Il 2 novembre 1975 l’Italia si sveglia con la notizia dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto nella notte all’Idroscalo di Ostia. Qualche ora dopo si conoscono l’omicida, l’arma del delitto e il movente. Pino Pelosi, diciassettenne romano, avrebbe ucciso Pier Paolo Pasolini con il cartello recante la scritta “Idroscalo di Ostia 93” per una prestazione sessuale che il ragazzo non voleva concedere.
Secondo la prima versione di Pino Pelosi – che nel corso degli anni ha più volte cambiato – si trovava in un bar con degli amici quando un’Alfa 2000 GT si è accostata al gruppo. Pasolini, che Pino diceva di non conoscere, ha proposto al ragazzo un giro in macchina. Pino ha accettato e Pasolini lo ha portato in un ristorante sul Tevere che sapeva essere aperto. Dopo aver mangiato il poeta lo ha portato all’Idroscalo di Ostia dove, sempre secondo la prima versione di Pelosi, Pasolini avrebbe cominciato a stuzzicarlo con un bastone. Il ragazzo ha più volte rifiutato finché non lo ha colpito ripetutamente con lo stesso bastone. Poi è salito in auto e ha involontariamente investito Pasolini mentre sfrecciava via. È stata una pattuglia dei carabinieri, infatti, a fermare il ragazzo che guidava in direzione opposta. Pelosi ha dichiarato di aver rubato l’auto, ma che non sapeva di chi fosse. I carabinieri hanno portato il ragazzo in carcere per il furto e hanno raggiunto la casa in cui viveva Pasolini, nel quartiere Eur, per informare il proprietario, ma Pasolini non era lì. Nel frattempo, la Polizia ha ricevuto la chiamata da parte di alcuni residenti della zona dell’Idroscalo per un cadavere riverso sulla sabbia. Era Pier Paolo Pasolini.
I carabinieri hanno ricostruito la storia di Pelosi a partire dal racconto del ragazzo. Hanno infatti parlato con Vincenzo Panzironi, proprietario del ristorante in cui hanno consumato il pasto qualche ora prima dell’omicidio. Dalla descrizione di Panzironi, però, emerge un altro identikit: un ragazzo biondo coi capelli lunghi fino alle spalle. Pelosi aveva i capelli neri e non così lunghi. Questa descrizione combacia con Giuseppe Mastini detto Lo Zingaro.
Infatti, fu lo stesso Panzironi nelle ore successive all’omicidio Pasolini a riconoscere Lo Zingaro dalla foto segnaletica mostrata dai carabinieri. Pino Pelosi, però, durante il processo prende in mano la situazione: alla vista del proprietario del locale esordisce subito con un “non ti ricordi di me? Mi hai fatto la pasta aglio olio e peperoncino”.
La sentenza del 26 aprile 1976 condanna Pino Pelosi a nove anni e sette mesi per omicidio, ma in concorso con ignoti: «dagli atti emerge in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». È questo il primo elemento dubbio dell’affaire Pasolini.
Soltanto dodici anni dopo l’avvocato Nino Marazzita è riuscito a tracciare una nuova pista sul caso Pasolini. Mastini era presente. Lo Zingaro viene condannato all’ergastolo nel 1989 per una serie di altri omicidi, ma non per Pasolini. Emergono, però, due elementi chiave. Durante la perquisizione dell’Alfa dello scrittore i carabinieri hanno trovato un plantare numero 41. Quel plantare era di Giuseppe Mastini. Lo Zingaro ha cominciato a delinquere fin da giovane e, a causa di un conflitto a fuoco con la polizia, ha dovuto indossare i plantari. Un altro oggetto è riconducibile a Mastini. Si tratta di un anello che Pelosi ha subito detto di aver perso forse in macchina. L’anello, però, l’aveva trovato un agente della polizia durante i primi prelievi sulla scena del delitto e l’aveva messo in tasca.
Nelle prime 48 ore successive all’omicidio – secondo quanto scritto da Gian Carlo Mazzini in un articolo – la Polizia ha commesso sei errori che hanno impedito il normale svolgimento delle indagini. Secondo Mazzini la Polizia non ha allontanato la folla di persone che stava intorno al cadavere né tantomeno ha protetto l’area; nessuno ha tracciato sul foglio quadrettato il ritrovamento dei vari elementi di solito segnalati da lettere dell’alfabeto. Nel frattempo, i Carabinieri avevano portato il ragazzo nel carcere per minori per furto. Da un lato la Polizia con un cadavere, dall’altro un minorenne in carcere per furto d’auto. Fino a giovedì 6 novembre la macchina di Pasolini, che per i carabinieri era soltanto un furto, stava sotto una tettoia del cortile di un garage all’aperto, in un luogo in cui chiunque avrebbe potuto inquinare le prove. Solo quattro giorni dopo la scientifica ha potuto fare i prelievi. Era, però, troppo tardi per trovare le impronte digitali e delle tracce umane.
