Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo

Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo

sacerdote

«Ma fai ancora parte del “Gruppo dei preti del Paradiso” di Bergamo?», la domanda nasce spontanea alla fine di un pranzo in una casa di Cairoma che don Antonio ha costruito per ospitare i volontari impegnati nei progetti del territorio di Araca e che originariamente avrebbe potuto diventare l’abitazione della sua pensione.

«Non lo so», allarga le braccia lui, serafico. Abbozza una risata e poi riprende: «È che tempo fa si sono tenute tutte le assemblee per rinnovare statuti e organi del gruppo ma io non ho mai approvato niente, dunque…»

Don Antonio Caglioni, classe ‘46, bergamasco di Sovere che attorno ai trent’anni, già sacerdote, decide di stabilirsi in Bolivia, nel centro minerario di Viloco, in cui finisce la strada che conduce da La Paz alla cittadina. “Strada”, o meglio: percorso ricavato in mezzo (letteralmente) alle montagne e battuto solo dal più o meno frequente transito di automezzi che da Viloco tornano in città (o si fermano a Patacamaya, a qualche ora di macchina da La Paz). In questo percorso spesso c’è chi finisce giù nel burrone.

Alla domanda che gli viene posta spesso (anche in questa situazione) riguardo il perché stabilirsi proprio a Viloco, don Antonio cerca di glissare, solo dopo qualche istante e qualche sospiro profondo (il cospicuo numero giornaliero di sigarette consumate si fa sentire) risponde: «Sono l’unico che può stare qui», allargando le braccia come a dire “perché devo rispondere a queste domande ovvie?!”.

Prete operaio, si racconta (vox populi, che è sempre vox Dei) che quando era nella bergamasca ed era stato assunto da una azienda che produceva jeans, una domenica avesse invitato anche il padrone della fabbrica (assieme agli operai e alle rispettive famiglie) per una celebrazione eucaristica. I figli dei lavoratori dell’impresa si sono presentati alla cerimonia tutti con dei pantaloni nuovissimi indosso prodotti proprio dai loro genitori. Casualità? In realtà no: don Antonio di tanto in tanto trafugava dei jeans e li dava agli operai affinché potessero portarli ai loro bambini. Tralasciamo, in questa sede, la descrizione dell’espressione del padrone della fabbrica dopo aver notato la cosa.

Il governo rivoluzionario di Viloco

Durante l’ultimo colpo di stato avvenuto in Bolivia, Viloco ha rappresentato un ostacolo non indifferente per i militari golpisti: la collocazione e la difficoltà di arrivare in un punto così distante hanno interpretato un ruolo di primo piano a riguardo. Prima di incontrare don Antonio, era bene documentarsi su di lui anche attraverso il libro scritto nel 2016 da Luca Bonalumi per le edizioni del Gruppo Aeper: «Il prete che puntava in alto».

I minatori, parte attiva della resistenza in quel contesto storico-sociale nonché in quel momento così delicato del paese, erano guidati a Viloco proprio da don Antonio Caglioni. Nel libro di Bonalumi si racconta più di qualche vicenda piuttosto rocambolesca per cui Caglioni avrebbe chiesto la mediazione del vescovo tra le truppe golpiste e i minatori arroccati nella difesa di Viloco. Una volta sceso in macchina a cercare il supporto del prelato, i minatori avrebbero minato la strada per farla esplodere se le cose avessero dovuto prendere una brutta piega nel conflitto coi militari, dunque Caglioni (e il porporato) avrebbe trovato la strada piena di mine e si sarebbe salvato per miracolo.

«In realtà se ne raccontano tante su di me», dice serafico don Antonio mentre si accende un mezzo toscano, «in quell’occasione in realtà io ero a Viloco, da questa parte della valle, mentre cercavo di sparare ai militari insieme ai minatori ma è stata piuttosto la fantasia dell’autore a mettere per iscritto quelle cose lì», ride don Antonio mentre si riaccende il toscano, unica deroga alle sue sigarette L&M.

Però è vero che i minatori – ma non in quell’occasione – avevano minato la strada ed erano pronti a farla saltare: «dicono che la miccia si era bagnata e non esplose un bel niente. E menomale…».

«Quindi non è vero che sei passato sulla strada minata senza saperlo e che eri stato – obtorto collo – tagliato fuori dalla comunità?»

«Ma no… se ne raccontano tante. Ad esempio: quando sono arrivati i militari fin quassù, noi ce ne siamo tornati su ad un paesino sopra Viloco: Tiendapata, luogo dove stavo costruendo una chiesa per far sì che si potesse nascondere una radio trasmittente al di sotto dell’altare. In quella fase arrivò un elicottero a Tiendapata per caricare: il sottotenente, che avevano ucciso quelli di Caracoles; padre Sergio Gualberti; un sacerdote spagnolo che poi diventerà Vescovo di Coro Coro nonché Cardinale, tutti da traslare al quartier generale che aveva sede a Viacha. È lì che qualcuno ha detto che in quella circostanza avessero caricato anche me sull’elicottero e che mi avessero buttato fuori dall’apparecchio ma che ora sia qui, miracolosamente, a raccontare questa storia. Il padre Sergio l’avevano fatto sedere sul sottotenente morto e si era rivolto al vescovo spagnolo dicendo “se c’era qui il Caglioni quest’elicottero andava in Perù!”». Come a voler sottintendere una miglior sorte.

