Cop28, accordo “storico” ma anche occasione di lobbying per l’OPEC

Cop28, accordo “storico” ma anche occasione di lobbying per l’OPEC

Se la Cop27, tenutasi a Sharm El Sheikh nel 2022, si era concentrata sul risarcimento nei confronti delle nazioni in via di sviluppo, quelle che pagano il prezzo più alto dei cambiamenti climatici, con l’istituzione del fondo Loss & Damage, alla Cop28 di Dubai, che si è conclusa all’alba del 13 dicembre, il focus doveva essere la decarbonizzazione che, per lunghi e faticosi negoziati, non è andata giù ai paesi esportatori di petrolio.

Ha scatenato polemiche, infatti, la scelta paese ospitante del 2023, gli Emirati Arabi Uniti, al quinto posto al mondo per esportazione di petrolio.

Il lessico di Cop28: da phase out a transitioning away

Le difficoltà nel raggiungere un accordo sono una vera costante delle conferenze sul clima.

Anche questo summit non ha smentito la tradizione, già a partire dalle dichiarazioni del presidente, Sultan Ahmed Al Jaber, politico emiratino, il quale ai primi di dicembre rendeva chiare così le proprie intenzioni: “Non c’è nessuna scienza, o scenario, che dica che l’abbandono graduale dei combustibili fossili permetterà di mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi”.

Nonostante tutto, con qualche ora di ritardo rispetto alla fine dei lavori prevista per il 12 dicembre, si è raggiunto un accordo storico che sancisce la graduale transizione fuori dall’uso dei combustibili fossili entro il 2050.

“Meglio che niente”, verrebbe da dire, visto che si era partiti dal phase out di una bozza ideale che poteva rispettare gli accordi di Parigi (limitare l’aumento delle temperature globali sotto 1,5 gradi), cioè dall’uscita “totale” dal fossile, a un transitioning away, cioè una “transizione graduale”. La bozza nei giorni scorsi aveva destato diversi malumori da parte del commissario per il clima dell’Ue, Wopke Hoekstra, ma anche degli Usa, oltre che dei rappresentanti di diversi stati insulari, i più minacciati dalle catastrofi naturali, per la ritrosia dei paesi OPEC ad abbandonare le fonti fossili.

Per capire il perché di questo linguaggio ultra diplomatico e molto cautelativo della risoluzione finale di Cop28 bisogna analizzare la figura di Ahmed Al Jaber, amministratore delegato della gigantesca compagnia petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, Adnoc, ma anche dell’azienda statale di energie rinnovabili, Masdar.

 

L’accordo

Se da una parte la graduale eliminazione dei combustibili fossili scontenta le “ambizioni” sul clima degli attivisti e di tutti quei paesi che si auguravano un abbandono delle fonti fossili, potrebbe rappresentare un tentativo di equità nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Alcuni stati, per esempio in Africa, stanno iniziando adesso a estrarre e utilizzare il petrolio, costringerli a passare alle rinnovabili senza aver avuto l’opportunità di crescere con i combustibili fossili come il primo mondo, sarebbe ingiusto, come ha sottolineato il ministro dell’Energia ugandese Ruth Nankabirwa durante i negoziati. Per questioni di giustizia climatica dovrebbero essere i paesi che ne hanno abusato finora a iniziare per primi un percorso di decarbonizzazione. 

Il rischio che l’equità diventi però un pretesto per stati come Russia e Cina per non interrompere l’utilizzo di fonti fossili c’è, proprio come un pretesto in grado di ritardare l’abbattimento delle emissioni potrebbe essere il focus, richiesto dai paesi produttori di petrolio, sulle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio, che rimangono costose e non utilizzate su larga scala.

Per molta parte dei negoziati tali paesi hanno infatti spinto per la riduzione del solo carbonio “unabated”, cioè quello non trattato con tecnologie di abbattimento. Una scorciatoia per far rimanere tutto com’è.

Alla fine, la riduzione graduale dei combustibili fossili, considerato successo storico di questo incontro, potrebbe rivelarsi insufficiente, con l’orologio del danno climatico che ticchetta, come ha sottolineato il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres nei giorni scorsi. Tuttavia nel testo approvato c’è tutto l’impegno a triplicare le capacità di energia rinnovabile e a raddoppiare l’efficientamento energetico entro il 2030, oltre all’incentivo per la tecnologia di cattura e stoccaggio.

 

Scandali, ipocrisie e giochi doppi

Secondo un’inchiesta del Centre for Climate Reporting, in collaborazione con la BBC, gli Emirati Arabi Uniti hanno sfruttato il proprio ruolo di paese ospitante della Cop28 come un’opportunità per concludere accordi su petrolio e gas con diverse nazioni. 

Al Jaber – che ha continuato a ricoprire il ruolo di amministratore delegato della Compagnia petrolifera nazionale Adnoc nonostante le richieste di dimissioni durante la sua presidenza della Cop28 – ha tenuto numerosi incontri con alti funzionari governativi, reali e leader aziendali di tutto il mondo negli ultimi mesi.

Secondo i documenti trapelati, lo scopo perseguito da Al Jaber attraverso la Cop28 è stato quello di stringere rapporti commerciali con quasi 30 paesi, tra cui Germania, Stati Uniti e Italia, ma anche Cina (per rinsaldare una partnership strategica con Adnoc di 15 miliardi l’anno in esportazioni di petrolio e scambi) ed Egitto con il quale si inaugurerebbe la vendita di prodotti petrolchimici.

Sono emersi accordi sulla fornitura di diesel e carburante per aerei da parte di Adnoc al Kenya; su nuovi investimenti in energie rinnovabili in Brasile; sullo sfruttamento delle risorse naturali in Venezuela; su una partnership per aiutare l’Azerbaigian a diventare un hub energetico e a esportare gas naturale ed energia pulita.
In tali accordi, si legge nei documenti trapelati e verificati, “devono essere sempre inclusi Adnoc e Masdar”, le due compagnie in mano ad Al Jaber.

Un conflitto di interessi lampante, che rende la presidenza emiratina inaccettabile, anche secondo i valori dell’UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), per la quale il principio cardine per i presidenti della COP e i loro team è “l’obbligo di imparzialità e autonomia”. Autonomia che era già stata messa in discussione da un’inchiesta del Guardian di giugno, dalla quale emergeva che Adnoc aveva accesso a mail e documenti di Cop28, con condivisione dei server di posta tra l’organizzazione del summit internazionale e la compagnia petrolifera di Abu Dhabi.

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