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Babylon

Babylon

Babylon, disponibile nelle sale italiane dal 19 gennaio, è il film che segna il ritorno di Damien Chazelle alla regia e il ritorno del regista ai suoi temi cari, quali la musica e il cinema, dopo la digressione “First Man”.

Come fu per “La La Land” e “Whiplash”, in quest’opera il cineasta figura nel doppio ruolo di regista e sceneggiatore e da ampiamente sfogo al suo estro autoriale.

La storia narrata prende vita ad Hollywood nel periodo della transizione tra muto e sonoro. I protagonisti rappresentano persone con diversi ruoli nel mondo del cinema e di conseguenza con obiettivi e aspirazioni diverse. C’è il divo sulla via del tramonto, l’immigrato messicano che sogna di entrare a far parte di qualcosa di più grande di lui, l’attrice in rampa di lancio e il giovane afroamericano costretto a venire a patti con una società ancora fortemente razzista che lo apprezza esclusivamente per una sorta di gusto esotico. A far da comprimari sono presenti varie figure che chiudono il cerchio su quello che è il caotico circo delle attrazioni legato al cinema: i produttori spietati, la critica cinematografica, la scrittrice di didascalie (i frame in cui nel cinema muto appaiono le parole), gli assistenti e le varie maestranze.

La storia dei personaggi, protagonisti e non, tutti più o meno connessi, si intreccia in vari modi: personaggi legati tra di loro in un’unità di narrazione si slegano in quella successiva per poi ritrovarsi ancora in seguito e viceversa, rendendo di fatto la narrazione un saliscendi di emozioni e situazioni.

Il ritmo, frenetico nella prima parte del film, si serve di un montaggio incalzante per una buona parte del film. Tuttavia, poco dopo l’intervallo la narrazione inizia a rallentare e lo spettatore comincia a percepire la presenza di alcune lungaggini ed episodi forse non necessari alla storia raccontata.

L’eccesso e lo sfarzo che Damien Chazelle vuole raccontare prende il sopravvento su tutto appesantendo di molto la pellicola.

La regia è senza dubbio il più grande pregio del film. Damien Chazelle si conferma, alla sua quinta pellicola, autore riconoscibile e abilissimo regista: la messa in scena è perfetta, le scene corali sono gestite con sapienza e seppure sature non risultano mai incomprensibili; i movimenti di macchina, vero fiore all’occhiello di Chazelle, sono semplicemente perfetti. Tuttavia, questa grande abilità risulta essere quasi un’arma a doppio taglio: si ha l’impressione che il regista statunitense si perda nella maniera pura, concentrandosi poco su tutto quello che è parallelo all’aspetto tecnico della regia. I personaggi, su tutti quello interpretato da Margot Robbie, si arenano in una rappresentazione esagerata e quasi macchiettistica.

Il cast, composto tra gli altri da Brad Pitt, la già citata Margot Robbie, Jean Smart, è ottimo e concede buone prove attoriali, tuttavia, a causa dei già citati problemi di scrittura, gli attori non riescono a risultare totalmente convincenti.

Costumi e scenografie, rispettivamente curati da Mary Zophres (già candidata tre volte al premio oscar della medesima categoria) e la coppia Florencia Martin e Anthony Carlino, meritano una menzione d’onore così come la merita anche la colonna sonora composta dall’ormai collaboratore fisso di Chazelle, Justin Hurwitz (premio oscar alla colonna sonora e alla miglior canzone in “La La Land”). Quest’ultimo sembra anche riprendere, in una certa misura, dei temi musicali presenti in “La La Land” rendendoli più grezzi, quasi a voler collegare le due pellicole e far capire allo spettatore che sono le due facce del cinema, una pulita e l’altra oscura.

La componente del film, a mio avviso, che merita maggiori analisi e maggiori critiche è la scrittura. Oltre alla questione legata alla caratterizzazione estrema e a tratti inverosimile dei personaggi, il punto problematico, a mio avviso, sta nel messaggio ambiguo e nel modo in cui quest’ultimo viene trasmesso allo spettatore. Per tutta la durata del film assistiamo allo scorrere della vita dei protagonisti e al legame che questi ultimi hanno col cinema. Un legame che di fatto è distruttivo: ognuno di loro viene sconfitto dalla forma d’arte che ha segnato il ventesimo secolo; al tempo stesso però, attraverso una scena davvero troppo esplicita e didascalica, il regista vuole anche comunicare la facoltà di cristallizzare vite, momenti e situazioni propria del cinema. Anche il finale, esagerato e un po’ kitsch, propende per questa linea, lasciando dunque lo spettatore spiazzato per questa bivalenza non resa al meglio da parte del film. Il cambio da una visione all’altra appare in modo troppo rapido e semplicistico per essere metabolizzato e apprezzato dallo spettatore.

In conclusione “Babylon” è un film che mirava in qualche modo a celebrare la potenza distruttiva e creativa del cinema che però cade sotto il peso dell’ambizione smisurata. Al netto di ciò, resta una visione consigliata foss’anche solo per apprezzare i movimenti di macchina perfetti.

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