Marco Gavagnin

Amnistia in Spagna, moneta di scambio con l’indipendentismo

Amnistia in Spagna, moneta di scambio con l’indipendentismo

Spagna

Il giornalista Juan Arias scriveva beffardamente in un suo articolo che “Lo spagnolo è radicale e drastico in quasi tutto: comportamenti, espressioni… l’italiano è possibilista e conciliatore. L’italiano è di acciaio, lo spagnolo di gomma”. Vi è oggi una celebre eccezione: difficilmente troverete uno spagnolo più italiano di Pedro Sánchez, l’attuale premier in Spagna.

Sopravvissuto a delle elezioni in cui era dato per morto da tutti, per rieditare il proprio governo ha dovuto contraddirsi su posizioni precedenti, farsi di gomma e negoziare con molti altri partiti, e soprattutto con gli indipendentisti catalani: la loro moneta di scambio è stata una parola che ormai è talismano di alcuni e anatema per altri: l’amnistia.

Le origini della questione catalana sono antiche e complesse, e meritano una lettura a parte. Ciò che è importante sottolineare è che i catalani si sentono, e sono, un’identità diversa – ma non per forza separata – dal resto della Spagna. Un’alienazione sempre maggiore dal centro però ha fomentato il ritorno dell’indipendentismo come soluzione politica di massa per questo sentimento, esplosa il 1° ottobre 2017 con un referendum di indipendenza illegale. L’unilateralità politica dell’evento e la violenta reazione poliziesca del governo centrale hanno significato un forte trauma collettivo nel tessuto sociale catalano, lacerandolo con una ferita rimasta aperta fino a oggi.

Le cure proposte dalle fazioni politiche nazionali sono state dettate dall’ideologia quanto dall’opportunismo politico: a destra il Partido Popular, che una volta negoziava normalmente con i partiti regionalisti, si è visto rubare terreno dal nuovo partito di estrema destra Vox e di conseguenza ha indurito la propria condanna in difesa dell’unità nazionale, adottando una retorica escludente nei confronti della pluralità identitaria del paese. A sinistra, i socialisti, dopo un’iniziale reticenza e necessitando del sostegno delle altre sinistre e degli indipendentisti più dialoganti per tornare al governo nel ’18, nel ‘19 e quest’autunno, hanno preso la via della conciliazione, rimangiandosi posizioni precedenti e incappando in dure critiche.

Il mese scorso, per riconfermarsi al governo, Sánchez ha concesso ciò che gli veniva chiesto: l’amnistia, ossia l’estinzione dei reati commessi dai partecipanti del movimento indipendentista, e non più solo l’indulto (ossia l’estinzione della pena) concesso nel 2019. Delle due, l’amnistia ha un peso politico molto più gravoso.

Tra le critiche la più importante è quella contro il “perdono” di reati effettivamente avvenuti: si violerebbe il principio di uguaglianza tra cittadini davanti alla legge. È una critica sensata e che giustamente fa pensare. Ma non è la prima volta che in Spagna si ha un’amnistia generale: sebbene la Costituzione sia poco chiara in merito, si tratta di una misura adottata da governi di tutti i colori per perdonare crimini politici dopo la caduta del regime franchista e, più recentemente, evasori fiscali. È comunque una misura applicata dai tribunali e non esclusivamente esecutiva. E soprattutto: è una misura eccezionale sì, ma volta a rispondere a un problema eccezionale. La legalità è un fondamento della democrazia, ma quando l’applicazione cieca della giustizia è insufficiente, la democrazia deve dotarsi di strumenti flessibili e inclusivi per la ricomposizione delle fratture sociali. Un problema politico di tale grandezza richiede una soluzione politica che agisca sulla società e non solo nei tribunali.

Le declinazioni di questo principio possono essere diverse a seconda della matrice politica, ma il non assumerlo e prima ancora l’insistere sull’immagine irrealistica di una Spagna omogenea in cui valgono soluzioni uniche dal centro ha significato la solitudine delle destre, che avrebbero potuto governare con il sostegno dei regionalisti moderati baschi. Invece, la qualità di gomma tutta italiana dimostrata da Sánchez non solo ha significato per ora la sua sopravvivenza politica, ma ha coinciso con quella che – se ne può discutere – sembra essere stata una cura efficace per ricucire la ferita catalana: l’indipendentismo è progressivamente scemato dal picco del 2017 e la politica regionale ormai parla più di economia e infrastrutture che di separatismo. Di referendum si è parlato di nuovo durante la campagna elettorale, dopodiché, una volta concessa l’amnistia, è tornato nell’armadio degli effetti retorici. Per ora. Per ora, perché il problema di una politica condotta, per quanto con risultati positivi, sulla base dell’opportunismo è proprio il rischio della flessibilità. Ora il peso politico ha spinto la gomma a piegarsi in un modo; se le circostanze dovessero cambiare, poiché la politica è imprevedibile – e Sánchez ne sa qualcosa – essa si piegherà in un altro. La sfida per l’attuale governo è quindi quella di non essere troppo flessibili per il proprio bene e quello del paese, in un senso o nell’altro. Il rischio è, altrimenti, quello di fomentare di nuovo le esclusività nazionaliste spagnole e catalane e annullare il progresso compiuto negli ultimi anni.

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