Poi c’è stata di mezzo la prigione, l’espulsione dal paese e un rientro in Italia che avrebbe dovuto essere forzato ma che poi si è tradotto in un transito per la Spagna, per il Perù e poi di nuovo nella sua Bolivia.

«La mattina che sono andato a comunicare al Vescovo la mia intenzione di voler tornare in Bolivia, ho incontrato don Berto Nicoli[1]», è stato lui, secondo don Antonio, a convincere il porporato a rimandarlo lì: «avrei dovuto andare in Spagna a incontrare i rifugiati e gli esiliati che il governo boliviano aveva estradato». Insomma, Nicoli aveva convinto il Vescovo ma nei fatti don Antonio aveva già in tasca un biglietto per la Bolivia. «Lì don Sergio Gualberti, allora parroco dalle parti di Munaypata (a La Paz), mi aveva riferito che la situazione si era tranquillizzata: ho aspettato metà dicembre, precisamente il 17 cioè la ricorrenza della morte di Simon Bolivar, ho approfittato della festa nazionale così da passare inosservato e poter rientrare».

Prete operaio ma anche rivoluzionario

In casa di don Antonio campeggia una foto in cui è ritratto assieme ai minatori di Viloco. Ai piedi dello scatto è infilato un telegramma nella cornice e recita più o meno che si era costituito il governo democratico rivoluzionario della comunità, in risposta ai fascisti e ai golpisti, il 24 luglio (giorno in cui ricorre la nascita di Simon Bolivar) del 1980. Don Antonio il fucile l’ha imbracciato, lo ha detto e lo ha specificato più volte. Racconta, in uno dei viaggi in macchina nel territorio di Araca, che una volta avrebbe perfino sparato ad un suo compagno d’armi perché non stava rispondendo alla parola d’ordine del posto di guardia di cui era toccata, quella volta, a lui la difesa e la sorveglianza. Il condizionale passato è d’obbligo: il fucile aveva la sicura e lui miope, di notte, non s’era accorto di averla inserita. Ma come si concilia l’essere sacerdote con l’utilizzo delle armi? Prima di rispondere ci pensa un giorno, poi dice di netto: «Ai minatori stavano sparando addosso, i golpisti stavano agendo spregiudicatamente: c’era da imbracciare un fucile per difendere chi non poteva farlo. È un diritto della Chiesa. Cosa avresti fatto al mio posto, ad esempio, in quel posto di guardia in cui c’era da sparare?».

In una circostanza ordinaria, cioè il far riaffiorare alla mente fatti di vita vissuta da parte di Antonio Caglioni, riemerge in nuce il dibattito tra violenza e nonviolenza, ovvero, riguardo il concetto sotteso ad entrambe le parole nella quotidianità e nella spietatezza della realtà.

La nonviolenza sarebbe la soppressione di una società basata sulla violenza, dunque la soppressione di una società basata su sfruttamento ed oppressione tra esseri umani, cioè violenta per definizione. La nonviolenza potrebbe definirsi come uno stato di assenza di violenza, o meglio come liberazione dalla violenza di una società costruita in modo tale da proporre uno schema (quasi immutabile) di collisione fra classi sociali, così come nel rapporto tra potenze geopolitiche. Assenza di violenza, anche attraverso una necessaria prospettiva di resistenza alla violenza: è la Storia che suggerisce che per arrivarci, spesso, si verifica il passaggio della lotta fra classi sociali in cui una soverchia l’altra. Il ruolo dei subalterni sarebbe quello di non farsi sopraffare da chi utilizza violenza contro di loro, parafrasando le parole di Caglioni.

La giornata pian piano volge al termine e anche le sigarette di Don Antonio: senza carburante il colloquio finisce in fretta. Rientra nella sua casa di Viloco non prima di aver detto che sì, tornerà in Italia a breve. Tornerà a stare a Sovere – «il mio paese!» – anche perché: «è un po’ inutile un sacerdote senza persone che vengano in Chiesa o a Messa». A noi che lo abbiamo respirato per pochi giorni suona come una scusa placebo. Qui la popolazione locale è aymara e i sacerdoti devono conciliare il culto cristiano con quello della pachamama e i relativi rituali, ma non per tutti risulta semplice questa mediazione. Da tempo, poi, stanno facendo breccia anche gli evangelici, che in America Latina spesso vanno a braccetto con operazioni politiche di estrema destra e filo statunitensi. Lui, intanto, resiste nel fortino viloqueno prima di tornare definitivamente nella bergamasca.

 

[1] Uno dei due sacerdoti bergamaschi che ha avviato la missione nel paese sudamericano sessantun anni fa.

Condividi

Sullo stesso argomento