Carlotta Rondana

Cancel culture: una necessità o una censura?

Cancel culture: una necessità o una censura?

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Questo termine trae origine con da un tweet del 2017, negli USA, quando una comunità di afroamericani invitò a boicottare e a non promuovere soggetti che manifestassero atteggiamenti razzisti o molesti.

“TIRATE FUORI GLI ABUSATORI E CANCELLIAMOLI” questa era la richiesta, “denunciamo pubblicamente”.

Sono state infinite le battaglie a suon di tweet negli ultimi anni. Chiunque abbia un account social ha la possibilità di inibire manifestazioni violente, sessiste, razziste, proponendo alla gogna mediatica chi le agisce. Il fenomeno della cancel culture, i cui strumenti sono spesso usati per raggiungere scopi diversi dalla tutela dei diritti, poggia le sue ragioni sulla necessità espressa dalle minoranze di essere parte, senza discriminanti, del dialogo politico e poter permettere una narrazione dell’oggi orientata sempre di più verso un’immagine di integrazione, rispetto ed eguaglianza.

Accade che anche Peppa Pig sia oggetto di scandalo e elemento di dialogo elettorale, mostrando il concetto di cancel culture, nell’accezione oggi riconosciuta e più comune, una dichiarazione di alcuni movimenti femministi che proposero, nel 2020, una critica all’immaginario Disney. Inizialmente la critica era legata al frame etero, abile e discriminatorio in cui veniva inscritto il sentimento amoroso. Una proposta idilliaca in cui l’immagine dei due innamorati è romanticizzata nei ruoli rappresentanti situazioni di rapporto sadomasochistico, distruttivo e malato. Questa romanticizzazione, hanno fatto notare le promotrici e i promotori di queste critiche, avviene anche in molte narrazioni riguardanti il tema della malattia mentale, del suicidio, del distruttivo spirito di sacrificio. Non soltanto Disney fa uso di questo stereotipo ma viene trascritto anche nei frame delle narrazioni omosessuali di Almodovar così come da altri, rappresentando un immaginario che si muove solo in definiti parametri interiorizzati.

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L’interpretazione fatta, da certi fondamentalismi, di queste critiche, si è tradotto nella presunta richiesta di cancellazione di una porzione del patrimonio culturale, andando appunto verso la “cancel culture”. I movimenti femministi interessati del fatto hanno chiarito, in parte, che l’invito era quello di permettersi uno sguardo post critico, al fine di proporre immagini nuove nell’opportunità di una ridefinizione dell’immaginario collettivo, meno escludente e stereotipato.

Questa vicenda interpretata frettolosamente, criticata da tutti i fronti senza una approfondita indagine, come spesso accade, ha tradotto nel breve tempo il fenomeno della cancel culture in una censura che rischia di essere odio per la libertà d’espressione, quello stesso odio contro cui le minoranze che hanno avuto la necessità di invocarla.

Avendo seguito questa direzione, diventa preda della cancel culture anche l’intento di ridefinizione del frame etero, abile, discriminatorio che si propone con immagini d’informazione e narrazione diverse da quelle conosciute. Appare sufficientemente evidente a taluni per non minacciarne il pensiero e impercettibile ad altri come poli agli antipodi sembrino arrivare a toccarsi nell’unica necessità di limitare la manifestazione naturale di alti.

Nel corpus del diritto Romano in età repubblicana, la cancel culture si chiamava “Damnatio Memoriae”, condanna della memoria. Era un annullamento della realtà umana dell’altro, pena dolorosa riservata ai traditori. In età Imperiale si è assistiti ad una degenerazione di questo fenomeno che implicava la cancellazione del nome da tutte le iscrizioni, raffigurazioni ed opere pubbliche, monumenti e in molti caso lo sfregio dell’immagine sulle monete e questo avveniva anche oltre la morte per colpire la memoria di imperatori uccisi o spodestati.

In molti paesi come in Italia l’abito indossato dalla Cancel culture sembra avere, in una delle sue manifestazioni, caratteristiche non difformi all’imperiale Damnatio memoriae. Una volontà di cancellazione di una parte del patrimonio storico culturale perché disagevole nel suo passato manifestarsi o non congruo con quella che è la direzione della società attuale. L’immediatezza con cui questa idea di “cancellazione della cultura” ha preso piede ha intimorito molti, tra cui 150 intellettuali che nel 2020 hanno pubblicato una lettera sul Harper’s Magazine, nella quale esprimono tutta la loro preoccupazione nei confronti di questo fenomeno che mina la possibilità di indagare il passato, di conoscenza di una realtà su cui noi oggi costruiamo la nostra evoluzione e ci proponiamo il cambiamento.

RitrattodiDante

Nel 1966 venne abolito l’indice dei libri proibiti dalla chiesa, questa data rappresenta un momento importante per il mondo della cultura e del libero pensiero. Dante, Leopardi, Boccaccio e Machiavelli, sono nomi noti nonostante la censura di alcune loro opere da parte dell’inquisizione, il De Monarchia, Operette Minori, Il Decamerone e tutte le quelle di Machiavelli.

Oggi sappiamo e possiamo riconoscerne il valore di queste opere e fare tesoro dell’esperienza, poiché mantenute in vita nonostante il mutamento dei tempi.

Manovrando a necessità il fenomeno della cancel culture, c’è il rischio di intessere una società sotto l’egida di una censura che leva alla letteratura la libertà di stimolare la fantasia offrendo all’essere umano la possibilità di non porvi limite o all’espressione di artisti, che hanno nel tempo creato un’immagine specchio del loro tempo e delle sue necessità, la libertà di osservazione e rappresentazione inibendone la creatività porta l’artista stesso ad una ripetizione di sé in una dimensione circolare affatto evolutiva.

Rischio che si ramifica è quello di cullare le generazioni a venire nell’ignoranza, privandole di uno spirito critico che difficilmente può formarsi se non si favorisce un dialogo con il passato, con i suoi percorsi e con i suoi errori.

É fondamentale sostenere battaglie per i diritti delle minoranze, oggi come ieri e non si può al contempo scadere in un “proibizionismo” contro la libertà di espressione, di autodeterminazione, di libero pensiero e critica, perché questa censura rischia di porre in essere un processo di auto corrosione del nostro percorso culturale, che non risparmia il passato e agisce distruttivamente sul presente.

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Ernest Cassirer

Il filosofo Ernest Cassirer affermava che il linguaggio, il mito, la religione e anche l’arte sono forme simboliche attraverso le quali dare senso al reale e così, per una popolazione come l’ Ucraina è plausibilmente difficile, non considerare come meritevole di abolizione tutto ciò che si fregia “del marchio” Russia. L’elaborazione da parte del parlamento lituano di un processo di “desovietizzazione”prevede la demolizione di statue, opere d’arte e la cancellazione di nomi di strade e piazze.

Una damnatio memoriae, almeno apparentemente, necessaria per liberarsi di un’identità indesiderata, per usare un eufemismo, ma come si può dare coerenza e valore ad un tessuto sociale se poggia le sue radici su un’idea di annullamento?

Un’analisi “anatomica” di ogni simbolo non basterebbe a comprendere le ragioni profondamente più oneste del suo esistere o le necessità radicate della sua cancellazione ma soggetto di un’indagine ancora fondamentale è la ricerca di un pensiero che sappia proporre delle immagini per ridurre il rischio di una vacuità dilagante che potrebbe prendere piede di fronte al vuoto lasciato dall’assenza.

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