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Il cacciatore, il trauma della guerra raccontata in un capolavoro sempre attuale

Il cacciatore, il trauma della guerra raccontata in un capolavoro sempre attuale

Quando Il cacciatore esce al cinema italiani è il 27 febbraio 1979: in America è al potere il presidente Carter, la guerra in Vietnam è finita da quattro anni ma ha lasciato pesanti strascichi sulla società statunitense. E sulla società civile, malgrado la guerra sia stata combattuta in un Oriente lontano dagli Stati Uniti.

Una delle testimonianze più vive e tragiche di quel conflitto resta questo film, per il quale il regista Michael Cimino vincerà un Oscar per il Miglior Film e la Miglior Regia. Il film si aggiudicherà anche le statuette per il Miglior Attore Non Protagonista, Miglior Montaggio e Miglior Sonoro.

Un capolavoro che gli spettatori hanno riscoperto proprio in questi giorni, con il suo ritorno al cinema in versione restaurata e in 4k.

Il cacciatore, la trama

In sostanza, il film racconta la storia di tre giovani amici – Michael “Mike” Vronsky, Nick Chevatorevich e Steven “Steve” Pushkov – che partono militari per il Vietnam: a casa lasciano il lavoro in acciaieria, un folto gruppo di amici, e le donne amate (Linda e Angela).

La guerra li trasformerà profondamente, esponendoli ad orrori che non avrebbero mai potuto immaginare. Se Mike e Steve torneranno in patria, Nick resterà in Vietnam: finché Mike non tornerà a cercarlo per riportarlo a casa.

Il cacciatore, euforia e tragedia

Il cacciatore colpisce per i suoi grandi contrasti. Inizia nel chiasso festoso di un gruppo di operai di un’accaieria che finisce il suo turno di lavoro e si trasferisce al pub e, successivamente, culmina in una scalmanata festa di matrimonio: probabilmente, una delle scene di matrimonio più belle mai girate nella storia del cinema.

È qui che il grande talento per le scene corali di Cimino si mostra in tutta la sua evidenza: pochissime le battute, moltissime le micro-scene che tutto fanno intuire dei rapporti tra i vari personaggi della storia. “Show, don’t tell”.

In questa scena comprendiamo il sottile conflitto che c’è tra i personaggi di Mike e Nick, e il loro amore per la stessa donna (Linda). In questa scena proviamo sulla nostra pelle il bisogno di sfogo quasi dionisiaco che è preludio alla partenza del fronte dei tre personaggi. Una reazione legata al sentire possibile la morte, il non-ritorno. Da qui scaturiscono la proposta di matrimonio di Nick a Linda e il bisogno dei ragazzi di far proseguire la festa altrove. A caccia.

Ed è proprio nella caccia che si mostra come, nel corso della storia, il personaggio di Mike, “Il cacciatore” del titolo, subisca un mutamento: se prima di partire per il Vietnam non esita un istante a impallinare un cervo e a portarlo trionfalmente a casa come trofeo, una volta tornato non sarà più capace di uccidere un essere vivente senza esitare. La caccia come la guerra, il cervo come il vietcong.

Il cacciatore, una scena del film

Le tracce lasciate dalla guerra

Le ferite, visibili e invisibili, inferte dalla guerra sono forse la vera anima, il tema portante, di questo film. I tre personaggi che vediamo partire per il fronte – Mike, Nick e Steve – ne porteranno tutti i segni. Nel corpo o nell’anima.

Se a Mike, la guerra ha lasciato un grande senso di colpa ma, di contro, ha donato una donna, a Nick ha tolto la ragione e ogni istinto di vita, a Steve le gambe e il senso della dignità umana.

Chi ne resta più colpito è senza dubbio Nick: per riuscire a sopravvivere deve portarsi sempre al limite. Sfidando la fortuna, puntandosi una pistola alla tempia nelle roulette russe e sperando che non parta un colpo. Questo è tutto ciò che gli permette di sentirsi ancora vivo.

In nessun altro film si racconta così bene la sensazione di essere perennemente in bilico sul precipizio, sperando intimamente di cadere e di dare così un senso al proprio vuoto.

Christopher Walken in una scena di Il cacciatore

Una lavorazione estrema

La ricetta di Cimino per la realizzazione di Il cacciatore è stata: per raccontare una storia estrema, occorre usare metodi estremi.

Dall’immedesimazione completa di De Niro nel ruolo di un operaio di acciaieria, ottenuta vivendo e frequentando solo quell’ambiente per tutta la durata delle riprese, agli schiaffi autentici ricevuti ripetutamente nella prima scena di roulette russa: quella dei vietcong.

Scena, peraltro, criticata perché priva di evidenza storica. Sul Los Angeles Times il giornalista Peter Harnett scrisse: “In 20 anni di guerra non c’è stato un solo caso documentato di roulette russa. (…) La metafora principale del film è semplicemente una brutale bugia”.

Quindi una bugia, sì, ma funzionale a creare quel clima di tensione crescente che conduce i protagonisti verso la rottura dei propri argini. E, che per uno di loro, rappresenterà il trauma dal quale non si può tornare indietro.

Alla scelta di non usare controfigure per De Niro e Savage (Steve) nella scena in cui sono appesi a un elicottero a 10 metri di altezza. All’autentico terrore di Savage nel ritrovarsi, a sorpresa, in una gabbia piena di topi morti, montato poi nel film definitivo.

Passando per l’unico vero dramma del film: il cancro ai polmoni allo stadio terminale di John Cazale, l’attore che interpretava Stanley e che nella vita era il compagno di Meryl Streep. La sua partecipazione alle riprese fu possibile solo grazie al nobile gesto di De Niro, che si offrì di pagargli la copertura assicurativa.

Estrema anche la bravura di Christopher Walken, che per questo film vinse l’Oscar come Miglior Attore non Protagonista, e quella di Meryl Streep, attrice in erba al suo secondo film, tanto brava da recitare improvvisando senza copione conquistando la prima delle sue 21 nomination all’Oscar.

Meryl Streep e Christopher Walken in una scena del film

Perché riscoprire Il cacciatore a 45 anni dalla sua uscita?

Oltre al semplice fatto che si tratta di un capolavoro di regia, recitazione e fotografia, è evidente quanto sia attuale il tema che tratta.

In un’epoca nella quale stiamo vivendo (almeno) due guerre delle quali ancora ben poco si sa in termini di conseguenze sul lungo e medio periodo, prima o poi ci sarà da fare i conti con ciò che avranno lasciato dietro di sé.

Se abbiamo visto e letto molto sulle tragiche conseguenze della Prima e della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra in Vietnam – si pensi anche a pellicole come Platoon e Apocalypse Nowancora non sappiamo appieno che cosa ci lasceranno in eredità le guerre attualmente in corso, anche se possiamo facilmente intuirlo: morti, traumi e disumanità, oltre alle vecchie ambizioni di dominio rimaste immutate, anzi: sempre più feroci.

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