A un anno esatto dalla morte – il 2 novembre 1976 – il giornalista Furio Colombo raccoglie lo sfogo di Ennio Salvitti, abitante dell’Idroscalo: «Lo scriva che è tutto uno schifo, che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Erano in quattro o cinque». Questa versione conferma quanto dichiarato dal medico legale Faustino Durante nelle ore successive all’omicidio Pasolini. Secondo Durante le fratture e le lesioni sul corpo tumefatto di Pasolini sono incompatibili con la presunta arma del delitto. La mattanza non può essere stata perpetrata da una sola persona se si considera anche che la vittima era in perfetta salute.
Nel corso degli anni sono emerse diverse piste che hanno cambiato drasticamente il movente e l’esecutore dell’omicidio. Nel 2005 Pino Pelosi durante una puntata di Ombre sul Giallo in onda su Rai3 racconta un’altra verità sulla notte tra l’1 e il 2 novembre. Pelosi dice che, in realtà, un gruppo di persone li ha aggrediti massacrando Pasolini e intimando al ragazzo di farsi gli affari propri, altrimenti avrebbero ucciso lui e la sua famiglia. Sei anni dopo, nel 2011, Pelosi pubblica Io so… come hanno ucciso Pasolini. Nel nuovo racconto la scena cambia ancora. All’Idroscalo, oltre alla loro auto, c’erano una Fiat e un’altra Alfa identica a quella di Pasolini appartenente ai fratelli Borsellino, militanti neofascisti. Tre anni più tardi, Pelosi racconta la terza e ultima versione dei fatti prima della sua morte avvenuta nel 2017. Pelosi dichiara che lui e Pasolini si frequentavano già da mesi e, oltre alle già citate tre auto, c’era anche una moto. Oltre lui e Pasolini sei persone in totale componevano la scena. Pelosi aggiunge anche il motivo che li ha portati all’Idroscalo. Secondo Pino dovevano recuperare alcune bobine di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film di Pasolini.
Le bobine erano state rubate il 28 agosto 1975 insieme ad altre del Decameron di Fellini e Un genio, due compari, un pollo di Damiano Damiani. La pista delle bobine è riemersa nel marzo del 2023 dopo le dichiarazioni di Maurizio Abbatini, ex boss della banda della Magliana che ha detto di aver contattato il regista chiedendogli due milioni di lire per la restituzione della refurtiva. Pasolini teneva molto a quelle bobine perché contenevano la scena finale di un ballo collettivo a cui lo stesso regista partecipava.
Oltre a Salò, l’ultima fatica intellettuale di Pasolini fu Petrolio, romanzo incompiuto che Einaudi pubblicò soltanto a distanza di più di un decennio. Fu pubblicato postumo ben tre volte senza il capitolo che negli appunti lo scrittore ha nominato Appunto 21: lampi su Eni. Soltanto nel 2022 Garzanti ha pubblicato Petrolio, in occasione del centenario della nascita di Pasolini, includendo l’appunto 21.
«Pasolini è un intellettuale che alla metà degli anni Settanta ha colto la profonda trasformazione della società italiana individuando un contesto di tipo eversivo dentro una fetta di istituzioni politiche ed economiche» ci racconta Giuseppe Lo Bianco, storico giornalista dell’Ora di Palermo che, insieme alla collega Sandra Rizza, ha pubblicato nel 2009 Profondo Nero. Mattei, De Mauro, Pasolini, un’unica pista all’origine delle stragi di Stato. Pasolini ha individuato questo contesto nell’Eni, che in quegli anni era il principale incubatore del finanziamento della politica. Lo Bianco e Rizza hanno ricostruito la frenetica attività di ricerca di documenti, notizie, fatti, testimonianze per Petrolio, romanzo a cui ha dedicato le ultime sue energie. «Pasolini aveva colto un buco nero della storia italiana, ancora non chiarita. E su quello aveva cominciato a lavorare parecchio» continua Lo Bianco. Il buco nero a cui si riferisce è la morte di Enrico Mattei, ex presidente di Eni, il 27 ottobre 1962. Per troppo tempo la sua morte è passata come una disgrazia aerea finché il PM di Pavia Vincenzo Calia, proprio mentre stava rileggendo l’ultima fatica di Pasolini, riesce a dimostrare che si è trattato di un attentato. «Le sue indagini» dice Lo Bianco «hanno rilevato – attraverso una perizia metallografica – la traccia di esplosivo compound sull’anello d’oro di Mattei ritrovato in via Bascapè e sull’indicatore triple del Morane Saulnier, l’aereo sul quale viaggiavano quella sera».
Non c’è una verità giudiziaria che sia all’altezza dei ragionevoli dubbi emersi sulla vicenda Pasolini. Analizzando i fatti emerge un racconto storico differente. «Una cosa è la verità storica» continua Lo Bianco «un’altra la verità processuale. I cronisti, che io reputo gli storici del presente, hanno il dovere professionale di andare a scavare laddove un giudice ha deciso con un non luogo a procedere». Poi conclude: «io sono convinto che sul caso Pasolini c’è ancora molto da far venire a galla».
Gabriele Ciraolo