Turchia ha ritirato la propria adesione alla Convenzione di Istanbul nel 2021. Per Amnesty, «il ritiro dalla convenzione e la persecuzione dei gruppi femministi dimostrano che la politica del governo è volta a riaffermare con prepotenza un modello patriarcale di società».
Nel Rainbow Index e nei rapporti annuali di Freedom House, la Turchia ha ormai punteggi in costante calo su libertà di espressione, indipendenza giudiziaria e diritti civili. Secondo ILGA-Europe, si colloca tra gli ultimi in Europa per la tutela dei diritti LGBT+ e tra i primi per denunce di violenza e arresti arbitrari.
Il Consiglio d’Europa e il Parlamento europeo hanno più volte chiesto ad Ankara di ristabilire lo stato di diritto, ma le autorità turche derubricano le critiche a indesiderate interferenze occidentali.
Nel 2024 Erdoğan ha affermato che «l’imposizione delle ideologie LGBT+ supera persino il fascismo», come riportato da Duvar English. La moralità, nuova frontiera politica, viene usata per dividere il popolo in cittadini fedeli alla patria e nemici dei valori nazionali. Per citare le parole della politologa turca Zeynep Altiok: «Erdoğan non reprime solo per paura del dissenso, ma per costruire un ordine morale univoco, dove Stato e religione coincidono. La repressione è la colonna vertebrale di questo progetto».
Giulia Rocchetti