Marco Piccinelli

Il revisionismo sulla Liberazione e l’uso politico dei fatti storici

Il revisionismo sulla Liberazione e l’uso politico dei fatti storici

La settimana politica è stata segnata dalle consuete polemiche attorno al 25 aprile, Festa della Liberazione. E già va detto che la data venne scelta perché quello stesso giorno del 1945 il Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazisti e dai fascisti.

Prima ancora delle polemiche attorno alla Liberazione, il Presidente del Senato La Russa ha sentito l’obbligo di recarsi, dichiarandolo pubblicamente, in Repubblica Ceca per denunciare – oltre ai crimini del nazismo – anche l’atto suicidiario di Ian Palach, la cui correlazione con la ricorrenza del 25 Aprile tutt’ora è ignota a chi scrive (e non solo).
Lo stesso, giorni addietro, rese dichiarazioni nel corso del podcast “Terraverso” (condotto dal giornalista di «Libero» Pietro Senaldi) in cui sosteneva interpretazioni personali e ribadiva luoghi comuni attorno all’eccidio delle Ardeatine che pure il conduttore della trasmissione avvalorava. Per  la seconda carica dello Stato, l’azione partigiana di Via Rasella fu: «una pagina tutt’altro che nobile della Resistenza: quelli uccisi furono una banda musicale di semi-pensionati e non biechi nazisti delle SS, sapendo benissimo il rischio di rappresaglia su cittadini romani, antifascisti e non».

Vale la pena, a distanza di giorni, riflettere sull’eco che queste parole hanno provocato, inevitabilmente, nell’analisi e nell’elaborazione della celebrazione della Festa di Liberazione nel maggiore partito di Governo.
Vale la pena (ri)leggere quella pagina di storia andando a ‘scomodare’ la lettura di un libro “Morte a  Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine” scritto da Robert Katz nel 1967.

Statunitense, giornalista inviato in Italia, più precisamente a Roma, inizia ad indagare sul fatto di cui lui (così come gli italiani, noterà a proposito) non sapeva assolutamente nulla.
Ma spesso per raccontare un fatto accaduto nella storia bisogna partire dalla fine e da quello che non si conosce davvero. Fare un passo indietro rispetto a quel che si sa spesso aiuta a far chiarezza: “guardare da lontano per veder vicino” è un motto caro agli storici dell’arte.

Robert Katz, dunque, fu autore del volume “Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine”, pubblicato nel ‘67 in prima edizione per la non più esistente casa editrice “Editori riuniti”. L’introduzione all’edizione del 1996 scritta dall’autore stesso parte da uno spunto che avremmo potuto tralasciare ma che risulta essere estremamente interessante per la sua particolarità:

«Quasi contemporaneamente all’uscita di quell’edizione [la ristampa e l’aggiornamento del 1994] la televisione americana mise in onda un clamoroso servizio giornalistico girato in Argentina che di fatto riaprì il caso [le Ardeatine] con tutte le sue vecchie ferite».

Nell’introduzione all’edizione del 1994 Katz scriveva che si era conclusa «una delle principali controversie della storia della guerra mondiale in Italia».

Eppure il caso, la sorte o il destino interpretano un ruolo di primo piano nella storia degli uomini. Ancora dall’introduzione di Katz:

«Sul piccolo schermo vediamo un telecronista, con il microfono teso, avvicinare un anziano signore: “Señor Priebke?” gli chiese. “Sono Sam Donaldson della televisione americana. Posso parlare con lei un momento?”. E quel ‘señor’, buon cittadino di San Carlos de Bariloche […] al sicuro da ogni rischio che aveva vissuto sotto il nome di Erico Priebke, non esitò a soddisfare le richieste del telecronista».

Tutto si sarebbe rimesso in movimento nella testa dell’autore: c’era ancora qualche tassello da ricostruire. Ma questa è un’altra storia.

Nel volume, Katz non indaga né studia quello che successe dopo, quanto piuttosto quello che accadde durante le ore che anticiparono l’attacco di Via Rasella e la conseguente rappresaglia tedesca. Va tenuto conto che gli abitanti della Capitale, mai nella loro storia hanno subito una repressione così efferata come quella accaduta a seguito dell’attacco del Gap (Gruppo d’azione patriottica) che aveva pianificato l’azione.

La scrittura di Katz è un abile riassunto tra l’intervista, il racconto, la testimonianza, l’articolo di approfondimento e la divulgazione dei fatti accaduti: ha avuto la fortuna di incontrare i superstiti dell’attacco e di intervistarli, di leggere le testimonianze processuali dei nazisti delle SS Polizeiregiment “Bozen” che furono attaccati dai componenti del partito comunista che era posto – come tutti i partiti antifascisti – in stato di clandestinità e costretto all’azione nell’illegalità.

Ne viene fuori un racconto vivido di quelli che furono i giorni di una Roma scomparsa in cui l’unico mezzo pubblico che funzionava (male) era il tram, in cui vigeva il coprifuoco, in cui Centocelle (oggi periferia in piena gentrificazione) era oggetto di azioni ‘alle porte della città’, in cui mancava immondizia per poter celare la bomba che Bentivegna trasportava con la bicicletta fingendosi netturbino, in cui il Vaticano ha avuto un ruolo (e quale!) nell’ambito dell’occupazione.

Una città diversa eppure tanto simile a quella dei giorni nostri.

Nel settantanovesimo anno dall’attacco, dunque dall’eccidio delle Ardeatine, rileggere “Morte a Roma” è un esercizio che serve non solo per riportare alla memoria quanto accaduto ma per provare a immaginare quello che Alessandro Portelli, storico che ha scritto uno dei più importanti volumi sulla vicenda [“L’ordine è già stato eseguito”, Donzelli editore], ha definito come la zona impervia che si situa a metà tra il pianerottolo e il genocidio. Di come, cioè, la vita di uomini e donne in quei giorni di occupazione nazifascista si collocava nella sottilissima intercapedine tra il nascondersi e il venire uccisi.

Che è poi quello che accadrà stando al comunicato battuto dall’agenzia Stefani e apparso sui quotidiani romani di allora («Il Messaggero» su tutti) che segnò completamente la questione (e che Portelli riporterà nel suo volume proprio nella prima pagina). Quel comunicato diceva così:

«Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per Via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita [notare il modo e tempo verbale] da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

E così fu.
E così Roma riporta i segni di quei giorni, ancora oggi, a Via Rasella.
E così, ancora oggi, si continua a produrre menzogne su quei fatti, distorcendone la storia, utilizzandoli per proprio tornaconto politico, ideologico ed elettorale perfino.

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