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Bones and All

Bones and All

“Bones and All”, presentato in anteprima mondiale alla 79a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e uscito nelle sale italiane il 23 novembre, segna il ritorno alla regia di Luca Guadagnino dopo la sua ultima fatica “Salvatore – il calzolaio dei sogni”.

Il film, tratto dal romanzo omonimo di Camille DeAngelis, è la prima pellicola diretta dal regista italiano ambientata esclusivamente negli Stati Uniti e ritrova come coprotagonista Timothée Chalamet.

Le vicende narrate ruotano attorno a una coppia di giovanissimi che vive ai margini della società a causa del loro bisogno innato di cibarsi ciclicamente di carne umana. I due con il proseguire della storia imparano in primis ad accettarsi e in secondo luogo cercano di adattarsi ad un mondo che chiaramente non è fatto per loro.

Il loro macabro bisogno li obbliga ad una vita itinerante, costringendoli di fatto non a vivere ma a sopravvivere. Nel corso del film il destino sottopone i due ad ardue prove che i giovani sembrano, in un primo momento, superare nonostante le difficoltà, tuttavia, nel tragico finale, in modo quasi beffardo il fato si ripresenta alla loro porta esplicitando per l’ultima volta il fatto che non possono voltare le spalle alla loro natura.

“Bones and All” è un film che solo in apparenza si discosta dagli stilemi classici del regista: la componente macabra e orrorifica è solo il contorno ad una storia di reietti costretti a spalleggiarsi l’un l’altro per crescere e trovare spazio in una società che non è in grado di accoglierli. Questa pellicola, infatti, è l’ennesima variazione sul tema (tanto caro) operata dal regista nativo di Palermo. L’interesse di Guadagnino non si concentra sull’inquietante bisogno dei suoi personaggi ma sui loro processi e cambiamenti interiori.

Il film è una commistione di generi; da una parte abbiamo il classico road-movie: il viaggio è lo sfondo narrativo della vicenda. Le location, estremamente evocative, sono comprese per la maggior parte nella regione centrale degli Stati Uniti, e rimandano a un certo immaginario proprio del cinema hollywoodiano. Dall’altro lato c’è la tematica legata alla crescita dei protagonisti, entrambi giovanissimi, genere che la critica americana definisce “coming of age”. I due si scoprono insieme durante il loro processo di maturazione e di ingresso nell’età adulta.

Oltre le già citate location, meritano particolare attenzione le prove attoriali degli interpreti, su tutte quelle di Taylor Russel, la protagonista assoluta (premiata a Venezia per questo ruolo) e quella di Mark Rylance, nel ruolo dell’antagonista; anche la colonna sonora è degna di una menzione particolare. Quest’ultima è stata composta dalla coppia, già due volte premio oscar, Trent Reznor, leader dei Nine Inch Nails, e Atticus Ross.

Al netto di ciò, tuttavia, Il difetto principale sta proprio nella narrazione: essa risulta ordinaria e anche abbastanza prevedibile. I personaggi hanno una crescita lineare e alcune azioni che compiono, tutt’altro che ragionate, sembrano effettuate in nome di una tensione necessaria al ritmo della storia piuttosto che a reali motivazioni.

Anche la messa in scena risulta piuttosto banale. Guadagnino si serve di una regia che si basa sui contrasti dialettici: ambienti claustrofobici e distese sconfinate, silenzio e rumore, sfumature tenui e conflitti cromatici accesi. Tutto questo però risulta troppo esplicito e poco interessante agli occhi dello spettatore.

In conclusione “Bones and All” è un film che non riesce a seguire le grandi ambizioni iniziali ma che anzi tradisce interesse che la vicenda evoca nello spettatore durante i primi minuti; i pochi punti a favore non sono in grado di far passare in secondo piano gli evidenti difetti dell’opera.

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